Il contemporaneo declinato al futuro. Intervista a Fabrizio Pallara di Renata Savo

Torna a Roma dall’8 al 12 aprile il Festival Contemporaneo Futuro, la sesta edizione diretta da Fabrizio Pallara, regista e fondatore della compagnia dall’attività quasi trentennale teatrodelleapparizioni con sede a Roma. L’unico festival dedicato al teatro per le nuove generazioni organizzato da un Teatro Nazionale, il Teatro di Roma. Negli spazi del Teatro India e del Teatro Torlonia si installerà un’accurata vetrina di arti performative per un pubblico di tutte le età, seguito da operatori di settore provenienti da tutta Italia in cerca di spettacoli da inserire nella prossima Stagione. Tra le proposte, anche spettacoli per un pubblico di piccolissimi, come A piedi nudi, una produzione Déjà Donné (10 aprile, ore 9.30 al Teatro India), e Scotch – un gioco targato ABC- Allegra Brigata Cinematica, di e con Serena Rossi (11 aprile, ore 11.00 al Teatro India).
Non solo spettacoli, ma anche incontri, proiezioni e percorsi, per confrontarsi e ragionare sulle forme dello sguardo, sul che cosa significhi fare teatro e guardare uno spettacolo lasciandosi attraversare dallo stupore dei bambini: di tutto questo abbiamo parlato al telefono con Fabrizio Pallara.

Foto di Costanza Maremmi

Sei regista e hai fondato quasi tre decadi fa, nel ’99, la compagnia teatrodelleapparizioni. Come hai deciso di passare anche alla curatela di un festival, e in particolare come sei arrivato a concepire, sei edizioni fa, Contemporaneo Futuro?

La scelta di iniziare a occuparmi di curare una vetrina come Contemporaneo Futuro nasce dall’esigenza di provare ad avere una cura, da artista, che avrei voluto (e che vorrei ricevere) ogni volta che vengo ospitato all’interno di una programmazione. Sei anni fa, con Sara Ferrari, che con me all’inizio ha pensato e progettato il festival, e al tempo organizzatrice del teatrodelleapparizioni, abbiamo cercato un modo per prenderci cura degli artisti, mettendoli nella condizione migliore possibile per presentare il loro lavoro. Nello specifico, all’interno delle vetrine e dei festival si presentano gli spettacoli, spesso per la prima volta, davanti ad operatori: si tratta di un momento di enorme fragilità. Le condizioni che con Sara Ferrari (che ora lavora all’interno dell’ufficio di programmazione del Teatro di Roma: trovo interessante che si prosegua comunque insieme un cammino) abbiamo cercato di ricreare sin dalla prima edizione sono conseguenti al fatto, prima di tutto, di non mettere troppi spettacoli durante la giornata nella vetrina, sia per consentire agli operatori di avere un tempo per leggerli ed esperirli senza accumulare troppe informazioni, sia per offrire un tempo maggiore per il montaggio.
Accanto a ciò, sin dall’inizio abbiamo pensato che fosse importante anche concedere uno spazio in cui gli operatori e gli artisti – e a volte anche il pubblico – potessero confrontarsi su che cosa significhi fare teatro. È sorto così anche il bisogno di parlare di altro, da qui la nascita di Teatro e Altrove: momenti curati da vari intellettuali nel corso del tempo, che hanno potuto farci riflettere su temi diversi e sul senso più profondo del nostro lavoro (la sezione quest’anno è a cura di Roberta Ortolano).

Contemporaneo Futuro seleziona spettacoli che possano riflettere davvero una “ricerca” sul teatro per le nuove generazioni. Di conseguenza, scoviamo le compagnie, gli spettacoli e i progetti che siano in stretta relazione con il contemporaneo e che si rivolgano a un pubblico molto ampio. C’è infatti per ogni spettacolo una fascia di età “di partenza” ma non di “fine”: anche questo è un altro elemento importante che definisce Contemporaneo Futuro.
Aggiungo che sin dalla sua prima edizione il festival ha cercato di intercettare anche progetti che non fossero spettacoli. Presentazioni di libri, installazioni, mostre: quest’anno, per esempio, abbiamo accolto il documentario a cura dell’Assitej Italia Basta favole!, diretto da Alessandro Scillitani, sulla storia del teatro ragazzi.
Riteniamo che ci sia bisogno di accogliere e far frequentare anche altre forme d’arte che si rivolgano o che si interroghino sulle nuove generazioni e il festival nel suo piccolo cerca di farlo ogni anno in modi diversi.

