È con gioia e commozione che, dopo una pausa dovuta al dolore e allo smarrimento per la sua scomparsa, pubblichiamo l’ultima conversazione con Clara Galante che Laura Palmieri ha realizzato per la rubrica “Attrici”: uno spazio che ha animato con dedizione, professionalità e passione per il Teatro.
Sentiamo il peso dell’assenza di Laura ma anche la vertigine della sua eredità: trasmettere la Bellezza che risiede nelle parole, scelte sempre con amorevolezza, e negli incontri intrisi di rara umanità con le attrici delle quali ha testimoniato l’arte e la vita.
La sua inesauribile curiosità e il suo sguardo critico resteranno parte integrante della nostra memoria collettiva che è, essa stessa, il “grande teatro del mondo”.
Clara Galante attrice, ma anche cantante, autrice e anche regista di alcuni dei suoi lavori. Hai scavallato i cinquanta, ma non è importante sapere quanti sono esattamente se non per il fatto che sei un’artista di chiara fama che si è costruita negli anni e nel tempo una sua identità.
Una carriera la tua, totalmente indipendente. Ma su questo punto torneremo nel corso di questa chiacchierata.
Io partirei, Clara, dal luogo dove ci siamo date appuntamento a Roma per questa intervista, che a mio avviso racconta già molto della tua personalità e della tua ricerca.
Essendo al Bar Mascagni del Grand Hotel Plaza, siamo immediatamente proiettate alla fine dell’Ottocento e agli inizi del Novecento, un periodo di nuove scoperte, la ricerca scientifica, il cinematografo, la psicanalisi, le donne che cominciano a lottare per i propri diritti e tanto altro, hai ragione anche questo racconta di me. Non che non sia calata nel contemporaneo tutt’altro, ma ho bisogno di ascoltare il passato per poter costruire qualcosa che abbia valore oggi. Nella mia ricerca teatrale le ispirazioni più significative sono nate dall’incontro con due giganti: Peter Brook e Luca Ronconi. Luca con la sua visione carica di segni, anche a volte strabordante, sempre frutto di una ricerca molto profonda, e Brook con la sua essenzialità. Tendo a cercare un punto di congiunzione tra mondi opposti.
Sicuramente queste due anime confluiscono in tutti tuoi lavori e si riflettono anche in una tua precisa cifra scenica, nella scelta accuratissima dei costumi, degli oggetti che porti in scena.
Voglio scuotere portando Bellezza, il che non vuol dire non confrontarmi con il male o la cruda realtà, anzi. Ma si tratta di tentare una trasformazione.
In questi anni ho elaborato non tanto un metodo né uno stile: non mi piacciono né l’uno né l’altro termine, piuttosto una idea di lavoro che porti verso quella che chiamerei Poesia del Reale. Perché non provare a tirarla fuori da dove si è conficcata. D’altra parte, il palcoscenico è un anello di congiunzione, una dimensione intermedia tra il visibile e l’invisibile.
Tra l’altro tu spesso appunto sei anche autrice dei tuoi spettacoli, e hai questa altra capacità che non è soltanto quella di recitare, ma è anche quella di cantare.
Ultimamente hai firmato la regia di tanti tuoi lavori, però prima di raccontare meglio queste varie tue anime, io ritornerei un po’ all’inizio, alla Clara adolescente che tra l’altro vive e viene da una città della provincia laziale. Sarà la solita domanda un po’ banale, ma forse non sempre lo è, perché tanti e tante di voi hanno invece dei percorsi molto interessanti che raccontano questo avvicinamento e poi questo sviluppo del fare arte, dell’essere un’artista, di essere un’attrice.
Come è iniziato il tutto?
È importante ricordarsi da dove si è partiti e perché. Sono nata in un luogo che non troppo tempo fa è stato palude e foresta, in una città giovane come Latina nell’Agro Pontino.
