Ormai la notizia è circolata e siamo tutti contenti. Milvia Marigliano, premio Duse 2025, ha ottenuto la nomination ai David di Donatello. Coco Valori (personaggio che interpreta nel film “La grazia” di Paolo Sorrentino) ha conquistato i cinefili e i teatranti esultano. Da un po’ il cinema si sta accorgendo del teatro e ha imparato a investire. Quel personaggio de La grazia di Paolo Sorrentino, opposto e complementare al protagonista interpretato da Toni Servillo, donna libera e spregiudicata, ironica, colta, dalla battuta affilata che non risparmia a nessuno, proprio quando il politically correct imporrebbe di tacere – pare scritto sulle sue corde.
Milvia, partiamo di qui: Coco Valori le somiglia molto, sembra scritto apposta per lei.
È merito del regista e delle sue capacità di scegliere meticolosamente attrici ed attori. Prima di scegliermi so che ha fatto molti provini. Inoltre, Paolo Sorrentino radica e costruisce i personaggi nella scrittura.
Certo che Coco è una donna colta, una critica d’arte, il linguaggio alto fa proprio parte del suo personaggio.
Sì, ed è stato bellissimo accorgersi che a Venezia (dove il film è stato presentato alla Mostra del Cinema nda) la gente ripeteva le sue battute. È un personaggio pericoloso, nel senso che è talmente caratterizzato nel disegno di una forte personalità, che finisce con il pagare il prezzo della sua libertà con la solitudine.

Eppure con Sorrentino non era la prima volta e sempre con personaggi forti.
Piccoli ruoli ma ben definiti, la perfida suor Antonia nell’ottavo episodio di The Young Pope e una posa in cui facevo una bella telefonata in Loro. Ma questa Coco è proprio un dono.
Coco è libera, provocatoria, ma è anche sola, non ha famiglia e vive per il suo lavoro. Anche in questo le somiglia?
Sì, io credo che la libertà abbia sempre un prezzo. La immagino alla sera, sola, a farsi un brodino. Io sono autonoma anche emotivamente, e quando non lavoro resto a casa. Chi mi conosce bene dice che sono un cane sciolto, anche nel lavoro non faccio parte di nessuna corrente.
È più difficile per le donne?
Sì, mancano i ruoli e raramente siamo chiamate a fare qualcosa di diverso dalla madre o dalla nonna. Io però ho avuto sempre una corrispondenza anagrafica con i personaggi che interpreto e vero è che più mi lamento più sono piena di lavoro. Ma forse mi tormento per scaramanzia.
Scaramanzia?
Credo sia un fatto caratteriale, da bambina avevo paura ad addormentarmi perché temevo di morire nel sonno.
Dopo una vita di teatro, il cinema cosa rappresenta?
Il cinema mi piace da morire. Al cinema si lavora per sottrazione, rispetto al teatro si tratta di diminuire. E con l’età e l’esperienza ti porti sulle spalle, negli occhi e nel cuore le gioie e gli abbandoni, per cui basta un’occhiata per esprimere un sentimento, un’emozione, forse anche un pensiero. Menomale, da un po’ di anni a questa parte, nel cinema si registra una tendenza crescente a scritturare attori di teatro.

Tornando al “cane sciolto”, è pur vero che con alcuni registi ha stabilito un rapporto di reciproca fiducia e continuità, penso per esempio a Valerio Binasco, a Filippo Dini (premio Duse 2025 vinto per I parenti terribili nda) e ad Arturo Cirillo, regista de Il raggio bianco, lo spettacolo dal testo di Sergio Pierattini che sta portando in tournée in questa stagione insieme a Linda Gennari e Raffaele Barca, prodotto dai Nazionali di Genova e Torino.
Binasco e Cirillo sono due proprio bravi. Sono stata molto fortunata. Come anche Pierattini di cui ho recitato anche altri testi. Io li definisco antropologi dell’anima, artisti che sono capaci di scavare, che non hanno paura di farlo.
E com’è questa madre de Il raggio bianco, logorroica e ladra di mestiere, con la complicità della figlia, che pare il suo esatto opposto?
Un personaggio quasi grottesco, che alla fine suscita quasi misericordia. Di un’ignoranza così ingenuamente disarmante che fa simpatia. Con quella risata finale che in realtà è un pianto, un lamento di fronte alla scatolina di biscotti piena di gioielli che le è stata rubata. Questa è una delle tante famiglie disfunzionali in cui l’essere ladre è secondario: al centro c’è il rapporto di dipendenza senza coscienza, sennò andrebbero in terapia.

