Due attrici, Ana Woolf e Sandra Pasini, hanno presentato nelle giornate del 26 e 27 settembre al Teatro Basilica di Roma due lavori che difficilmente scoloriranno tra le pieghe della memoria di chi scrive.
Gli spettacoli, Ed eravamo felici – Una storia di naufragi, di e con Ana Woolf (drammaturgia di Ana Woolf e Letizia Quintavalla, collaborazione artistica di Letizia Quintavalla) e I maltagliati, scritto, diretto e interpretato da Sandra Pasini (co-regista Ana Woolf), sono stati ospitati all’interno del progetto Drammaturgie del destino. Le donne fra scritture della scena e della vita. Da Grazia Deledda alla drammaturgia contemporanea, ideato e diretto da Chiara Crupi (per approfondire le linee guida della rassegna si rimanda all’articolo.
Due interpreti, due donne, due storie che mettono al centro personaggi femminili che si raccontano, facendo emergere paesaggi e mondi vicini e lontani che prendono forma attraverso i loro corpi, le loro voci, i loro sguardi.

Se in Ed eravamo felici il personaggio di Niki rivive le tappe della propria esistenza e del proprio universo interiore con una matrice “visionaria” in grado di alimentare per l’intera durata della messinscena il viaggio della protagonista tra ricordi e incontri carichi di affetti, ne I maltagliati l’anziana donna che ripercorre la sua vita, mentre in scena si assiste al rito della preparazione del sugo per condire i maltagliati, appare una presenza “concreta” come la gente di cui rievoca amori, nascite, morti.
Di sicuro, tuttavia, il filo conduttore che lega i due lavori va rintracciato, a nostro avviso, in un aspetto fondamentale: nella capacità di entrambe le attrici di riuscire a dare vita davanti ai nostri occhi, pur mettendo l’accento su codici espressivi differenti, a un’umanità verso la quale riservano cura, attenzione e poesia.

Lo fa Ana Woolf/Niki quando – con cappello nero, completo giacca e pantaloni neri, su cui spicca una cravatta rossa, e un naso da clown – narra naufragi e diluvi che si abbattono su una collettività che sembra subire l’ira degli Dei soltanto perché ritenuta troppo felice. Donne e uomini sofferenti ai quali basta donare un sogno per consentire loro di rialzarsi tra quei banchi di sabbia fragili e sfuggenti come il tempo che scorre. O, forse, ancora più semplicemente offrire la possibilità di immaginare: arrivano al cuore e suscitano profonda emozione i momenti in cui la protagonista dialoga con il mare, con il tempo e, persino, con un microscopico animaletto invisibile che tiene delicatamente sulle sue dita e che imbarca insieme ad altre creature su quella sorta di Arca di Noè, facendo attenzione a non perderlo mai di vista e a non calpestarlo. È il più piccolo del gruppo e va trattato con riguardo.
Anche Sandra Pasini, nei panni di una donna in là con gli anni, in gonna e camicia bianche, fazzoletto nero legato dietro la nuca, si muove con religioso rispetto nella cucina allestita sul lato destro dello spazio scenico intenta a cucinarsi un bel piatto di maltagliati.
Tutto è disposto in modo ordinato: stoviglie, ingredienti, pentole, aglio, peperoncino… Si inizia avviando il sugo. Il tempo della cottura coincide con l’alternarsi di canti popolari, e non solo, che scandiscono e ripercorrono la vita della donna, trasformando lo spazio quotidiano e individuale in uno spazio di memoria collettiva. «Le canzoni popolari italiane», dichiara Pasini, «sono sempre state per me una fonte d’ispirazione per il modo in cui raccontano storie legate all’esperienza umana (…)».

Mentre il sugo bolle e il suo profumo si diffonde nella sala teatrale, l’attrice dà corpo e voce alle vite di uomini e donne attraverso il canto – di tanto in tanto alternato a versi e parole che provengono da una radio – accompagnato da chitarra e charango suonati con grande maestria dalla stessa attrice. È così che, insieme ai frammenti dell’esistenza dell’anziana donna, vengono riportati alla memoria storie (di amori, di lavoro, di lotte, di nascite e di morti) di un’umanità che altrimenti non avrebbe avuto alcuna libertà di espressione.

In entrambi gli spettacoli colpisce la generosità delle due attrici nell’offrirsi agli spettatori e alle spettatrici. Non si risparmiano mai: gesti, sguardi, movimenti, parole si caricano di un’energia dirompente che passa nella precisione “extra-quotidiana” delle azioni fisiche, trasformando la loro presenza in scena in “corpi-in-vita”, per dirlo con Eugenio Barba, con il quale Ana Woolf e Sandra Pasini condividono e hanno condiviso i principi dell’Odin Teatret e dell’antropologia teatrale. E sono proprio i loro corpi-in-vita a farci entrare in contatto con le storie narrate e a concederci la speranza di immaginare un mondo nuovo. In Eravamo felici Niki incontrerà la señorita: è lei la figura del cambiamento possibile; ne I maltagliati è la lunga tavola su cui è disposto il piatto fumante della tradizionale pasta a losanga, che poco prima l’attrice ha impastato e tagliato con destrezza e che nel finale mangia con gusto, a farci riflettere sull’importanza di ricucire i “sentieri” della nostra vita per comprendere e vivere appieno il presente.
