Hook – Pan, who and what art……….
thou?………………………………………………
Peter – (at a venture) I’m youth, I’m…
joy, I’m a little bird that has broken..
out of the egg.…………………………………
J.M. Barrie, “Peter Pan”
Roma
«Ciuchì ciuchì ciuciuchì». Nel luglio scorso Salvo Lombardo, a cui mi legano amicizia e stima, mi chiede di partecipare a una sessione delle prove che sta svolgendo presso lo Spazio Rossellini di Roma. Entro nella grande sala oscura, in mezzo a un affollarsi di aste da microfono sormontate da punti luce, unico elemento illuministico-scenografico, opera di Maria Elena Fusacchia, che richiamano alla mia fantasia uno spazio di sottobosco, o una vegetazione palustre di canne. Qui Daria Greco e Marta Ciappina provano insieme a Lucia Cammalleri il testo del nuovo lavoro del coreografo siciliano, Birdsong. Quei versi che ho messo ad apertura del paragrafo sono le prime battute che ascolto.
La disposizione definitiva del palco stava prendendo forma, e così la partitura sonora e l’impaginazione. Quello che mancava in quei giorni romani (ma solo fisicamente) era Camillo Prosdocimo, cacciatore e chioccolatore, cioè uccellatore esperto nella riproduzione del canto dei piccoli volatili, con o senza “protesi” (chioccolo o pispola, strumenti attraverso i quali emettere il suono), campione europeo della disciplina, insegnante, presenza scenica – l’avrei scoperto mesi dopo – catalizzante.
L’essere catapultato nel centro del lavoro, nel suo punto più arduo, ha significato uno smarrimento, un buio della comunicazione. Un buio su cui però immediatamente ha preso ad aleggiare il senso, come un passaggio rapido di stormi o quei segni minimi che punteggiavano di luce il palco, a dispetto di quelle sillabe estranee. «Sizit. Acicrisc, sizit». Ed era in effetti questo il centro del problema, il centro del lavoro: la significazione.
Cosa aveva in mano a quell’altezza Lombardo, sprofondato, forse inspiegabilmente, in questa voragine della passione per il canto degli uccelli riprodotto dall’uomo?
Primo, aveva un significante puro, per quanto mediato dall’esecuzione umana, quei suoni (che già chiamare “canto” significherebbe orientare). Secondo, i corpi scenicamente consapevoli di due delle più notevoli performer in attività, la possibilità del movimento sul palco in tutta la sua gamma, dal mimetico al metaforico al metalinguistico. Terzo, quel vuoto tra l’uno e l’altro di questi elementi, che deve aver sentito, immediatamente, farsi richiesta di collegamento, fertile terreno di legami. A me occorreva provare a raggiungere Lombardo nella strada che tentava di aprire tra questi due fatti linguistici “assoluti”, imbevuti di potenziale. Allora mi è parso innegabile che quel filo conduttore, per lo meno nelle sue intenzioni, corresse nell’alveo del “richiamo”. Anzi, prima: del “porgere orecchio”, il lasciarsi raggiungere e poi ri-mediare insieme una lingua e un’identità di parlante o segnante. Il richiamo è, infatti, atto linguistico in cui risalta prima quella che Jakobson chiamava funzione fàtica (stabilire un contatto), immediatamente poi quella conativa (influenzare il comportamento di chi ascolta).
Perso in questi ricordi appannati di studi universitari sconvolge la scena un ingresso per me imprevisto, portatore di nuovi segni. Fa letteralmente irruzione in sala dalla stazione ferroviaria, con una borsa di costumi, Ettore Lombardi. Si accendono i servizi, le danzatrici lo seguono in camerino, a breve ne riescono. Una base bianca (calzoncini, top, calze, un fazzoletto traforato da annodarsi in testa per Ciappina, come una Gretel sperduta nel bosco) segmentata da inserti neri (anfibi, cinturoni, corpetti imbottiti, quasi antiproiettile, una visiera da tennis o da linotipista per Greco). Candore e stato d’allarme; innocenza e bellicosità. Comunque sia, l’opposto dell’idea, che pure gode di una generosa tradizione, dell’uccello stracolmo di elementi cromatici, impegnato nelle danze di corteggiamento e lotta (indimenticabile il Combattimento di Muta Imago), il pavone, l’uccello del paradiso, la mitica fenice oberata di interpretazioni. Nei costumi di Lombardi è evidente che gli uccelli di Birdsong, in bilico tra imitazione e traccia, dovevano darsi come umili volatili, passeriformi, uccelli di palude. «Coc. Coc. Croqueo».

