B.Motion: vivere, osservare, rischiare di Renata Savo

Foto di Roberto Cinconze

A Bassano del Grappa (Vi), B.Motion, articolato in dieci giornate che rappresentano una vetrina dei linguaggi performativi – di teatro e danza – più sperimentali, prezioso segmento del cartellone sconfinato di Operaestate Festival Veneto (26 giugno-13 settembre 2026), la sensazione che si ha è quella di volersi trattenere ancora, magari uno o due giorni in più, per confrontarsi con la vasta gamma di formati e generi spettacolari che la sfida del direttore artistico Michele Mele anche per questa edizione 2026 ha proposto nei luoghi, teatrali e non, della città veneta.
Basterà prendere a riferimento le due giornate in cui ci siamo recati – il 24 e il 25 agosto – per cogliere il livello di rischio culturale che B.Motion ha messo in campo. La giornata del 24, prevista come un osservatorio sulla drammaturgia contemporanea (drammaturgia da intendersi in senso etimologico come “lavoro di azioni”, quindi legato ai processi di scrittura e composizione, anche coreografica), si è aperta, per noi, con la restituzione di due percorsi laboratoriali di danza a Villa Ca’ Erizzo. Il primo, Meet the choreographer/William Forsythe, workshop per bambini dai 7 ai 10 anni di Annika Pannitto, ha attirato particolarmente la nostra curiosità, per la capacità della coreografa di mettere in relazione gli uditori in platea con quanto veniva dimostrato in scena dai giovanissimi performer, alle prese con il metodo di composizione coreografica di William Forsythe, un metodo forte di un’indagine sui principi organici che regolano la composizione coreografica; principi che i giovani allievi sono riusciti a fare propri con coraggio e ostinazione. Durante la lectio magistralis dimostrata da giovani danzatori e danzatrici sul grande coreografo contemporaneo, di cui sono riusciti a emulare lo stile in maniera evidente, i bambini hanno imparato a collocare i propri gesti e moduli coreografici nello spazio e nel tempo dell’azione dimostrativa, riuscendo a fare squadra pur mantenendo una forte impronta individuale. Sicuramente un grande merito, oltre che alla recettività di questo gruppo di bambini, va alla qualità della trasmissione di saperi relativa al lavoro della conducente Annika Pannitto.

Foto di Giancarlo Ceccon

Nel pomeriggio inoltrato, presso il CSC San Bonaventura, al via il focus sulla drammaturgia contemporanea con l’anteprima nazionale de Il miracolo di San Sebastiano, che Matthieu Pastore firma e porta in scena, insieme a Giuseppe Affinito. Un testo che mette insieme in un pot-pourri originale iconografia cristiana, metateatro, estetica queer, anche riprendendo la struttura compositiva dello Stationendrama in cui la narrazione procede per quadri, come nella Via Crucis. I due attori, Pastore e Affinito, discutono informalmente su come andrebbe messo in scena il martirio di San Sebastiano, santo la cui immagine è diventata un’icona di sofferenza immediatamente riconoscibile: con il corpo legato a un palo e completamente trafitto di frecce. Il gioco teatrale tra i due personaggi, su chi deve interpretare il santo, se deve o non esserci l’esercito romano, come rappresentare il martirio e quello che accade immediatamente dopo, con l’arrivo di personaggi improbabili come una Sora Lella ante litteram nei panni della Santa Irene di Roma che curò le ferite di Sebastiano – e che qui rifiuta di farlo in quanto figura di mero accudimento e quindi stereotipo femminile – dimostra già una certa maturità di contenuto, anche visivo e illuminotecnico, e di intenti, nonostante le premesse, con i copioni alla mano (veri e propri arredi scenici), lasciassero intendere nei primi istanti del lavoro un livello di messa in scena piuttosto larvale.

La varietà di formati della giornata si manifesta bene nelle letture sceniche successive, a un livello di gestazione molto diverso, anche se un sottile filo conduttore attraversa le tre opere della serata, in una sorta di staffetta ideale: un omaggio a una rivoluzione queer è infatti I demoni. Un frammento, scritto e diretto da Domenico Ingenito insieme a Michele Eburnea, liberamente ispirato al romanzo di Dostoevskij.
E con Nel nido di Caterina Carpio, lettura scenica a seguire, si passa da una riscrittura all’altra, in quanto il testo è anch’esso tratto da un romanzo, The Bird’s Nest della scrittrice statunitense Shirley Jackson (1916-1965). La resa sul palcoscenico in questo secondo caso è puramente convenzionale, le interpreti disposte di fronte al pubblico Francesca Porrini, Cecilia Fabris e Giulia Heathfield Di Renzi insieme a Marco Cavalcoli (nei panni del neuropsichiatra Wright) incarnano le quattro frantumate personalità della stessa donna, Elizabeth, traumatizzata dalla morte per mano violenta della madre e accudita da una zia che sembra più interessata a gestirne l’eredità.

Foto di Giancarlo Ceccon

Martedì 25 agosto, invece, ampio spazio alla danza, declinata anche qui in molteplici configurazioni. È sempre una sorpresa, a ogni edizione, vedere come maturi il progetto Dance Well, pratica artistica che si rivolge principalmente a persone che convivono con il Parkinson e che ha sia scopi artistici che riabilitativi. Ogni anno il gruppo di performer di età e competenze molto differenti viene affidato a un/una coreografo/a diverso/a. Quest’anno è toccato alla compagnia Tumbleweed con base a Zurigo e a Bruxelles, assistito dalla danzatrice ucraina Hanna Kushnirenko. Il lavoro andato in scena nella palestra comunale Brocchi, La terra gira, convince per idee, tecnica e forte coesione interna. Quello che sembrava alla sua fondazione nel 2013 un progetto di ricerca altamente sperimentale, oggi dimostra il grande beneficio arrecato alle persone con disabilità causata dal morbo di Parkinson: benefici sul piano dell’interazione sociale, della qualità della vita, della salute motoria. Non si può che augurare a questo progetto made in Bassano del Grappa, ancora, lunga vita. E magari una circuitazione nazionale e internazionale.

Foto di Roberto Cinconze

Tre le diverse proposte della giornata abbiamo apprezzato soprattutto Where Do I Connect? di due estrosi artisti, il lituano Džiugas Kunsmanas e Adrian Carlo Bibiano, di origine canadese-messicana, che in prima nazionale hanno realizzato in Piazza della Libertà uno spettacolo del 2020 fortemente ispirato dalla situazione pandemica, tempi in cui il contatto fisico era diventato, più di quanto non lo fosse mai stato prima, un inviolabile e pericoloso tabù.
La performance comincia con i due performer che si muovono disegnando, entro il perimetro dello spazio attorno al quale il pubblico è seduto, traiettorie che ricordano da vicino la storica performance televisiva Quad (1981) di Samuel Beckett, in cui i corpi in una sorta di immaginario campo magnetico si incontravano e si voltavano evitando il centro come influenzati meccanicamente dalla sua presenza, facendo visualizzare una coreografia rigorosa e geometrica imperniata sulla costante impossibilità di scontro. Proseguendo su questa linea, che dà luogo a una crescente varietà di immagini coreografiche speculari, in cui un corpo diventa il negativo fotografico dell’altro, Džiugas Kunsmanas e Adrian Carlo Bibiano, sciolgono con fine gradualità la tensione minimalista del disegno per sfoggiare una danza sempre più acrobatica e impegnativa che lentamente spande il suo raggio d’azione per coinvolgere con esiti esilaranti spazi imprevedibili della grande piazza cittadina. Il finale, metafora della fine di un incubo, la violenta pandemia che ci siamo lasciati alle spalle, è una festa esplosiva di duetti e terzetti tra sconosciuti di ogni età.

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