Krapp e la vita che riposa in una bobina di Alessandra Bernocco

Foto di Laila Pozzo

Se penso ai diversi Krapp di cui ho ricordo – Glauco Mauri, Giancarlo Cauteruccio, Bob Wilson: soprattutto Bob Wilson – penso più ad astrazioni che a uomini reali. Categorie della mente che fa i conti con il tempo, anch’esso categoria nuda e scarnificata.

Ma sarà la distanza, sarà che la memoria arriva dopo un naturale processo di decantazione, o sarà proprio Beckett che funziona così, lasciandoti galleggiare nel non senso comune, senza appigli reali e riferimenti concreti, che ci riguarda per il solo fatto di esistere.
Oppure no e allora può essere utile una nuova immersione per renderci conto che anche in Beckett circola sangue, c’è carne, ci sono pesi e ingombri che precedono ogni astrazione.
Tornare lì, nel coagulo di vita che ribolle attraverso i ricordi innescati da un nastro, è come un’esperienza che si rinnova ogni volta, avvisandoci con inesorabile ritardo e contro ogni possibilità di rimonta che il non senso in cui siamo smarriti è il prodotto di scelte e omissioni e sbagli e inganni e autoinganni, molto più concreti e incombenti, mai scongiurati una volta per tutte.
Ripetibili, purtroppo, come il nastro, anzi i tanti nastri di Krapp, dimostrano. Anche la storia del singolo poco insegna al singolo.

Sono considerazioni nate dopo avere assistito al doppio spettacolo di Ferdinando Bruni diretto da Francesco Frongia che ha debuttato al Teatro dell’Elfo di Milano l’8 aprile 2026 (repliche fino al 17 maggio), L’ultimo nastro di Krapp e Quella volta, due testi scritti a vent’anni l’uno dall’altro, rappresentati a ruota nella sala Bausch, la più piccola e raccolta delle tre sale del teatro di corso Buenos Aires intitolate anche a Shakespeare e Fassbinder.
Qui, in uno spazio ulteriormente raccolto che dello spettacolo è un’idea particolarmente riuscita – un cubo dalle pareti di velatino in cui si concentra lo sguardo e l’attenzione del pubblico, come un centro di gravità – Bruni ha ricordato che Krapp era stato incantato dagli “occhi incomparabili” di una donna dalla “bellezza bruna” in cui c’era “tutto quello che questa palla di fango può contenere”.

Foto di Laila Pozzo

Palla di fango: se la montagna di terra di Giorni felici è sacra immagine di repertorio, la parola “fango” sembra quasi una licenza, come il “petto” della stessa donna che passeggiava con la carrozzina, come l’intimità dei corpi di cui si ribadisce il ricordo, come la morte della madre avvenuta in un tardo autunno in cui lui non c’era, come la polvere e il silenzio di una biblioteca in cui non si avvertiva nemmeno il rumore delle pagine voltate.
La vita di un uomo, semplicemente, che ha inutilmente “lottato contro l’oscurità” e che riemerge così com’era, la voce piana, naturale, mentre si rammenta a un vecchio dal respiro ansimante, la voce invece alterata, roca, interrotta da sgradevoli colpi di tosse, che si fa acuta e ancor più artificiosa quando pronuncia la parola “bobina”, con tante i, perché il nastro è lungo anche se sta per finire.
In questo rimbalzo tra l’adesso e il prima c’è una nostalgia reale, qualche rimpianto mal elaborato e la consapevolezza, dura da accettare soprattutto per chi ascolta, che se anche si riavvolgesse il nastro della vita, sarebbe lo stesso, non servirebbe a cambiare, e gli anni migliori, quelli in cui la felicità è a portata di mano, passerebbero sempre e di nuovo senza lasciarsi acchiappare. E allora tanto vale che riposino in una bobina, un lungo sonno da risvegliare, talvolta, attraverso istantanee che riemergono dal flusso, con colori e consistenze materiche, la sabbia, la pietra e due corpi fianco a fianco con gli occhi rivolti al cielo.
Anche il corpo dell’attore, come la voce, si muove tra gesti meccanici, reiterati con poche variazioni – gesti nei quali si ritrovano i topoi come la banana, la buccia, le scatole, il registratore – e con la naturalezza delle espressioni del volto che reagisce ai ricordi con silenzi, sospensioni, attese strategiche di chi già sa quello che sta per ascoltare.

Foto di Laila Pozzo

La seconda parte del dittico, Quella volta, unita dalla medesima scena a scatola cubica, è invece nel segno della staticità e la performance è rimessa alle voci registrate e alle video proiezioni che restituiscono, sui tre lati del cubo, sezioni del volto a occhi chiusi del corpo che domina la scena, sorta di Ecce homo più pasciuto e un po’ hippie che si domanda quando è stata quella volta. Quella volta in cui, per esempio, “ti inventavi vecchie storie per impedire al vuoto di calare su di te il sudario”.

Foto di Laila Pozzo

L’ultimo nastro di Krapp / Quella volta

di Samuel Beckett
con Ferdinando Bruni
regia Francesco Frongia
traduzione Gabriele Frasca
suono Emanuele Martina
luci Giacomo Marettelli Priorelli
produzione Teatro dell’Elfo
in accordo con Arcadia & Ricono Ltd
per gentile concessione di Curtis Brown Group Ltd.

Teatro Elfo Puccini, Milano, fino al 17 maggio 2026

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