Andiamo ancora più indietro, alle origini della poetica della compagnia, tra le più interessanti del teatro di ricerca per le nuove generazioni che abbiamo in Italia. Come nasce l’interesse, anche a livello personale, di coltivare un teatro per le fasce di pubblico più giovane? Cosa ti ha portato a comprenderne le dinamiche, le tecniche, il gusto anche, se vuoi. C’è anche qualcosa di più strettamente autobiografico (come può essere, ad esempio, l’essere diventato genitore) che ti ha orientato nel volerti occupare di un teatro più accessibile nel linguaggio (e di qualità al tempo stesso)?

Successe che a un certo punto il Teatro delle Briciole di Parma all’epoca diretto da Alessandra Belledi e Flavia Armenzoni chiese alla compagnia teatrodelleapparizioni – che si occupava di teatro di ricerca per adulti – di realizzare uno spettacolo per le nuove generazioni. Nacque La stanza dei segreti (2006). Quell’incontro con i ragazzi e i bambini ci diede la possibilità di capire che il lavoro che stavamo cercando di fare voleva portare gli spettatori a riappropriarsi della capacità di guardare il mondo con gli occhi dei bambini, ritrovando quella meraviglia che spesso nell’adulto si perde. In quel momento comprendemmo quanto il pubblico bambino riuscisse a connettersi con la meraviglia in modo molto più semplice e immediato: i bambini, appunto, non hanno bisogno di essere sedotti per meravigliarsi, hanno bisogno di onestà, di essere ascoltati in modo profondo e diretto. Questa per me è stata una rivelazione. Da quel momento non ho più smesso.

Penso che poter parlare ai bambini e alle bambine e al pubblico in formazione sia un motore per porsi delle domande radicali e importanti su ciò di cui ti stai occupando come artista. Oltre a essere diventati i nostri interlocutori privilegiati nella ricerca della compagnia, ne sono diventati anche le muse ispiratrici (ma forse lo sono sempre stati). I bambini sono spettatori che meritano attenzione, cura e allo stesso tempo non si deve immaginare uno spettacolo pensando a loro come a un pubblico minoritario, che ha delle mancanze. Anzi, al contrario, ha delle potenzialità in più. Potenzialità che per l’artista sono delle occasioni straordinarie per poter guardare altrove, dentro e più profondamente nelle cose.
Ciò che più mi stupisce tutte le volte che facciamo spettacoli per ragazzi e ragazze e per bambini e bambine è il fatto di vedere comunità diverse che insieme, in platea, riescono a dialogare. Adulti e bambini che nella loro compresenza trovano il modo di influenzarsi reciprocamente, mantenendosi sempre come una platea viva, che interagisce, che risponde, che non asseconda ciò che fai ma, al contrario, mentre sono lì continua a farsi domande (e spesso le domande sono fatte ad alta voce). È come se ci fosse un cerchio, in cui chi è sulla scena racconta ma mentre si racconta, dalla parte opposta, il pubblico dei bambini riesce a raccontare ancora. Ci sono quindi un’influenza e uno scambio costanti, penso che questo dovrebbe sempre esserci quando si sta a teatro. Il pubblico degli adulti riesce a ritornare a uno stato di meraviglia proprio influenzato dalle piccole persone che sono accanto a loro. Perché se è vero che i bambini a teatro non possono andarci da soli, e quindi sono gli adulti che ce li portano, in realtà sono poi i bambini che quando sono a teatro, e vedono uno spettacolo che li tocca e li emoziona, riescono a portare sempre più dentro, all’interno della visione e della meraviglia, gli adulti che li hanno accompagnati.