Rovereto
Il festival Oriente Occidente rimane uno dei luoghi più aperti agli esperimenti internazionali e insieme tra i più sinceramente radicati nel territorio. Nonostante i suoi 45 anni di attività, lo sguardo della direzione artistica non si addormenta sui nomi noti o su uno specifico indirizzo della ricerca coreografica, riuscendo a mettere insieme linguaggi diversi, antitetici e, ciò nonostante, a mantenere un’identità forte e la curiosità di un pubblico locale, non di esperti o di soli addetti ai lavori. Oggi Oriente Occidente si declina in diverse linee di dialogo con la contemporaneità, tra cui quella musicale (la sezione Dissonanze), quella che si dispiega negli spazi urbani (OO Off), oltre alla ricca programmazione di incontri sui più urgenti temi del presente, per fornire sguardi aggiornati (Linguaggi).
Nello spazio vasto dell’Auditorium Melotti del MART, caratterizzato dal vertiginoso declivio della platea, il 7 settembre va finalmente in scena in prima assoluta, dopo l’anteprima al Festival Danza Urbana di Bologna, Birdsong, 45 minuti di performance.
Molti sono i segni che indirizzano la lettura verso un’impaginazione d’impianto narrativo. Un percorso dalla frammentazione all’unità, dall’interrogazione a un’affermazione, sia pure declinata nel modo che si vedrà.
Una prima fase è muta, di solo movimento sopra un tappeto sonoro, in cui inizialmente a turno, poi insieme, le due danzatrici entrano nello spazio scenico, vi si aggirano sopra uno strato di caligine, movimenti avvertiti, guardinghi, sguardo portato intorno, lampi di imitazione, mentre folate di luce evidenziano ora questo, ora quell’angolo del palco, ora quel vuoto o quel pieno. Una seconda fase mette sul tavolo un nuovo codice, quello dei suoni d’uccello. Come anticipato, non si tratta di suoni fischiati ma, con tutta probabilità, dell’articolazione che un chioccolatore performa nella pispola, un suono tutto diverso da quello che emergerebbe una volta imboccato lo strumento. Ma non è nemmeno l’imitazione fatta a bocca libera, come quella opera di alcuni fischiatori, anche stupefacenti. Non è, infine, nemmeno una traduzione umanizzata al modo dello «scilp» o del «vitt… videvitt» del «chiù» proprio degli uccelli che affollano le Myricae pascoliane. È un codice franto, proteso nel vuoto, spiazzante per chi lo ascolta per la prima volta, come lo era stato per chi scrive, a Roma – e però in qualche modo condiviso o comunque accettato tra le creature sul palco.

Terzo momento: una distorsione del tappeto sonoro, un’amplificazione delle frequenze basse segna l’ingresso di Camillo Prosdocimo, in un costume cromaticamente omogeneo ai precedenti. Egli ha un corpo le cui reali dimensioni sfuggono a una ricostruzione realistica quand’è visto dalla platea. Potrebbe essere enorme, le spalle sono larghissime, le braccia nerborute; o piccolo, le gambe che sfuggono dai bermuda sono leggermente arcuate, e vedendolo accanto a Ciappina non pare, leggermente incurvato, superarla d’altezza. Ciò nonostante è imponente, nel suo ingresso lentissimo e meditato. Questa imponderabilità è la caratteristica di un corpo, come il suo, che è in scena come abitante naturale di un mondo altro, il teatro.
Il richiamo ora si instaura fra le creature sul palco, nelle due direzioni, tra Prosdocimo e le danzatrici e viceversa, oltre che tra loro due. Nessuna direzione di senso sembra emergere in particolare, oltre un’interrogazione reiterata. Questo è il punto più delicato dell’intero lavoro, più pericoloso, apparentemente ambiguo. Quel “porgere orecchio”, quel dire per l’altro o per sé, il trascorrere tra corpo e voce della tensione attendono qualcosa. Lombardo decide di non segnare con univocità questi momenti, benché forse sia proprio ciò che il pubblico si attende, che si sciolga la funzione di quei richiami, che il contatto non cauto né abbandonato, non seduttivo né di respingimento, non menzognero né verace, uscisse dalla sospensione snervante.
