Linguaggi del contemporaneo all’Aquila con Human Dance di Carlo Lei

Il progetto Human Dance di Francesca La Cava, del quale ci ha parlato nell’intervista, si è avviato verso la conclusione, prevista per il 20 settembre, con due serate che ne delineano il carattere: una rassegna di giovani coreografi e coreografe, negli ambienti del recentemente ristrutturato Palazzo Benedetti, a due passi dalla piazza centrale dell’Aquila, e la messinscena di una creazione della stessa compagnia, in scena danzatori professionisti insieme ai partecipanti al laboratorio che si è tenuto nei giorni dal 14 al 18. Dunque: apertura al territorio, tentativo di dare spazio alla creatività delle giovani generazioni, proposta di compagnie di rinomanza (i Corpi liturgici di Roberto Zappalà andavano in scena il 16) in una città che prova a rientrare nelle direttrici della danza contemporanea di ricerca. Un territorio che, a giudicare almeno dalla generosa affluenza alle serate e alla robusta partecipazione al laboratorio, trova il modo di rispondere all’appello.
I quattro brevi soli visti nella serata del 18 (Eco di silenzio di Cassandra Bianco e Antonella Albanese, Cage di Claudia Gentili, Four / Now loading di Manolo Perazzi e Just a solo di Antonio Taurino), si dipanano negli ambienti del palazzo e invitano il pubblico a un percorso a tappe, collocandosi in sale dal carattere diverso. Il primo e l’ultimo dei lavori sono quelli che hanno le più interessanti frecce al loro arco. Di Just a solo diremo in occasione della replica romana prevista per il prossimo 26 allo Spazio Rossellini, accanto a un lavoro che vede la stessa La Cava in scena.

Eco di silenzio del duo pugliese riunito sotto il nom de plume di Esenco Dance Movement e preparato grazie alla residenza presso la Compagnia Fabula Saltica, riesce in una delle più specifiche missioni della danza: permettere allo spettatore di guardare con tutto il corpo, più che con i soli occhi, il lavoro che ha di fronte. Ciò avviene grazie al ricorso a una scrittura sintetica, che non consente annacquamenti nei tesi dodici minuti di durata, e preoccupata di ogni aspetto dell’oggetto in scena, a partire dalla drammaturgia del movimento fino alle pur semplici luci che, però, collocate dietro al semicerchio degli spettatori, ne proiettano le inquietanti e mobili ombre sui corpi della danzatrice. Né sfugge a chi guarda la calcolata occupazione dello spazio scenico che, inizialmente organizzata su una diagonale, va poi spostandosi su altre direttrici, o la cinèsi ora compressa, contratta, che poi si scioglie in più ampi compassi di gambe e archi di braccia, quando la tensione aumenta di scala, e un uso degli oggetti scenici essenziale, forse talvolta didascalico, ma senza sbavature e momenti di scrittura “automatica”. Ma, soprattutto, il lavoro ha nella trascrizione corporea immediata di un’emozione il suo punto di forza, ed è un punto che poggia sulla tecnica inappuntabile di Antonella Albanese (anche in scena) abile a tenere sempre teso un senso di terribile inquietudine, a partire dalle “mani in mano” con cui attende il pubblico, dallo sguardo sempre concentrato, mai assente. Nel complesso, si dà così vita a una danza segnata, piagata si direbbe dall’invincibile ossessione di un’ansia contagiosa.

Più articolato e corposo nell’impaginato è il lavoro della stessa Francesca La Cava, per e-motion, Resounding, debuttato a Cagliari lo scorso anno e in scena la sera del 19. Si tratta di un tentativo di integrazione tra la danza dei corpi e quella prodotta in realtà aumentata, sperimentata attraverso un’applicazione ad hoc, che una delle danzatrici attiva durante la performance. Come la stessa coreografa ammette in un’intervista, si tratta di «un supporto, un pretesto»: difficile non accorgersi di come a rimanere centrali siano i danzatori, specialmente in uno spazio già così segnato come Palazzo Benedetti. Spicca la loro qualità virtuosistica e l’aderenza a tre diversi stati dell’esistenza, sottolineati da cambi di costume e da cromatismi specifici delle luci, che trovano riscontro nelle tinte pastello delle pareti affrescate, nella più ricca sala del palazzo. Resounding ha, peraltro, una forma estremamente chiara dal punto di vista dell’organizzazione del materiale: a un prologo danzato in solo seguono sezioni giustapposte. La musica, performata dal vivo dal compositore e percussionista Marco Ariano, si avvale di un cospicuo set elettroacustico: talvolta i corpi, immersi in una scrittura sonora imprevedibile, sembrano sottoposti all’emissione acustica come a radiazioni che li attraversano, e anche laddove i movimenti si ritrovano in unisoni, il suono non decade mai a traino ritmico (pur non disdegnando la scansione). È sempre qualcosa che, invece, informa a un livello più interiore il moto dei corpi, con i quali, come gli elementi di un ensemble di free jazz, tesse sotto la superficie apparentemente discorde una tela organica. Parallelamente, essi attraversano momenti anche violentemente informali, da cui emergono brevi sezioni più rassicuranti, più leggibili.

Tutto Resounding sembra un organismo in ascolto, alla ricerca, inquieto, a volte introflesso ed ermetico: non si dà mai pace, né nell’incontro con l’animalità nelle brevi illuminazioni mimetiche, nelle bolle entro cui i cinque corpi si richiudono, o negli incontri, o nelle geometrie affascinanti che disegna per essi la coreografa.

È un discorso lungo e arduo, quello di Resounding, che lascia un po’ storditi, come un oggetto carico e vibrante. Finché non entrano in scena per un’ultima breve sequenza i partecipanti al laboratorio, a chiudere non solo il lavoro, ma il cerchio di Human Dance 2026.

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