Un territorio pieno di risorse naturali, di grande bellezza che si estende dalla montagna ai laghi, fino al mare. Qui ebbi la fortuna di incontrare, molto giovane, quelli che furono i miei primi insegnanti di recitazione: Lina Bernardi e Paolo Salvagni. Un’attrice e un poeta, proprio quello che attendevo. Cominciai a studiare sodo, fino a desiderare di entrare in Accademia, dove mi presero subito.
Alla Silvio D’Amico?
Sì.
Che cosa hai portato?
Vestire gli ignudi di Pirandello. Ero Ersilia Drei. La vita cominciò a cambiare e non fu facile, anche perché ero incastrata in dinamiche familiari dolorose e in miei complessi esistenziali. A mano a mano, con il tempo, ho potuto conquistarmi uno spazio di gioia. Più tardi arrivarono le prime soddisfazioni.
Parliamo un po’ meglio degli incontri con Brook e con Ronconi, accennando anche agli spettacoli che hai fatto con loro e che preludono al tuo percorso.
ll primo incontro fu con Luca Ronconi al Piccolo. Gli sono stata vicino come assistente in Quel che sapeva Maisie e in Lolita. C’era una bella intesa tra noi, ho imparato moltissimo. Aveva tanto da dare. Volle che aprissi il suo Phoenix di Marina Cvetaeva al Teatro Studio con una mia performance in versi dedicata a lei. Indossavo un costume sonoro originale creato da mio cugino Maurizio Galante. Poi portammo a Siracusa il progetto Baccanti, Rane, Prometeo, fino ad arrivare ad Infinities di John D. Barrow. Uno spettacolo memorabile tra scienza e spirito, il territorio perfetto in cui si muoveva l’anima di Luca.

Poco dopo sempre al Piccolo, fui scelta per una masterclass di regia con Peter Brook dove conobbi anche Bruce Myers e cominciammo un lungo e importante sodalizio artistico. Quindi lasciai Milano per Parigi aprendo un altro scenario. Successivamente, debuttai al Teatro della Columbia University dopo una lunga residenza al Watermill Center di Robert Wilson. Il teatro è quell’atto creativo che mi ha sempre interessata nelle sue infinite possibilità.
Certo, creatività che poi per quanto ti riguarda ha sbocchi al di fuori. Perché tu crei anche degli oggetti artistici, dei gioielli che sono legati ai tuoi personaggi teatrali. C’è proprio la voglia di lasciare un segno.
Sì, probabilmente costruire gioielli a partire dai ruoli portati in scena, in fondo è farli restare. Un modo per farli vivere per sempre. In Antigone non muore, gli elementi scenici li costruisco in scena intrecciando lana, tessuti, seta, fili, pietre, elastici.
Devo costruire qualcosa con le mani, a braccetto con i pensieri.

Ricordo a tale proposito uno spettacolo, che è stato poi quello attraverso il quale ti ho incontrato, Non sono stata finita. Un tuo testo che avevi dedicato a un fatto di cronaca piuttosto terribile, sul quale c’è fortissimo il segno dell’uso del corpo e anche degli oggetti di scena, nucleo della drammaturgia. Anche quello è un lavoro che fa parte dello scavo, di insinuarti nelle cose per cercare di tirare fuori quel che conta. Sicuramente è un tuo interesse, ed è uno scavo che tu fai proprio nell’andare dentro alle situazioni e alle vicende. E che si può rintracciare, credo, in tutto il tuo percorso, quello che hai fatto sia come autrice che come attrice. Citavo Non sono stata finita, tu Antigone, ma anche un lavoro che hai fatto con Aniello Arena e che partiva dal carcere e dalla costrizione carceraria, Una vita o prove di liberazione.
C’è sempre la tua attenzione a quel “grumo” che in qualche modo sta dentro e sul quale tu vuoi fare chiarezza, portare alla luce.

In questo tipo di progetti entro cercando quella che Brook chiama clarté una qualità di recitazione che tende a togliere la maschera. Si basa su un concetto fondamentale, legato al movimento continuo del dare e prendere.
Nel momento in cui dalla maschera del personaggio, si intravede anche la persona-attore che si spoglia della sua, allora può esserci ciò che rende l’esperienza teatrale qualcosa di molto vicino al sublime. Questo può creare la verità o le verità.
