Nell’introduzione all’edizione di Vorrei morire anche stasera se dovessi pensare che non è servito a niente, firmata dal Collettivo Teatrale La Comune, Dario Fo ragiona sul teatro come strumento di crescita politica e di intervento costante nel presente: «Quando i fatti urgono è necessario che lo strumento teatro – se vuole essere realmente “politico” e quindi presente – si faccia interprete di questi fatti per porli in discussione, per trasformarli in elemento di conoscenza critica e di coscienza.» (1). Su questo elastico teso tra due poli di realtà – quella storica di partenza e quella presente e futura su cui si intende agire – si sviluppa la creazione artistica, insieme alla funzione sociale e pedagogica del lavoro teatrale. La forma estetica incontra e plasma la materia politica, in un rapporto vitale e reciproco. La ricostruzione del contesto storico e sociale non assume così una funzione meramente illustrativa, ma diventa il presupposto per interrogare criticamente il presente. Un modo di pensare e di agire il teatro che, trasformandosi nel tempo, ha attraversato stagioni, linguaggi e poetiche differenti.
In questa direzione, si colloca DISASTRI. Ovvero quel che resta, l’ultimo spettacolo nato dalla collaborazione fra Pilar Ternera e Compagnia A.D.D.A., che ha debuttato giovedì 25 giugno 2026 presso il Teatro De Larderel di Pomarance (PI), nell’ambito del Festival delle Colline Geotermiche.

La genesi di DISASTRI. Ovvero quel che resta affonda le proprie radici nell’esigenza scenica di interrogare i crolli sociali, economici, ecologici ed esistenziali che definiscono e attraversano la contemporaneità, così come la posizione della cittadinanza di fronte ai vuoti che tali fratture producono. Il teatro diventa il luogo privilegiato di questa indagine, fondata sullo scambio intergenerazionale dentro e fuori la scena: da un lato la Compagnia A.D.D.A., collettivo under35; dall’altro l’Ass. Pilar Ternera, portatrice di un’esperienza artistica consolidata.
Il processo creativo dello spettacolo si è sviluppato nell’arco di circa due anni attraverso incontri laboratoriali aperti alle cittadine e ai cittadini toscane\i di età differenti. Il regista Francesco Cortoni ha descritto questo percorso come un esercizio di “immaginazione civile”, guidato da una domanda radicale sul residuo: «che cosa vale davvero la pena lasciare a chi resterà?».
Da questa faglia prende avvio una trilogia, di cui DISASTRI. Ovvero quel che resta costituisce il primo atto, che intende esplorare il rapporto fra dimensione personale e collettiva, interrogando la relazione col nucleo famigliare, l’eredità generazionale, le conseguenze dei disastri in corso, la convivenza con i vuoti e l’incertezza del domani. In questa prospettiva, il lavoro sul territorio non costituisce un elemento accessorio, ma diventa parte integrante della ricerca, aprendo alla possibilità di una relazione plurale con lo spettatore.

L’ambiente scenico è delimitato e avvolto da un telo bianco, all’interno del quale prende posto Silvia Lemmi. Attraverso un dispositivo che richiama il teatro epico brechtiano, l’attrice rompe fin da subito l’illusione scenica: anticipa gli elementi perturbanti che faranno irruzione nel corso dello spettacolo e consegna al pubblico una sorta di istruzioni per l’uso. Elenca, con il tono impersonale di un protocollo di sicurezza, l’utilizzo di musica ad alto volume e di luci stroboscopiche, l’impiego di fiamme e fuoco, l’ubicazione delle uscite di emergenza e la presenza di personale di sala formato per le emergenze. L’ironia con cui pronuncia queste avvertenze produce un effetto straniante: ciò che dovrebbe rassicurare finisce per predisporre il pubblico a un’esperienza di allerta e di instabilità, come se una minaccia incombesse sulla possibilità stessa della felicità.
A poco a poco entrano in scena Marco Fiorentini e Matteo Ceccantini. I loro personaggi affiorano per frammenti, portando con sé esperienze che lo spettatore può soltanto intuire, senza mai ricomporle interamente. I loro racconti procedono per lacune, come tentativi di discorsi andati in frattura.
Si ha l’impressione che i tre interpreti compongano una sorta di geografia del tempo. Silvia Lemmi incarna la memoria con il racconto del nonno cieco e della storia d’amore con la nonna, un ricordo che viene progressivamente deformato fino a diventare immagine della manipolazione operata dai media, capaci di piegare gli eventi alle proprie logiche narrative. Marco Fiorentini abita il presente, sospeso nello sforzo di immaginare un futuro possibile. Matteo Ceccantini, infine, sembra muoversi in un tempo successivo al disastro. Con la sua telecamera registra un paesaggio umano desolato, svuotato, restituendo un profondo senso di spaesamento e di sopravvivenza.

Per un apparente paradosso, pur confrontandosi con materiali profondamente radicati nel presente, la regia non ricerca il realismo. Costruisce invece una dimensione dichiaratamente artificiale, nella quale la finzione diventa lo strumento per restituire la complessità dell’esperienza contemporanea. Francesco Cortoni utilizza una pluralità di strumenti per dare corpo all’universo interiore prodotto dai disastri contemporanei, rinunciando a una forma chiusa in favore di una scrittura scenica discontinua e caotica. Le pietre scagliate sulle assi del palcoscenico anticipano la catastrofe, mentre i numerosi microfoni disseminati sulla scena amplificano e frammentano le voci, restituendo un immaginario attraversato da continue interferenze. Tramite la stimolazione della coscienza civile, la messa in campo di più urgenze contemporanee e l’impiego di linguaggi differenti (il corpo, la musica altissima, le parole, la ripresa multicamera che richiama il reportage), il regista costruisce un mondo sovraccaricato, radicato nel presente ma capace di racchiudere il futuro.
Lo spettacolo non chiede soltanto agli artisti di prendere posizione, ma invita anche il pubblico a farlo. Il teatro torna così a configurarsi come uno spazio condiviso, affollato di presenze e di responsabilità, dove la coscienza critica non si esaurisce sulla scena, ma continua nello sguardo di chi assiste.
Nota
1) Dario Fo, Vorrei morire anche stasera se non dovessi pensare che non è servito a niente, in Collettivo Teatrale La Comune, Compagni senza cesura, Vol. 2, Gabriele Mazzotta Editore, Milano, 1973, p. 236.
DISASTRI. Ovvero quel che resta
drammaturgia Francesco Cortoni e Leonardo Ceccanti
con Silvia Lemmi, Matteo Ceccantini e Marco Fiorentini
regia Francesco Cortoni
produzione Pilar Ternera e Compagnia A.D.D.A.
Lo spettacolo è stato visto il 25 giugno 2026 presso il Teatro Del Larderel, Pomarance (PI), nell’ambito della XV edizione del Festival delle Colline Geotermiche.