L’ “Antigone” in danza di Øyen: una tragedia femminile di Renata Savo

Foto di Mats Bäcker

Figlia dell’amore incestuoso tra Edipo e Giocasta, Antigone, protagonista dell’omonima tragedia di Sofocle, sacrifica la sua vita per assicurare gli onori funebri al fratello Polinice e si scontra con la legge rappresentata dal re di Tebe Creonte, che per motivi politici non vuole concederli.

Diventato un personaggio paradigmatico, Antigone è sinonimo di rivoluzione: incarna il simbolo dell’emancipazione femminile, della lotta tra padri e figli, tra legge umana e divina, tra legge della famiglia e legge di Stato. Sembrerà strano, eppure c’è qualcosa che stride moltissimo con l’oggi nell’esperienza dell’Antigone in danza del coreografo norvegese Alan Lucien Øyen, operazione raffinata compiuta nel segno della fusione di teatro e danza, che vede in scena nomi storici del Tanztheater Wuppertal di Pina Bausch – Héléna Pikon, Julie Shanahan, Nazareth Panadero, Fernando Suels Mendoza – affiancati da Douglas Letheren, arrivato in compagnia nel 2016, Antonin Monié dell’Opera di Parigi e membri della Winter Guests di Øyen.

Il lavoro, di assoluto richiamo per la composizione del cast, è andato in scena in prima mondiale al Teatro Argentina di Roma per il Teatro Ostia Antica Festival. Il modo però in cui la regia di Øyen interpreta l’Antigone di Sofocle sembra distante dall’attualità, diciamo anche anacronistico. Nonostante il vastissimo panorama di violenze e di sofferenze su scala mondiale che affliggono il nostro presente, e il potenziale, enorme, racchiuso nel testo di Sofocle – si pensi per esempio a Ismene che dice: «Dobbiamo piegarci a chi è più forte di noi, obbedire agli ordini, anche peggiori di questi. Io darò retta a chi comanda e chiederò perdono ai morti: è così e non posso farci niente. Che senso ha tentare l’impossibile?» – Øyen si limita ad approcciare Antigone come fosse una tragedia femminile. Ecco che allora la storia di Antigone che si impicca nella tomba dove Creonte l’ha rinchiusa per aver disubbidito ai suoi ordini e aver seppellito il fratello Polinice (considerato un traditore della patria), riguarda le violenze subìte da tutte le donne in senso universale (da tutte, e quindi da nessuna).

Foto di Mats Bäcker

Sarà l’autocompiacimento degli spettatori plaudenti a fine spettacolo, pieni di sé per aver assistito a un lavoro complesso e sovraccarico di “più” – lungo più del necessario, pomposo più del necessario – sarà per il presente in cui viviamo, un tempo molle, silente e omertoso, incapace di prendere le giuste decisioni per salvaguardare clima, vite, pace. Sarà per questa diffusa repulsione verso il presente, che di conseguenza fa incrinare la credibilità con cui un artista come Øyen riflette sul senso del passato e sull’eroina tragica classica (al centro proprio dell’edizione del Teatro Ostia Antica Festival. Il senso del passato, firmata da Luca De Fusco), o sarà per il modo stridente, disarmonico, in cui il coreografo decide di approcciare il mito imperituro di Antigone e tutto ciò che esso si trascina da secoli, quel tumulto di impressioni che abbracciano insieme ricerca di giustizia, ribellione, lotta fra il riconoscimento dei valori individuali e l’adesione alle leggi di stato.

Sarà per tutte queste ragioni messe assieme che non basta un cast stellare per apprezzare la cura dell’allestimento, per farci sentire a nostro agio. Non basta la qualità indiscutibile dell’agire in scena dei danzatori, perfettamente teso a rispecchiare gli stilemi di danza di cui i loro corpi sono intessuti, non basta una scenografia potente e funzionale, essenziale, che richiama la città in cui si svolge la tragedia, con le sette porte della città di Tebe disposte a semicerchio come nella cavea teatrale, e quindi spazio di riflessione, di discussione, di confronto con le proprie paure sin dall’antichità, e su cui si proietta lo sguardo introspettivo e fugace di una telecamera che riprende lembi delle figure danzanti, quei corpi ancora prestanti e virtuosi nonostante i segni naturali del tempo.

Non basta tutto questo per dirci che la tragedia di Antigone potrebbe essere quella del nostro tempo, una tragedia attuale. Lo è stata, forse, con il Living Theatre o con i Motus, con gruppi teatrali, insomma, che hanno avuto e hanno all’interno della propria visione artistica anche un impeto di rivoluzione. Ma oggi, guardando questa Antigone, si comprende che non c’è l’intenzione di affrontare a mani nude il presente, ci si accontenta di contemplare il passato. Antigone sembra, attraverso la visione di Øyen, una tragedia destinata a essere travisata, resa inaccessibile, dissolta, sconnessa, portata lontana, purtroppo, dal tempo che stiamo vivendo. In poche parole, una grande occasione mancata.

Foto di Mats Bäcker

Antigone

regia e coreografia Alan Lucien Øyen
con Enoch Grubb, Douglas Letheren, Pascal Marty, Antonin Monié, Nazareth Panadero,
Héléna Pikon, Julie Shanahan, Fernando Suels Mendoza, Meng-Ke Wu
collaboratori creativi Daniel Proietto, Andrew Wale
scene Åsmund Færavaag
costumista Stine Sjøgren
luci Martin Flack
suono Gunnar Innvær
video Mathias Grønsdal
responsabile tecnico Chris Sanders
direttore di scena Daniel Hones
responsabile costumi Anna Lena Dresia
produttore esecutivo Essar Gabriel
produttrici Ornella Salloum / per winter guests: Syv mil v/Tora de Zwart Rørholt / Ingrid Saltvik Faanes
immagine Ghost-Copyright Alan Lucien Øyen
produzione Winter Guests
in coproduzione con Fondazione Teatro di Roma, The Norwegian Opera and Ballet
con il sostegno di Arts Council Norway, Città di Bergen
supporto per lo spazio prove gentilmente offerto da Pina Bausch Zentrum.

Teatro Ostia Antica Festival, Teatro Argentina, Roma, 22-24 luglio 2025.

Condividi facilmente: