ATTRICI> Senza inganno. Incontro con Mariangela Granelli di Laura Palmieri

Mariangela Granelli. Foto di Azzurra Primavera

Il quinto incontro della rubrica Attrici, a cura di Laura Palmieri, è dedicato a Mariangela Granelli.
Cosa significa essere una attrice? Ce lo raccontano alcune tra le maggiori interpreti del nostro teatro, di cui ricorderemo negli anni – o già nel presente – lo stile, il rigore, la potenza, la personalità.
Un incontro vis-à-vis per tracciare percorsi, d’arte e di vita, per scoprire segreti e aspirazioni di uno dei mestieri più belli del mondo.

Un approccio profondamente emotivo ed umano, quello che Mariangela Granelli ha nell’affrontare la messa in scena dei suoi personaggi. Un’attrice “pura”, che è diventata in questi anni una delle interpreti di riferimento per molti registi della sua generazione, come Carmelo Rifici e Filippo Dini, o rappresentanti della nuova generazione come Leonardo Lidi e Giorgio Sangati.
Abbiamo incontrato Mariangela Granelli lo scorso 24 agosto al Ginesio Fest, nel corso della sesta edizione diretta da Leonardo Lidi, in cui le è stato conferito il premio San Ginesio all’Arte dell’Attore.

Come è nato in te il desiderio di recitare e che tipo di percorso hai fatto per iniziare questo lavoro?

Ci tengo molto a raccontare l’inizio perché è stato per me una sorta di chiamata molto chiara, che ho avuto quando ero una bambina. Io vengo da un paese dell’Emilia-Romagna, Fiorenzuola d’Arda, dove c’è un bellissimo piccolo teatro all’italiana, chiuso però al pubblico. Un luogo proibito, che sollecitava le fantasie di noi bambini. Una volta siamo riusciti ad entrare in questo luogo misterioso e per me fu quasi una folgorazione. Ebbi subito la percezione di un luogo molto potente, di uno spazio vuoto che poteva racchiudere il mondo intero attraverso la forza dell’immaginazione.

Quanti anni avevi?

Avrò avuto 7-8 anni.
Poi, però, la vera chiamata è stata alle scuole superiori, grazie all’insegnante di latino che ci portava al Piccolo Teatro di Milano a vedere gli spettacoli di Strehler. Il primo spettacolo che vidi fu il Faust di Goethe, con Giorgio Strehler che interpretava Faust. Ricordo che si fermò proprio davanti a me a dire «fermati attimo, sei così bello», questa battuta straordinaria del Faust. Lì ho avuto la sensazione, anzi sono sicura, che la dicesse proprio a me. Avevo 15 anni e in quel momento per me il tempo si è fermato. Ho sentito una connessione diretta con quel mondo, con il teatro, e ho sentito chiarirsi la mia identità. È stata una cosa veramente molto potente.

Dunque, devi ringraziare questa insegnante “illuminata”. E la tua famiglia, invece, come ha reagito a questa chiamata, a questa tua chiara decisione di voler intraprendere il mestiere del teatro?

In realtà, quando è accaduto questo episodio al Piccolo, io ero appena rimasta orfana di mio padre. Il mio papà era un muratore con un’impresa edile, la mamma casalinga, una famiglia diciamo senza vocazione artistica o comunque aspirazioni artistiche, una famiglia semplice. La mamma secondo me all’inizio si è spaventata, voleva che finissi le Superiori e poi facessi l’Università, però alla fine non mi ha mai impedito di coltivare il mio sogno. Così ho iniziato a fare teatro a livello amatoriale, con una compagnia del posto, e poi appena ho finito le Superiori, a 19 anni, ho fatto il provino per entrare al Piccolo, convintissima che mi avrebbero aperto immediatamente le porte, perché io ero quella che aveva avuto la folgorazione, la chiamata! E invece non sono passata, nemmeno alla prima selezione. Uno schiaffo che mi ha fatto atterrare sulla terra e capire che dovevo studiare, prepararmi molto di più se volevo fare davvero questo mestiere.
Poi è successo che sono andata con un amico al Premio Hystrio, che tanti anni fa si svolgeva a Montegrotto Terme, e non a Milano, ad assistere al Premio alla Vocazione, e lì mi colpì molto un attore che interpretava un atto unico di Čechov, I danni del tabacco, perché mi sembrava che stesse parlando proprio a noi, e che quella cosa stava davvero accadendo lì, in quel momento. Era un attore che veniva dalla Scuola del Teatro Stabile di Genova, e in quel momento presi la decisione di voler entrare solo in quella Scuola. Mi sono preparata, sono andata a fare il provino e mi hanno presa. Insomma, diciamo che ho avuto dei segnali dalla vita.

