Tra mito e attualità: al via il Mythos Troina Festival Intervista a Luigi Tabita di Laura Novelli

Raccontare le donne. Raccontarle nel mito, nella storia attuale, nelle trincee silenziose dove le guerre e le battaglie quotidiane le attraversano e le cambiano. Raccontarle, al contempo, nel loro essere artiste: attrici, registe, drammaturghe intente a dare voce all’oggi senza mai smarrire lo sguardo sul passato.
Si muove lungo questa duplice traiettoria il Mythos Troina Festival diretto da Luigi Tabita che, giunto alla sesta edizione, animerà il suggestivo borgo siciliano in provincia di Enna dal 3 luglio sino all’8 agosto proponendo, in vari spazi cittadini, un gran numero di eventi e ben dieci debutti nazionali. Spettacoli molto diversi l’uno dall’altro ma animati dal desiderio, dal bisogno potremmo dire, di rileggere grandi figure femminili del mito (da Elena a Penelope, da Andromaca a Polissena), per slittarne la portata simbolica e lo spessore tragico su terreni contemporanei. Il dolore, la resilienza, il lutto, l’attesa si configurano, non a caso, come i temi privilegiati di un cartellone molto ricco, all’interno del quale si alternano operazioni affidate a interpreti assai noti quali, per esempio, Lunetta Savino, Ester Pantano (la bella Suleima della fortunata serie televisiva Màkari) e Leo Gullotta (protagonista dello spettacolo di chiusura, dedicato all’indovino Tiresia) e operazioni, invece, che danno respiro alla nuova drammaturgia, alla regia al femminile, a percorsi formativi per attori e attrici.

Nuova drammaturgia significa qui anche sconfinamenti nella letteratura e nella narrativa, come dimostrano la rilettura scenica ad opera di Marco Carniti dell’intenso Guardando le donne guardare la guerra della compianta scrittrice e attivista ucraina Victòria Amelina (Guanda Editore), evento di apertura dell’intero festival, oppure l’adattamento firmato da Marcello Cotugno del celebre Il canto di Penelope di Margaret Atwood (Ponte Alle Grazie). Il legame con la classicità, sugellato anche dal patrocinio dell’INDA che produce un lavoro diretto da Mauro Avogadro e intitolato Si prova Antigone dove recitano alcuni giovani allievi dell’Accademia d’Arte del Dramma Antico, diventa insomma un vettore proficuo non solo di riflessioni e contenuti sospesi tra mito e urgenze odierne, ma anche di ricerche formali ed espressive nuove. Lo sottolinea lo stesso Tabita, direttore artistico della vetrina per il triennio 2024-2027, nell’intervista rilasciata a Liminateatri qualche giorno prima dell’inaugurazione del festival.

Il 3 luglio si apre il Mythos Festival da lei diretto che da qualche anno porta a Troina importanti eventi e protagonisti teatrali tesi a raccontare la sostanza estremamente contemporanea del mito. Secondo lei, perché ancora oggi – e tanto più oggi – la cultura classica sa parlarci e interrogarci?

Perché il mito non appartiene al passato, ma alla natura umana. I grandi racconti classici continuano a parlarci perché affrontano questioni universali – il potere, la guerra, l’amore, la paura, il desiderio, la giustizia, la memoria – che restano centrali anche nel nostro presente. Oggi viviamo un tempo attraversato da conflitti, trasformazioni sociali e crisi identitarie; per questo i miti tornano a essere uno strumento prezioso per interpretare la realtà. Non ci offrono risposte semplici, ma ci aiutano a porre le domande giuste. È questa la missione del Mythos: far emergere la sorprendente contemporaneità dei classici.

Questa sesta edizione del festival è ricca di appuntamenti declinati al femminile. Le donne e la guerra sono, infatti, il filo rosso che li attraversa tutti. Da dove nasce tale scelta? E che immagine del femminile emerge?