È come se prendessi il pubblico per mano, dicendo vieni ti porterò dove non siamo mai stati, in un luogo che nemmeno io conosco. Il pubblico lo sente profondamente vero, e si fida di chi lo porterà da qualche parte nell’ignoto. Quel momento è una vertigine, è vera condivisione e già poesia. È quello il momento in cui io vivo di più.
È molto interessante questo discorso sulla maschera, perché ci sono delle tipologie di attori che la indossano e non se la levano mai. Mi ricordo un bel libro interessante di Tony Servillo proprio su questo argomento, sulla maschera.
È un salto rischioso che vale la pena di fare.
Anche con Siracusa hai una grande frequentazione perché ci sei stata tanti anni.
Dal 2000 al 2019, circa sette produzioni in cui spesso ha contato anche la musica.
Ti ricordi uno degli spettacoli in particolare che ti ha più coinvolto?
Tutti a loro modo mi hanno lasciato un segno indelebile. Ma è proprio il luogo del Teatro Greco che resta nelle ossa.
A Siracusa hai lavorato anche con Piera Degli Esposti, ed è stato un altro grande incontro.
Piera era un portento. L’anticonformismo, il surreale, l’intelligenza, la fantasia e l’ironia che non devono mancare mai. Diceva che il primo compito dell’attore è quello di consolare dalla morte. Gliel’avevano insegnato Eduardo e Totò, e così è.

Clara Galante tu per me rappresenti un modello di artista che nel panorama teatrale italiano potremmo definire come indipendente.
Ancor più che una compagnia indipendente, tu sei proprio una singola, sei un individuo.
Da quando hai iniziato sono passati quanti anni?
Più di trenta in effetti, ho iniziato con Mario Missiroli al Teatro Argentina. Ero giovanissima ma mi volle per sostituire Maria Monti. Una bella occasione.
La situazione è cambiata molto. Prima citavi Ronconi e altri registi con cui hai lavorato come Federico Tiezzi. Un tempo si poteva ancora chiamare quell’artista per fare quella parte o per fare quel ruolo, adesso c’è sicuramente un altro panorama. Spesso si creano compagnie un po’ familiari dove si cerca di creare una compagine di abitudine. Dunque, è sicuramente difficile per un’artista come te trovare la strada, oppure sei proprio sempre di più immersa in questa tua vocazione, se vuoi, all’essere un po’ in solitudine.
Mi ero molto affezionata a Federico, lo sono ancora, lo stimo molto, mi piacciono le sue visioni, abbiamo fatto diversi lavori insieme. Dovremmo farne ancora. Io non amo la solitudine, sono arrivata ad oggi senza strategie di carriera, soltanto per puro desiderio di conoscenza, questo porta a momenti di profonda solitudine, ma non è isolamento.
Però nel frattempo, citando delle cose molto significative che hai fatto, hai per esempio partecipato a una regia d’opera con Davide Livermore dove il tuo ruolo era un ruolo unico, molto particolare.
Si era la Norma di Vincenzo Bellini, opera in cui Livermore aveva inventato la presenza del mio personaggio nel ruolo di Giuditta Pasta, la “Divina” prima cantante d’opera al mondo. Più di tre ore di grande spettacolo in cui sempre in scena, rivivevo in ogni nota del Bellini tutte le emozioni di Giuditta Pasta, unicamente attraverso l’espressività dello sguardo, dei gesti, dell’intera presenza fisica come la protagonista di un film muto. Una grande sfida.

A proposito di questo voglio citare un’altra cosa che hai fatto recentemente, che io ho ascoltato alla Radio Svizzera Italiana. Un lavoro cantato, musicato e anche recitato su Pasolini che hai portato anche a Parigi, all’Istituto Italiano di Cultura.
Si lo scorso novembre a cinquant’anni esatti dalla morte.
Hai dato prova della tua estrema bravura, come cantante e come interprete, dando voce a Pasolini a Laura Betti, alle canzoni del poeta, al suo rapporto dunque con la musica.