Era la fine degli anni Novanta …

Sono entrata allo Stabile di Genova nel 1996. C’era ancora Anna Laura Messeri, che era la Direttrice. Tra i miei insegnanti c’erano Massimo Mesciulam, Marco Sciaccaluga, Enrico Bonavera, con cui ho fatto la Commedia dell’Arte, e anche Valerio Binasco, che era molto giovane ma già insegnava lì.
È stata una scelta di cui non mi sono mai pentita. Eravamo solo dieci in classe, quindi siamo stati molto seguiti e stimolati. L’impostazione del lavoro era sulla relazione, quindi sull’ascolto dell’altro in scena. Il “tavolino” non si faceva a Genova, è una cosa che poi ho appreso successivamente quando sono uscita dalla Scuola, nell’incontro con Carmelo Rifici, che ha lavorato tanto con Ronconi e poi anche con Ronconi stesso, con cui ho fatto la Scuola di Alta Formazione a Santa Cristina nel 2006. Quasi due mesi di lavoro, fianco a fianco con Ronconi, spaziando attraverso tantissimi testi.

Mariangela Granelli in “Materiali per Medea”, di Heiner Müller, regia Carmelo Rifici, 2012. Foto di Attilio Marasco

Hai citato Carmelo Rifici che è un regista con cui hai lavorato molto, e continui a lavorare. Con lui e con Tindaro Granata e Michele Panella avete fondato nel 2009 a Milano Proxima Res, un centro di produzione artistica, ma anche una scuola, che in oltre 20 anni è diventata una vera e propria fucina di nuovi talenti.
Rispetto ai tuoi inizi, che non sono poi così lontani, cosa pensi si debba fare oggi in una scuola, e quanto è importante per la formazione di un attore?

Una delle scelte forti che abbiamo fatto all’interno della scuola è che ad insegnare fossero solo quelli che il palcoscenico lo calcano tutti i giorni, la cui attività principale fosse l’essere attore o regista, e non l’insegnante. Io ai ragazzi ho sempre cercato di trasmettere gli insegnamenti fondamentali che ho appreso alla Scuola di Genova, dalla mia grande maestra Laura Messeri, che a sua volta è stata un’allieva diretta di Orazio Costa Giovangigli. Il lavoro sulla relazione, sul qui ed ora. E poi quello che anche io cerco sempre di applicare a me stessa, in tutti i lavori che ho fatto in questi anni, cioè mettere da parte la vanità personale, l’ego, che sono secondo me la morte di questo lavoro e che lo rendono noioso.
L’attore è per me uno strumento sciamanico, che si deve lasciare attraversare dalle energie delle anime che interpreta e che mette in comunicazione con gli spettatori. L’ego e la vanità devono proprio essere messi da parte.
Questa è una cosa fondamentale che ho sempre cercato di passare ai ragazzi e poi, per quanto mi riguarda, c’è l’idea di una sorta di abnegazione. Non si può lavorare con il freno a mano tirato perché non hai voglia di fare fatica o perché non ci credi fino in fondo. Ci devi credere al di là di tutto e di tutti, altrimenti gli altri non ti crederanno. E un po’ mi sembra che oggi i giovani attori vogliano fare meno fatica, rispetto a quando ho iniziato io.

È fondamentale questa cosa che dicevi, di scegliere con molta determinazione di voler fare questo mestiere, soprattutto oggi. Non si tratta di rincorrere la fama, ma di un duro lavoro, spesso economicamente poco soddisfacente. Forse però, rispetto ai tuoi inizi, oggi si può spaziare di più tra diversi ambiti artistici – teatro, cinema, televisione – e dunque ci sono maggiori possibilità di lavoro per un attore?

Sicuramente c’è una maggiore apertura e più contaminazione tra i generi, i linguaggi. Oggi vedo che spesso i casting attingono molto dalle scuole di teatro, e tanti giovani usciti dalle Scuole Nazionali vengono subito presi dalle Agenzie, e questa è una cosa molto bella e importante. Anche se teatro e cinema rimangono comunque due arti diverse, complementari ma diverse.

Tornando ai tuoi inizi, ti ricordi il tuo primo spettacolo, il tuo battesimo sulla scena, e con quale regista?