L’attenzione al femminile e alle voci delle donne non rappresenta soltanto il tema di questa edizione, ma il filo rosso che attraversa la mia direzione artistica del Mythos Troina Festival. Prima di accettare la nomina di direttore artistico nel 2024, ho condotto un’analisi approfondita del territorio e della sua comunità. In quel contesto, sono rimasto particolarmente colpito da un evento che aveva profondamente segnato Troina. L’anno precedente, infatti, la città era stata sconvolta da un efferato femminicidio. Ho creduto che fosse necessario partire proprio da lì. Il teatro non poteva essere soltanto un luogo di spettacolo, ma uno spazio di riflessione culturale e civile. Per questo, fin dall’inizio del mio incarico, ho scelto di dare sempre più spazio alle attrici, alle drammaturghe, alle registe e ai personaggi femminili del mito, individuando nelle loro storie una chiave privilegiata per leggere il presente. Anche il logo del festival è stato ripensato in questa direzione.

Oggi è rappresentato da Artemide, simbolo di forza, indipendenza ed empowerment femminile. Nel suo sguardo è inscritto un triangolo che richiama il simbolo dei movimenti femministi del Sessantotto, emblema di autodeterminazione e libertà. L’immagine della donna che emerge dal Mythos non è quella della vittima, ma quella di una protagonista del cambiamento e di una custode della memoria. Per questo, anche il tema delle donne e della guerra si inserisce naturalmente in un percorso che il festival porta avanti con coerenza da diverse stagioni.

Riflettendo proprio sui cartelloni estivi di alcuni teatri classici italiani, penso soprattutto a Siracusa o Ostia Antica, l’attenzione allo sguardo delle donne sul dolore, i conflitti e la perdita si rivela una costante molto diffusa. Cosa pensa a riguardo?

Credo che non sia una semplice coincidenza. In un’epoca segnata da guerre e tensioni internazionali, il teatro sente il bisogno di tornare alle radici dell’esperienza umana. Le figure femminili della tragedia greca sono spesso le prime a pagare il prezzo dei conflitti, ma sono anche quelle che conservano la memoria e indicano una possibilità di rinascita. Penso a Ecuba, Andromaca, Penelope, Elena. Donne che attraversano il dolore senza esserne annientate. Oggi il loro sguardo ci aiuta a comprendere meglio il costo umano della guerra e il valore della resilienza. È una prospettiva che il pubblico avverte come necessaria perché restituisce centralità alle persone e non soltanto agli eventi.

Foto di Fabio Lovino

Una delle caratteristiche più interessanti della programmazione 2026 di Mythos sta nell’aver messo insieme titoli che, al netto forse dell’Elena di Euripide portata in scena da Nicasio Anzelmo, si basano su drammaturgie originali. Mi riferisco in particolare a Chi ha paura del Minotauro? Voci di donne in tempi di guerra di Marco Carniti, ispirato al diario di guerra di Victòria Amelina, e Il canto di Penelope tratto da Margaret Atwood. Come è stato impostato il lavoro di adattamento teatrale in questi due spettacoli?

Uno degli obiettivi del Mythos è dimostrare che il mito non è un materiale da museo ma una materia viva da riscrivere e reinterpretare. Chi ha paura del Minotauro? Voci di donne in tempi di guerra, scritto e diretto da Marco Carniti utilizza il mito come lente attraverso cui osservare le tragedie delle guerre contemporanee. Il lavoro di adattamento è stato orientato a creare un dialogo costante tra la memoria archetipica del mito e le testimonianze delle donne che vivono oggi l’esperienza della guerra.

Nel caso de Il canto di Penelope, dove l’omonimo libro della Atwood è stato adattato per la scena da Marcello Cotugno, la drammaturgia restituisce finalmente voce a una figura spesso rimasta ai margini del racconto omerico. Penelope non è più soltanto colei che attende, ma una donna che interpreta e riscrive la propria storia. Entrambi gli spettacoli mostrano come i classici possano generare nuove narrazioni capaci di parlare al nostro tempo.

Il festival si avvale del patrocinio dell’INDA. Che ruolo ha l’Istituto Nazionale del Dramma Antico in seno alla rassegna?