Pasolini ha scritto tante canzoni, sempre con quel suo sguardo sul mondo. Lui è umanità, ribellione, curiosità, fragilità e anche la musica è il mio punto centrale. Sono cresciuta con la musica, coltivando il mio interesse per la trama della voce, il mondo dei suoni e il canto.

Quindi non tanto quello che si dice ma come si dice?
La verità di un personaggio è celata dietro le parole. Sta nelle sfumature della voce rivelarla.
Tutti personaggi ribelli i tuoi. Pasolini, Antigone, Etty Hillesum, Medea, Pierre Clémenti, la Cvetaeva
Si portano dentro un grande peso e insieme una grande passione per la vita. Questo mi lega a loro, ed è il motivo per il quale non dimentico mai di coltivare la leggerezza.
Tu insegni. Al di là del fatto che anche tanti tuoi colleghi lo fanno per necessità, credo che tu lo faccia, da quello che mi stai raccontando, proprio per vocazione.
Nella tua “bottega teatrale” che cos’è la cosa più importante che cerchi di trasmettere ai tuoi allievi?
Li aiuto a sentire profondamente il proprio essere persona, come quello che è realmente; un mistero irrisolvibile. Sviluppare questa consapevolezza è già l’inizio del percorso. Quando insegno mi piace anche avvalermi di una forma di sinestesia, un tipo di capacità percettiva che mi permette di lavorare su piani complessi e nutrire la ricerca dell’allievo attore su sé stesso.
C’è qualcosa che invece non ti piace del tuo lavoro?
Mi fa tremare il vuoto che sento tra un progetto finito e l’attesa dell’altro. Non mi piace, lo so è un terremoto che fa parte del gioco, ma non mi ci abituo. E non mi piace quando si tenta di farlo entrare nelle fredde logiche di mercato, dimenticando che il Teatro è ispirazione e Sogno.
Hai dei modelli di attrici del passato o del presente? Qualcuna a cui ti ispiri o ti sei ispirata?
Molte attrici mi parlano: Liv Ullmann, Elizabeth Taylor, Romy Schneider, Gena Rowlands, Cate Blanchett, Ingrid Bergman, Anna Magnani…
Un bel cortocircuito quello di Anna Magnani con te, perché Anna Magnani rappresenta anche un po’ quella ricerca di cui parlavamo. Evidentemente ti rappresenta lo scavo più interiore.
Un tempo mi arrivava anche nei sogni di notte.
Poi c’è Liv Ullmann che è tutta mente, che è un altro modo di essere espressivi, che è molto minimalista e introspettiva.
Hanno una onestà che mi commuove sempre.
Che cosa ti piace andare a vedere a teatro? Cosa prediligi?
Preferisco dirti con certezza quello che non mi piace. La realtà, per come la conosciamo ogni giorno, mi interessa molto poco vederla a teatro.
C’è un regista con cui ti piacerebbe lavorare?
Molte volte dipende più dai progetti che dal regista, ma ce ne sono molti con cui mi piacerebbe lavorare.
Stai lavorando a qualcosa di tuo? È inutile dire che in un percorso di ricerca, non legato a un progetto che ti viene da fuori, dal teatro stabile o dal regista, è evidente quanto la vita privata entri profondamente in quella teatrale.
La ricerca può scandagliare certamente matrici autobiografiche, ma non necessariamente.
Sto lavorando a più di un progetto, anche se è prematuro parlarne.
Tra non molto uscirà il film Idillio di Pierluigi Ferrandini e, nel cuore, vorrei essere diretta in un Giardino dei Ciliegi. Liubov Andreievna è il punto di congiunzione di cui parlavamo. Valentina Cortese ne fece un capolavoro e voglio ricordarla con gratitudine. Liubov significa Amore e Liuba da qualche parte mi aspetta. Mi auguro un giorno non lontano.
Esatto. Te lo auguro, ti ci vedrei tantissimo.
Te lo auguro, ti auguro mille e mille cose, perché te le meriti tutte Clara.