Il primo spettacolo è stato Tre sorelle di Čechov con la regia di Carmelo Rifici dove interpretavo Mascia. Era il 2005, e lì è nato un amore con Carmelo, che era in quegli anni il giovane regista emergente, premiato dalla Associazione Nazionale dei Critici di Teatro.
È stata una cosa anche abbastanza inaspettata perché, come ti dicevo, allo Stabile di Genova non si faceva tanto lavoro a tavolino, il focus era su altri elementi. Carmelo Rifici invece arrivava dallo Stabile di Torino, da Ronconi, di cui è stato a lungo assistente. I riferimenti erano attrici come Marisa Fabbri, Franca Nuti. Però, secondo me, proprio questo diverso punto di partenza ci ha avvicinato. Io riuscivo a dare a Carmelo qualcosa che lui o non si aspettava o che aveva meno sviluppato con gli attori che avevano fatto il suo percorso. E io ho avuto tanto da imparare da lui, invece, riguardo all’uso della parola, a come appoggiarmi sulle parole in un certo modo. Quindi questo primo lavoro con lui, che è stato anche il mio battesimo sulla scena, è stato meraviglioso, ed è stata anche una delle prime regie importanti di Rifici, che lo hanno portato, per esempio, a dirigere per tre anni il Teatro Litta a Milano. E al Litta feci con lui La signorina Giulia di Strindberg, insieme a Francesco Colella e Olga Rossi.

Mariangela Granelli in “Lo zoo di vetro”, di Tennessee Williams, regia Leonardo Lidi, 2019. Foto di Manuela Giusto

Una interpretazione per la quale hai ricevuto nel 2007 il premio ANCT – Associazione Nazionale dei Critici di Teatro – come miglior attrice emergente.  Premio che hai poi ripreso nel 2020 per Lo Zoo di vetro, con la regia di Leonardo Lidi. Lì interpretavi Amanda.
I ruoli delle madri sono abbastanza ricorrenti negli spettacoli che hai fatto.  Anche recentemente hai portato in scena Yvonne ne I parenti terribili di Cocteau, con la regia di Filippo Dini, un altro regista con cui hai stretto un sodalizio importante.
Parliamo del tuo rapporto con i registi. Ti metti al loro servizio o ci deve essere uno scambio?  Forse è una domanda banale, però, voglio dire, sei un tipo di attrice che si affida totalmente, uno strumento nelle mani di un regista, oppure c’è un lavoro comune?

Invece è una domanda molto interessante, perché per me l’incontro con il regista è fondamentale, nel senso che sono attratta da quella zona di non conosciuto che c’è prima di un incontro. Anche con un regista che già conosco, perché nel momento in cui ci mettiamo insieme a lavorare su un testo nuovo, c’è comunque qualcosa di sconosciuto sul quale ci stiamo affacciando. È un rapporto che si è molto evoluto negli anni. All’inizio mi sentivo una materia da plasmare, mi sentivo sempre inadeguata e il regista era per me una zattera a cui aggrapparmi, senza la quale non riuscivo a fare nulla. Questo senso di inadeguatezza ancora mi accompagna, ma nel corso degli anni ho imparato persino ad amarla, perché è quella che mi porta a continuare a studiare, a cercare, anche una volta che lo spettacolo ha debuttato. Non vado mai in scena assolutamente sicura, perché facciamo un mestiere in cui c’è chi ci mette sempre sul confine del nostro limite, e ogni volta devi provare a scavallarlo. A volte capisci che l’hai scavallato troppo e quindi ti sei persa, altre volte intuisci che per paura stai troppo al di qua della linea e quindi rimani nella tua zona di comfort. L’interessante è stare sempre su quel filo come un equilibrista.
Oggi per me il regista è colui che mi aiuta ad andare a stanare quella parte oscura, quella materia o quel rimosso che non vorresti vedere dentro di te. È un rapporto più maturo, mi viene da dire più sano, e credo anche più proficuo, perché è un rapporto da pari a pari. Semplicemente abbiamo due ruoli diversi all’interno di una creazione, ma siamo alla pari.

Questa ricerca di te si riflette anche nel tuo rapporto con i personaggi che interpreti?
Per come ti ho visto in scena in diversi spettacoli, lo definirei un rapporto profondamente umano. Sono personaggi in cui, insieme a te, anche noi spettatori ci identifichiamo totalmente, sembrano proprio reali, insomma veri!