Per noi il patrocinio dell’INDA rappresenta un riconoscimento prestigioso e un’importante attestazione di qualità. L’Istituto Nazionale del Dramma Antico è il principale punto di riferimento internazionale per la valorizzazione del teatro classico e condividere con esso una visione culturale è motivo di orgoglio. Il rapporto con l’INDA rafforza la vocazione del festival a coniugare rigore scientifico, ricerca artistica e divulgazione, contribuendo a consolidare il ruolo di Troina come luogo di riflessione sul mito e sulla cultura classica.

Foto di Michele Pantano

Molto significativa è la presenza, nel cartellone, di grandi attori e attrici, da Lunetta Savino a Leo Gullotta, da Federica De Benedittis a Ester Pantano, che hanno lavorato molto anche per la televisione. Ciò aiuta l’affluenza e l’affezione del pubblico?

Sicuramente la notorietà degli interpreti rappresenta un elemento importante. Artisti come Lunetta Savino, Leo Gullotta, Federica De Benedittis ed Ester Pantano portano con sé un patrimonio di esperienza e un forte richiamo per il pubblico. Tuttavia, ciò che conta davvero è la qualità del progetto artistico. Il pubblico può arrivare attratto da un volto noto, ma torna negli anni perché riconosce nel festival una proposta culturale seria, coerente e capace di emozionare.

In questi anni abbiamo lavorato proprio per costruire una comunità di spettatori affezionati che riconoscono nel Mythos un appuntamento identitario.

Cosa può dirci rispetto agli eventi delle sezioni Assoli e OltreMythos e al progetto pedagogico affidato, quest’anno, ai registi Davide Sacco e Jared McNeill?

Le sezioni Assoli e OltreMythos rappresentano il laboratorio più sperimentale del festival. In particolare, negli Assoli abbiamo affidato a tre registe dei testi che propongono una riscrittura contemporanea del mito, offrendo punti di vista originali e profondamente legati ai temi di questa edizione. È una scelta che si inserisce coerentemente nel percorso artistico e culturale del festival, volto a valorizzare il contributo di giovani artiste. OltreMythos, invece, è lo spazio dedicato al dialogo tra il mito e gli altri luoghi della città dando al festival un carattere diffuso.
Grande importanza riveste anche il progetto pedagogico affidato a Davide Sacco e Jared McNeill, che accompagneranno giovani artisti in un percorso formativo fondato sulla pratica scenica, sulla scrittura e sulla rilettura dei classici. Crediamo che investire nella formazione significhi costruire il futuro del teatro e la presenza di due registi appartenenti a una nuova generazione rappresenta un segnale importante di apertura e rinnovamento.

Troina è un antico centro ricco di storia. Quali luoghi diventeranno gli scenari naturali del festival?

Uno degli aspetti più affascinanti del Mythos è il suo rapporto con il territorio. Il festival animerà alcuni dei luoghi più suggestivi di Troina: dall’Anfiteatro della Radura, immerso nel verde ai piedi del borgo, al Museo della Torre Capitania, che custodisce reperti della Troina ellenistica e un prezioso dipinto attribuito a Tiziano; dal nuovo Museo d’Arte Contemporanea, con opere di artisti internazionali, fino a Piazza Conte Ruggero, una straordinaria terrazza naturale che domina il paesaggio siciliano. In questo modo, il patrimonio storico e architettonico della città diventa una scenografia naturale, dove storia, paesaggio e teatro si incontrano in un’unica esperienza.

Cosa si augura per questa sesta edizione? E quali impegni professionali la attendono dopo il festival?

Mi auguro che questa sesta edizione riesca a confermare il ruolo del Mythos come luogo di incontro, riflessione e crescita collettiva. Vorrei che il pubblico uscisse dagli spettacoli con nuove domande, nuove emozioni e una maggiore consapevolezza del valore che il mito continua ad avere nel nostro presente. Per quanto riguarda me, dopo il festival riprenderò L’importanza di chiamarsi Ernesto con Lucia Poli, uno spettacolo che ha ottenuto un grande successo di pubblico e che tornerà in diverse piazze nella prossima stagione teatrale.

Mythos Troina Festival, Troina (Enna), dal 3 luglio all’8 agosto 2026.

Per tutte le informazioni sul programma si veda:
https://www.facebook.com/mythostroinafestival
https://www.instagram.com/mythostroinafestival/

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