C’è un momento molto divertente, in cui lei fa diventare la battuta “Dio che male” la citazione replicata di un urlo, come se prima ci fossero i due punti. Un testo tutt’altro che comico ma che vive anche grazie ai suoi tempi comici.
Un momento esilarante, quello. Io credo fermamente che si possa ridere anche facendo la tragedia. Se poi il testo ti offre il fianco come in questo caso non si deve perdere l’occasione. La scrittura di Pierattini è fortunatissima.
E quando il pubblico non ride, quando la risata non arriva laddove la si aspetterebbe, come la prende l’attore?
Ci sono città e città e pubblico e pubblico. In certi casi la connessione con l’attore è più difficile, e succede anche che nella stessa città il pubblico cambi profondamente di sera in sera. Un giorno è freddo, la sera dopo risate e applausi.
Il pubblico migliore dove lo ha trovato?
Senz’altro a Milano e non lo dico perché ci sono nata, ma perché a Milano si ha da sempre la fortuna di vedere di tutto, generi di teatro molto diversi, italiani e stranieri, il pubblico è abituato ed è più libero. Se si rappresenta Medea e c’è da ridere, il pubblico ride senza vergognarsi.

Ricordo che risi moltissimo di fronte alla scena di E la notte canta, il testo di Jon Fosse diretto da Valerio Binasco, quando lei tornò indietro a riprendersi i fiori che aveva omaggiato. Una scena surreale.
Da parte della tipica madre anaffettiva a proposito della quale Valerio mi disse “ricordati che alla fine mi sparo anche a causa di questa madre anaffettiva”. Fosse scrive battute cortissime in cui dentro devi costruire il senso. Era la prima volta che lavoravo con Valerio che mi aveva vista ne Il ritorno di Pierattini.
Ecco, appunto. Un’altra famiglia disfunzionale, un altro testo tra il tragico e il grottesco dove qua e là scappava persino qualche risata.
Perché Pierattini riesce a costruire personaggi di una tale ignoranza sentimentale che poi finisci per riderne.

E alla fine del suo viaggio ha riso anche Ombretta Calco, la protagonista dell’omonimo monologo (regia di Peppino Mazzotta; debutto 2015) ispirato da un incontro casuale avvenuto a Milano tra Pierattini e una donna sconosciuta seduta su una panchina. Capita anche a lei di ripercorrere la sua vita senza risparmiarsi?
Tutti i giorni faccio il ripasso della mia vita tra frustrazioni, rimpianti, nostalgie, malinconie di cui do sempre la colpa a me. Questo tormento dell’anima non mi passerà mai. Mi nutro di tormenti, ma, come le dicevo, è un fatto caratteriale.
Tornando al teatro in senso stretto, secondo lei ha ancora senso la differenza tra il classico e il contemporaneo?
Se il classico è fatto bene diventa contemporaneo. È il modo di affrontarlo a renderlo contemporaneo. Non si tratta di tradire l’autore ma di avvicinarlo a noi attraverso il rapporto concreto con la parola, in modo che i tormenti dei personaggi siano i nostri stessi tormenti e la domanda, di fronte alla tragedia, sia “ma come finirà?”.
Come se già non la conoscessimo. Soltanto così la catarsi è possibile. Le piace il teatro in circolazione?
In circolazione, c’è del teatro che non mi piace, ma ci sono anche registi capaci di grattare la materia per farla entrare nella nostra pelle.
È vero che farà parte del cast del Goldoni diretto da Binasco che aprirà la stagione 2026 – 27 del Teatro Stabile di Torino?
È vero.
Il titolo?
Non so se posso dirlo.
Via, lo dica…
Una delle ultime sere di Carnovale.
