Le scelte che abbiamo fatto ci hanno portato fin qui?: l’“Antigone” di Roberto Latini di Carolina Germini

Foto di Manuela Giusto

In fila, come in una processione, attraverso le rovine di una civiltà scomparsa, si raggiunge il ventre del teatro romano di Ostia. È già questo il primo rito collettivo a cui siamo chiamati e che segna l’inizio del processo catartico a cui la tragedia ci condurrà. In fondo alla scena, si stagliano in alto le chiome dei pini marittimi, presenze forti che vegliano e custodiscono il luogo in cui ci troviamo e la magia di ciò che sta per compiersi.
Proprio in questa atmosfera sacra prende vita l’Antigone di Jean Anouilh, con la regia di Roberto Latini.
Il primo personaggio a comparire sulla scena è la Nutrice, interpretata magnificamente dall’attrice Manuela Kustermann, che ricopre anche il ruolo del Coro.
La sua presenza scenica ha il potere di ipnotizzare. A renderla ancora più magnetica è la maschera bianca che indossa. Per lei, così come per gli altri personaggi, Latini sceglie infatti di recuperare questo elemento del teatro antico e di farci immergere, ancora di più, in una dimensione senza tempo. Oltre a questa scelta, Latini ne compie un’altra altrettanto radicale: far interpretare ad attrici donne personaggi maschili e assegnare a sé stesso quella del personaggio femminile principale, Antigone. Latini destruttura così i confini identitari imposti dal genere, creando uno spazio scenico in cui i corpi e le voci non sono più vincolati a ruoli prefissati.

La figura della Nutrice, assente nella versione dell’Antigone di Sofocle, ha nell’opera di Anouilh un ruolo fondamentale, di cui Latini sceglie di restituire tutto il peso. È lei a raccontare e a svelare la vera natura di questa ragazza: il suo essere da sempre diversa dalla sorella Ismene e da tutte le altre per la sua natura selvaggia e il suo carattere duro e indomabile.
La scena si apre così: la Nutrice si sveglia e non trovando Antigone nel letto, entra in allarme. Questa sua preoccupazione è il primo segnale che ci avverte della gravità di ciò che si prepara ad accadere. Ma se lo scambio tra lei e Antigone ha ancora i toni giocosi dell’infanzia, per il modo affettuoso con cui la Nutrice si rivolge alla fanciulla, l’arrivo di Ismene apporta una tensione completamente nuova, che ci presenta un’Antigone già ostinata e inarrestabile.

Foto di Manuela Giusto

È un dialogo serrato quello tra le due sorelle, troppo distanti per comprendere le ragioni l’una dell’altra: Ismene ha un animo razionale e misurato, prevede e calcola i rischi di ogni azione. Antigone, invece, come Jacques Lacan la descrive, insegue solo il suo desiderio, tanto da esserne accecata. È in questo aspetto che, per lo psicanalista francese, risiede l’essenza tragica di questo personaggio, che in un verso del testo sofocleo dichiara di essere “nata non per odiare ma per amare”.

Latini riesce a restituire la differenza abissale tra le due sorelle, presentandoci una figura quasi spettrale di Ismene, interpretata da Silvia Battaglio. Nella sua quasi immobilità sulla scena, Ismene sembra già morta per il destino che la sorella ha scelto, Antigone invece ci appare ancora assolutamente viva. Significativa è la scelta di Latini di ridurre, più avanti, la presenza scenica di Ismene ad una sola “voce”, che ci arriva attraverso una telefonata, ultimo inutile tentativo di dissuadere la sorella.

Nel dialogo che Anouilh costruisce tra Antigone e Ismene, che somiglia in realtà più a uno scontro, Antigone mostra la sua insofferenza per tutte quelle regole a cui da sempre è stata costretta dalla famiglia e a cui oppone un vitalismo sfrenato. E questo emerge in tutta la sua potenza quando Ismene, cercando di farla ragionare, le domanda ingenuamente: «Tu non hai voglia di vivere?» e Antigone, che abita un’altra parte di mondo, è pronta a rispondere furiosa: «Io non ho voglia di vivere? Chi si alzava la mattina presto per sentire l’aria fredda sulla pelle nuda? Chi si addormentava per ultima soltanto perché non ne poteva più per la stanchezza, per vivere ancora un po’ la notte?».
Questo modo di essere si riflette anche e soprattutto nella decisione di morire per seppellire il fratello. Antigone, ventenne affamata di vita e di giustizia, non conosce compromessi, come dimostra l’incontro con Creonte, qui interpretato con straordinaria intensità da Francesca Mazza.

Foto di Manuela Giusto

Anouilh ci presenta un personaggio del tutto diverso da quello sofocleo. Creonte, pur incarnando anche qui la legge dello Stato, non ha nulla a che vedere con quella figura intransigente che conosciamo. È una figura complessa, che cerca, così come Ismene prima, di far ragionare Antigone e di metterla di fronte alle possibilità infinite che ancora la vita le offre.
Di fronte a questa ostinazione neppure Emone, l’innamorato di Antigone, può niente. A questo personaggio, reso magistralmente da Ilaria Drago – la cui bravura ci lascia senza fiato quando interpreta una delle guardie incaricate di sorvegliare il cadavere di Polinice, non resta che inseguire il desiderio di Antigone.
Per il padre di Emone, Creonte, invece, quello di Antigone è quasi un capriccio, un ostacolo che basta aggirare. Ancora una volta, siamo di fronte ad un altro dialogo impossibile: Antigone non conosce possibilità di mediazione e non può quindi comprendere le parole sagge di Creonte. Tutto il suo essere, infatti, è radicato nelle scelte che ha fatto e non in quelle a cui ha rinunciato. Come se le direzioni delle nostre vite si determinassero soltanto attraverso queste due possibilità e non esistesse altro.
È per questo che, quando sul palco compaiono delle televisioni che insieme formano la scritta “le scelte che abbiamo fatto ci hanno portato fin qui” capiamo che la posizione di Antigone, è come scrive Lacan, “a-fine-corsa”; il limite radicale che, al di, del bene e del male, preserva i valori che ha scelto di rispettare, la purezza a cui Antigone non è disposta a rinunciare.

Antigone

di Jean Anouilh
traduzione Andrea Rodighiero
regia di Roberto Latini
con Silvia Battaglio, Ilaria Drago, Manuela Kustermann, Roberto Latini, Francesca Mazza
scena Gregorio Zurla
costumi Gianluca Sbicca
musica e suono Gianluca Misiti
luci e direzione tecnica Max Mugnai
in collaborazione con Bàste Sartoria
produzione La Fabbrica dell’Attore Teatro Vascello e Teatro di Roma – Teatro Nazionale. 

Teatro Ostia Antica Festival, Teatro romano di Ostia, 18 e 19 luglio 2025.

Courtesy Ostia Antica Festival
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