Mi fa molto piacere che tu mi rimandi questa immagine di me, del mio modo di lavorare. Perché la prima cosa a cui penso sempre quando comincio a studiare un personaggio è di restituirgli la dignità di un essere umano. Per me l’ambizione più grande è stimolare nello spettatore la curiosità di immaginare il prima e il dopo del personaggio. È quello che io cerco, da spettatrice, quando vado a vedere uno spettacolo e provo ad immaginare la vita di quel personaggio anche fuori dalla scena. Parto dall’idea di voler restituire la completezza di un essere umano, e quindi cerco innanzitutto di sposare le ragioni del personaggio, pur magari non accettandole come persona, come Mariangela Granelli.
Nel momento in cui interpreto un personaggio cerco di non giudicarlo, di non mettere dei paletti. Devo dire che, secondo me, bisogna essere un po’ spericolati per fare gli attori, devi darti con generosità. Ecco, non mi sono mai risparmiata a livello emotivo e nemmeno a livello umano.

Infatti, pensando al titolo da dare a questa intervista, prima di incontrarti, ho riflettuto proprio sulla parola finzione, e di come il tuo modo di fare teatro sia senza inganno, senza finzione. Questa emotività naturalmente si appoggia anche ad una tecnica, ad una esperienza ormai pluridecennale. È importante per te anche questo aspetto? Ci sono dei punti fermi a cui ti appoggi oppure è davvero sempre un ricominciare tutte le volte da capo? Insomma, che cos’è, in che cosa consiste quest’arte dell’attore a cui è intitolato il premio che hai appena ricevuto a San Ginesio?

La tecnica, se così si può chiamare, per me è riuscire a sviluppare un immaginario intorno al personaggio. E questo mi accade, a volte, anche in modo inaspettato. Mentre sto studiando un personaggio, magari incontro una persona per strada che improvvisamente mi accende una lampadina e quella immagine mi si fissa nella testa, anche solo per un dettaglio.
Negli anni ho allenato un’attitudine a tenere le antenne molto alzate, a tenere i sensi aperti, ad avere la capacità di guardare veramente intorno a me. Per quanto mi riguarda credo che questa sia la tecnica. Perché per restituire quella che tu, per esempio, prima hai chiamato umanità, significa per me riuscire a portare in scena molto più di quello che stai raccontando con le parole, tutto il non detto del personaggio, tutto il suo mistero, le sue fragilità, le sue paure. Nello stesso tempo, però, è importante per me mantenere una sorta di pudore nell’incarnare questo “altro da me”. Questa, mi viene da dire, è la tecnica. Qualcosa che devi prima creare dentro di te, un contesto dove inserire i personaggi, per poi far immaginare anche lo spettatore.

Mariangela Granelli e Maria Paiato in “Boston Marriage”, di David Mamet, regia Giorgio Sangati, 2023. Foto di Serena Pea

Continuando a parlare del mestiere dell’attrice, del tuo modo di essere attrice, non posso non chiederti dell’incontro che hai avuto recentemente con una delle più grandi attrici del nostro teatro, Maria Paiato. Sto parlando del bellissimo testo di David Mamet Boston Marriage, che avete interpretato insieme, con la regia di Giorgio Sangati.

Dopo tanti ruoli di madri, prima di tutto rimasi molto sorpresa dalla proposta che mi fece Giorgio Sangati di interpretare questo ruolo. Perché questa è la storia tra due donne che, a fine Ottocento, hanno avuto una relazione nascosta dietro un’apparente amicizia.
Un personaggio, appunto, molto lontano da una madre. In più è una commedia, e quindi mi sono ritrovata dopo tanti spettacoli drammatici e tragedie a interpretare un ruolo, passami il termine, comico. Con Maria Paiato però avevo già lavorato in uno spettacolo con la regia di Filippo Dini, in Così è se vi pare di Pirandello, mentre con Sangati è stata la prima volta.
Quello con Maria è stato un bellissimo incontro, perché Maria Paiato è una professionista di altissimo livello, con una grande disciplina, un grande rigore. Molto esigente, ma molto rispettosa del lavoro dei colleghi. La cosa per me sorprendente, però è stata anche la sua leggerezza, la sua voglia di divertirsi, di scherzare, di giocare. Anche se, quando si entra in scena, il gioco diventa serio. Serio nel divertimento. È stato bellissimo condividere con lei la storia di queste due donne che sono state amanti, che si fanno e si dicono delle cattiverie, ma che alla fine capisci che si vogliono molto bene e che rimarranno insieme sino alla fine, insieme per la vita.

Mariangela Granelli in “Ghiaccio”, di Bryony Lavery, regia Filippo Dini, 2022. Foto di Luigi De Palma

Insomma, un’eccezione, almeno per ora, al tuo essere madre in scena. Ricordo anche un’altra madre che hai interpretato in Ghiaccio, un testo dell’autrice britannica contemporanea Bryony Lavery, presentato per la prima volta in Italia con la regia di Filippo Dini, che era anche in scena con te e Lucia Mascino.

