“Falstaff – L’arte di farla franca”: Sacco (ri)scrive Shakespeare e Molière di Sergio Roca

Foto di Sergio Roca

Falstaff – L’arte di farla franca è una “intuizione” scenica di Davide Sacco che, oltre ad aver scritto il testo, ne cura anche la regia.
La storia è un incrocio letterario e contemporaneo di due figure centrali della letteratura mondiale: Falstaff e Don Giovanni. Sacco si ispira a Shakespeare e a Molière, in particolare all’Enrico IV e a Le allegre comari di Windsor del primo e al Don Giovanni dell’autore francese.

Falstaff, nella visione di Sacco, è un personaggio egocentrico e impostore, convinto che furbizia e parola siano strumenti sufficienti per vivere alle spalle di chi lo circonda senza mai pagarne le conseguenze.
Gestore di un locale sull’orlo del fallimento, nonostante la sua evidente vacuità si erge a mentore dei propri servi e di chi incontra, ponendosi al di sopra delle leggi umane e morali fino a sfidare anche Dio.
È una figura scanzonata e cialtrona che, nel suo continuo imbrogliare, finisce per mettere in ridicolo l’umanità, risultando, nella sua sfacciataggine, sorprendentemente empatica.

L’incontro con due mariti sciocchi e laidi, che scommettono l’uno contro l’altro sull’onorabilità delle rispettive mogli, offre a Falstaff l’occasione di un facile guadagno. Le due donne, tuttavia, accortesi del tranello in cui vengono coinvolte sia da Falstaff sia dai rispettivi mariti, decidono di vendicarsi.
La punizione trasforma così la commedia in dramma, mostrando come quell’uomo, apparentemente scaltro e spavaldo, sia in realtà indifeso quando si confronta con il passato, con le proprie paure e con la solitudine emotiva, fino a trovarsi di fronte al suo vero nemico: lo scorrere del tempo.

Foto di Sergio Roca

Il lavoro di Sacco presenta una struttura narrativa costruita su personaggi tipizzati che, pur risultando nella loro configurazione di base affini a quelli della Commedia dell’Arte soprattutto nella costruzione di situazioni comiche e surreali, possiedono una profondità psicologica “moderna” che li riconduce a una dimensione più analitica e sociologica nei momenti di maggiore introspezione.

La figura centrale di Falstaff (Emilio Solfrizzi) entra in scena dalla platea, salendo sul palcoscenico a controsipario ancora chiuso, illuminato dalle lampade poste in basso (le classiche “luci della ribalta”), in uso fino agli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso, soprattutto negli spettacoli di varietà e nell’avanspettacolo (le luci sono di Luigi Della Monica).
Il primo impatto per lo spettatore è quello di trovarsi di fronte a un narratore extradiegetico, un presentatore televisivo dallo stile “lustrini e paillettes” (i costumi sono di Luciana Donadio), che invita il pubblico ad applaudire a comando e introduce lo spettacolo. In questa fase iniziale, Solfrizzi richiama la capacità affabulatoria e seduttiva di Ettore Petrolini sebbene tale modalità recitativa abbia breve durata.
Quando la narrazione entra nel vivo, lo spazio scenico si trasforma in un modulo architettonico unico, posto su una pedana girevole e sviluppato su due livelli, che rappresenta l’interno e l’esterno del locale di proprietà del protagonista (le scene sono di Fabiana Di Marco).
Falstaff muta così più volte registro: dalla comicità fisica e tipizzata passa a una gestualità e a una recitazione ritmicamente frammentata, caratteristica del teatro di varietà, cara a Totò. Il risultato comico è esilarante. Altrettanto efficaci risultano i momenti più seri, soprattutto nel finale, che richiamano la chiusura del Don Giovanni molieriano.

Foto di Sergio Roca

In scena, accanto a Emilio Solfrizzi, Giorgio Borghetti interpreta il duplice ruolo del barbone e del commendatore: le figure più filosofiche della commedia che costringono il protagonista a riflettere e a misurarsi con la realtà.
Matteo Mauriello (Pistol) e Cristiano Dessì (Nym) formano il duo comico dei camerieri, perfette spalle del protagonista, ma capaci anche di costruire gag autonome e particolarmente spassose.

Dessì e Ivan Olivieri danno vita a un ulteriore coppia bizzarra: quello dei mariti “ludopatici”, più interessati alle scommesse che alla moralità propria e delle rispettive mogli. La loro dinamica ricorda, per struttura, quella dei Duke Brothers in Una poltrona per due con Eddie Murphy. Olivieri, inoltre, nella parte di un ingenuo creditore, affianca Solfrizzi in riusciti siparietti.

Le figure femminili di Marika De Chiara e Claudia Ferri incarnano polarità diverse: la prima è una donna sensuale e aggressiva, la seconda è una sognatrice romantica. Entrambe contribuiscono con freschezza e ironia a creare momenti di autentica ilarità.

Foto di Sergio Roca

L’incontro tra il nobile decaduto shakespeariano, bonario truffatore sul viale del tramonto, e l’incallito seduttore di Molière incapace di chiedere perdono, dà vita a un intreccio tanto interessante quanto ardito, che talvolta può spiazzare per la scarsa gradualità con cui il protagonista modifica le proprie reazioni.

Lo spettacolo è ben costruito e realizzato con intelligenza da un cast di alto livello. Le scene risultano briose, ritmate, ricche di sagacia, ma mai volgari.

Foto di Sergio Roca

Falstaff – L’arte di farla franca

liberamente ispirato a Shakespeare e a Molière
testo e regia Davide Sacco
con Emilio Solfrizzi e Giorgio Borghetti
e con Matteo Mauriello, Ivan Olivieri, Claudia Ferri, Marika De Chiara, Cristiano Dessì
scene Fabiana Di Marco
luci Luigi Della Monica
costumi Luciana Donadio
musiche Davide Cavuti
aiuto regia Ilaria Ceci
produzione Compagnia Molière.

Teatro Quirino, Roma, fino al 17 maggio 2026.

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