Quanto al fattore autobiografico e genitoriale, ho iniziato a occuparmi di teatro per le nuove generazioni senza essere genitore, lo sono diventato dopo. Adesso ho due figlie, che continuano a pormi delle domande sulla mia condizione, da artista e da genitore. In realtà questa cosa non ha mai cambiato il mio modo di approcciare al teatro per le nuove generazioni, semmai lo ha alimentato ancora di più. Se devo concentrarmi su un motivo per cui ho iniziato a parlare a loro è perché sentivo che c’era una parte di me bambina che ancora oggi è lì, e a cui cerco di riferirmi. C’è un costante scambio nelle domande che mi pongo, quando penso a uno spettacolo per ragazzi/e e bambini/e: mi domando quanto a me effettivamente quella cosa interessi, sia al me adulto sia alla parte di me bambina, più fragile ed esposta. Se c’è un bisogno mio, personale, che coincide o almeno penso che possa coincidere anche con un bisogno dei più giovani, allora penso di essere sulla strada giusta per iniziare a pensare e a costruire uno spettacolo.

C’è stato un momento in cui, da regista, hai capito che quello che state facendo da molto tempo come compagnia ha un riscontro positivo sulla realtà? Visto che si parla spesso di come il teatro, se di qualità, possa avere effetti molto positivi sul piano educativo e sociale, essere una sorta di “medicina” buona.

Io penso che il teatro e l’arte siano da questo punto di vista inutili: rivendico fortemente questo pensiero. Il teatro per le nuove generazioni, come il teatro per adulti, non deve essere didattico o educativo, non deve migliorare le vite delle persone che possono usufruirne. Il teatro è un’esperienza e come tale può andare in una direzione o in un’altra, non si sa cosa possa generare. Non penso che il teatro sia positivo o negativo, il teatro deve cercare di smuovere delle emozioni, dei pensieri. E deve farlo con cura.  Non basta, certo, il tempo dello spettacolo a cambiare le cose. Quel seme che riesce a installarsi nella mente, nel cuore, di chi guarda, poi, con il tempo si trasforma, muta e trasforma chi lo ha visto insieme a tantissime altre esperienze. Non cercherei quindi una funzione positiva del teatro, continuo a pensare che il teatro sia un’esperienza e la cosa più bella è che una delle poche esperienze collettive.

Non è tanto importante lo spettacolo in sé, ma la culla che il teatro rappresenta: un luogo, un’agorà, uno spazio in cui delle persone insieme provenienti da varie generazioni possano vivere un’esperienza e poi possano parlarne, confrontandosi su quello che è successo, ponendosi dei dubbi, raccontando le emozioni che quel lavoro ha generato. Ecco, quelle sono le occasioni, diciamo, positive. Di quelle emozioni, positive o negative che siano, se ne può parlare perché l’esperienza, appunto, è un’esperienza condivisa. Il teatro per me non è una medicina, ma la possibilità di guardare dove forse non abbiamo ancora guardato. Quell’altrove verso cui volgiamo lo sguardo quando guardiamo uno spettacolo che potrebbe farci capire qualcosa di noi, offrendoci la possibilità di parlarne con chi ci era accanto (che magari può avere un punto di vista completamente diverso).

Foto di Moni

Le compagnie ospitate per questa sesta edizione – Consorzio Balsamico, Kinkaleri, Déjà Donnè, Compagnia Brat, Kanterstrasse, Teatro Koreja – Babilonia Teatri, ABC- Allegra Brigata Cinematica, Chiara Frigo/Zebra Cultural Zoo, Compagnia Crile, Compagnia Dimitri/Canessa – sono tutte o quasi compagnie che non si occupano in maniera esclusiva di un teatro per le giovani generazioni, seppure si siano distinte anche in questo segmento con alcuni lavori bellissimi, che infatti si potranno vedere in questa occasione a Roma. È una scelta curatoriale, intendo quella di portare a conoscenza del pubblico adulto un “altro” lato, meno conosciuto, di alcune note realtà del teatro contemporaneo?

Sì, molte delle compagnie ospitate al festival quest’anno – ma è successo anche tantissime altre volte – si occupano e fanno spettacoli anche di teatro per adulti. Mi sembra molto interessante immaginare compagnie come queste mentre si rivolgono anche ai bambini o ai ragazzi. Succede spesso che quando si abita un luogo ci si abitui, e quindi si resta all’interno di codici e linguaggi che spingono a volte a ripetersi. Nel momento in cui, invece, ci si sposta in altri ambiti, se ne si ha la possibilità (e il coraggio), ci si continua a stupire. È ciò che fanno queste compagnie, si occupano di teatro per adulti e hanno la volontà, l’intenzione, di fare spettacoli per le nuove generazioni. Continuano a farsi domande diverse, a confrontarsi con pubblici diversi e quindi a stupirsi, a non rimanere comodi nella loro zona di comfort.

Diciamo che la ricerca di Contemporaneo Futuro si concentra su quelle compagnie che fanno un teatro popolare d’arte: un teatro di ricerca che ha la volontà di comunicare a più livelli e a più persone possibile. Credo che in modi diversi queste compagnie lo abbiano sempre fatto, e in questa occasione, con gli spettacoli che si potranno vedere a Contemporaneo Futuro, lo faranno.
Da parte mia la scelta degli spettacoli viene fatta anche sui progetti: non sempre, anzi, quasi mai vedo gli spettacoli che poi vengono programmati. Mi fido della progettazione e del percorso della compagnia, e quindi della proposta che si basa su una ricerca che si sta coltivando. Mi interessa la creazione che ha poco a che fare con il prodotto finale, ma più con un percorso che si sta compiendo. C’è una fiducia nei confronti degli artisti che poi vengono ospitati all’interno del festival e c’è una volontà di accogliere dei pensieri diversi sulle nuove generazioni fatti da persone che a loro volta stanno compiendo un viaggio.

Roma è la città in cui la tua compagnia ha sede. Vero è che non mancano spazi per il teatro ragazzi (potremmo citare – se sei d’accordo – il Teatro Verde a Trastevere, il Teatro Mongiovino degli Accettella, così come il Teatro Sancarlino nel parco di Villa Borghese), ma non pensi che potrebbero essere un po’ implementate le occasioni, e anche, perché no, il numero di produzioni, per le famiglie di andare a teatro anche con bambini di fascia 0 -3 anni? Molto spesso diventa impossibile prenotare posti per spettacoli di questa fascia di età perché – ne sono pienamente convinta – la domanda supera l’offerta.

Sì, esistono questi spazi, che hanno una programmazione di teatro per le nuove generazioni. Manca però uno spazio che non sia solo un teatro che programma. Ci vorrebbe uno spazio culturale che contenga un teatro, con tempi di apertura larghi e che sia abitato da famiglie, bambini e bambine, ragazzi e ragazze, dai cittadini. Uno spazio che accolga un tempo diverso di fruizione. Penso che a Roma manchi uno spazio aperto ai giovani e alle nuove generazioni in questo senso, un centro culturale che dia la possibilità anche di programmare spettacoli per fasce di età di bambini più piccoli, che poi è quel target di pubblico che sembra non venire mai al primo posto. Nello specifico c’è una vera mancanza di investimento in questa direzione, la politica dovrebbe occuparsene.

In questa edizione di Contemporaneo Futuro c’è una buona percentuale di spettacoli che si rivolgono alla fascia d’età dei più piccoli, con molta danza, perché penso che – anche se non è l’unica – sia una forma privilegiata per interagire con quella fascia d’età. Per parlare ai bambini piccoli, pensare a degli spettacoli per le fasce di età 0-3 o 3-4 anni, bisogna farsi delle domande molto complesse. Non è affatto facile gestire una creazione di questo tipo, perché bisogna pensare che dall’altra parte ci sono degli spettatori che stanno diventando degli spettatori. Diventa necessario interrogarsi su che cosa significhi guardare, contemplare, essere spettatori.
Immaginare che ci sia qualcuno che non è abituato a essere spettatore ti dà la possibilità di sperimentare linguaggi che sono alla base della relazione. Questo davvero conduce la tua ricerca in zone sconosciute, sempre più interessanti, proprio perché riguardano il senso della comunicazione attraverso lo strumento del teatro.

Per tutte le informazioni e il programma completo del Festival Contemporaneo Futuro si consulti il sito: teatrodiroma.net

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