Poi, in un modo che percepisco come fulmineo, Ciappina, Greco e Prosdocimo si liberano dei corpetti e dei cinturoni, estraggono e si passano i piccoli strumenti da richiamo, una qualche tempesta sembra insinuarsi tra le quinte e percorrere lo spazio del palco, la qualità dei suoni uditi sinora è sbloccata, tradotta dall’intervento materiale del richiamo fisico. Il soffio del vento e i canti di primavera erompono sulla scena finalmente liberi attraverso gli strumenti con cinguettii, chioccolii, zirli e gridi.
E così come nel suono, anche nel gesto, in un breve, semplice unisono, un braccio levato che è, di nuovo, richiamo forse al cielo, forse un’ala ferita, come quella di Blackbird, i tre si riconoscono in qualcosa. Una tensione verso altro? Una pacificazione? «Find a way to fly», canta Lana Del Rey nell’unica musica del lavoro, le luci si fanno rosate, il finale lirico trabocca in platea.

Cosa c’è dietro quella chiusa? Birdsong è un lavoro che ben corrisponde a quanto Stefano Tomassini ha scritto di Lombardo, una sentenza scelta da Oriente Occidente per accompagnare la scheda del lavoro, secondo cui il coreografo «sembra affermare che più conta il ripartire, il riprovare, l’esplorare di nuovo le cose del mondo».
È una postura, questa, che accompagna un’intera carriera di artista, ma è anche una scelta che si gioca nel corpo di questo lavoro, in un punto specifico, precisamente nel passaggio tra gli innumerevoli atti o tentativi di contatto tra le presenze in scena e il canto spiegato, tanto che la commovente sezione finale sembra rispondere più a una chiamata interna della struttura, a una pulsione genuinamente emotiva, se non estetica, lirica, che all’emersione di una tesi che archivi un discorso.
Essa rivela che all’equilibrio nel lavoro sul gesto, lucido nello scompaginare un significato dato, nell’affondo su quel “gettare qualcosa oltre sé”, può seguire una sospensione negli esiti, nonostante ciò lasci interdetti e in qualche modo affamati. La scelta di non approdare a una meta univoca in quel processo di ri-significazione del richiamo, che pure aveva acceso e spinto tutto il percorso di ricerca, conduce però non a un silenzio del pensiero, ma a una compresenza embrionale di possibilità, in cui, come si diceva, a essere irrintracciabile non è solo il senso del gesto, ma l’entità di chi lo produce (il «cosa essere tu» del bruco di Alice serpeggia in platea), in un atto di scioglimento fuso ma non risolto nel lirismo della musica.
Quella chiusa, dunque, apre. Non nel segno di un arreso nichilismo, ma di uno spirito pronto al volo, di uno sguardo che, pure armato di tutti gli strumenti analitici necessari alla decostruzione, sceglie la via della ripartenza (come un uccello appena uscito dall’uovo), la via, si potrebbe dire, del canto.
Birdsong
di Salvo Lombardo
con Marta Ciappina, Daria Greco e i canti di primavera di Camillo Prosdocimo
styling Ettore Lombardi
luci e spazio Maria Elena Fusacchia
disegno del suono Fabrizio Alviti
vocal coach Lucia Cammalleri
tecnica Isadora Giustini
produzione Chiasma
coproduzione Oriente Occidente
con il sostegno di Lavanderia a Vapore, Teatro della Tosse, Marche Teatro, Teatro Stabile dell’Umbria, La MaMa Umbria, ATCL_Circuito multidisciplicare del Lazio
con il contributo di MiC – Ministero della Cultura e Regione Lazio.
Il progetto è sostenuto da Fondazione Cassa Di Risparmio Di Trento E Rovereto.
45° Oriente Occidente Dance Festival, Auditorium Melotti, Rovereto (TN), 7 settembre 2025.
Prossime date:
Festival Periferico, Modena, 10 ottobre 2025.
Teatro S. Agostino, Antrodoco (RI), 29 novembre 2025.
Teatro dell’Unione, Viterbo, 30 novembre 2025.
Teatro della Tosse, Genova, 6 dicembre 2025.