Si, era la madre addolorata di una ragazzina uccisa da un serial killer. Ma ho interpretato anche madri tremende, terribili!
Con la regia di Rifici feci l’Elektra di Hugo von Hofmannsthal, con Elisabetta Pozzi che interpretava Elettra e io Clitemnestra. Lì indossavo una maschera di silicone totale, ero completamente pelata, con una faccia da vecchia. Tra l’altro per quel ruolo fui candidata agli Ubu 2012 come miglior attrice non protagonista. Poi, sempre diretta da Rifici, ho interpretato Medea in Materiali per Medea di Heiner Müller, e la Madonna in una Passione che avevo fatto con Andrea Chiodi per il Festival Tra Sacro e Sacro Monte a Varese.
Abbiamo già citato Yvonne, la madre morbosa e ambigua de I parenti terribili con la regia di Filippo Dini, per me una eroina tragica al pari di Medea o Giocasta. E poi quest’anno in chiusura di stagione allo Stabile di Torino ho fatto Il costruttore Solness di Ibsen con la regia di Kriszta Székely, da poco diventata anche direttrice del teatro Katona di Budapest. Valerio Binasco faceva Solness, e io interpretavo il ruolo della moglie/madre di due bambini gemelli morti dopo un mese dalla nascita. Quindi una madre ferma, congelata nel lutto per la perdita dei suoi due figli.
Insomma, ho interpretato una bella carrellata di madri, molto diverse tra loro. Secondo me c’è qualcosa nel mio essere, nel mio pormi, che ispira i registi a farmi fare la madre. Non è soltanto una questione anagrafica.

Mariangela chiudiamo con una domanda che faccio sempre a tutte le ospiti di questa rubrica: cosa significa per te essere un’attrice oggi? E anche, quali sono le cose che ti piacciono di più di questo lavoro e quelle che invece ti affaticano?

Dicendoti le cose che mi piacciono credo di rispondere anche a qual è il senso per me di fare l’attrice oggi. Credo che ancora di più rispetto a quando ho cominciato, in una società come la nostra, lasciami dire così alla deriva, malata e insana, dove mi sembra che si stia perdendo il senso della collettività, della condivisione, in questa epoca ormai così tecnologizzata, penso che il teatro sia rimasto l’unico rito che può mettere insieme una collettività, essere una cura per le anime, illuminare qualche mente ponendo delle domande, sollevando scrupoli, incuriosendo qualcuno e spingendolo ad approfondire, a capire qualcosa di più, a ritrovare un po’ di empatia verso gli altri esseri umani.  Mi viene da dire, forse più ora di quando ho iniziato, che per me il senso di fare l’attrice è tenere viva in un altro essere umano questa fiamma di emotività, di emozione e di empatia, perché si possa vivere in una società migliore.

Invece le cose che ti piacciono di meno di questo tuo mestiere?

Ce ne sono alcune esterne e alcune interne. C’è comunque la fatica di una vita da girovaghi, in cui è difficile crearsi una famiglia, coltivare degli affetti in modo stanziale. Non si pensa mai che gli attori hanno delle vite, dei figli, e hanno bisogno di aiuti concreti come tutte le altre categorie di lavoratori. È un mestiere! E invece sento che non c’è tanto questo riconoscimento.

Mariangela Granelli in “I parenti terribili”, di Jean Cocteau, regia Filippo Dini, 2024. Foto di Serena Pea

Hai un sogno nel cassetto, una cosa che ti piacerebbe fare? Dicevo all’inizio che per me sei una delle poche attrici “pure”. Non ti interessa per esempio la regia o la scrittura per la scena?

Non sono attratta dall’idea di fare regia o di scrivere. No, non sento questo tipo di stimolo, mi sento una interprete perché, come ti dicevo, ho molto bisogno dell’incontro con l’altro.
Un piccolo sogno è quello di poter lavorare con Antonio Latella, perché è un regista che non ho ancora avuto la possibilità di incontrare e mi piacerebbe molto, sono sincera.

Dove ti vedremo prossimamente con la riapertura della stagione?

Il primo appuntamento è a Milano a novembre con La locandiera di Goldoni, con la regia di Andrea Chiodi. Uno spettacolo che facciamo da dieci anni.
Poi farò un altro ruolo di madre in Mirra di Alfieri, con la regia del giovane e bravissimo Giovanni Ortoleva. Una coproduzione del Teatro Metastasio con lo Stabile di Torino, e sono davvero contenta perché Alfieri non si fa mai. La sua è una lingua ostica, inutile negarlo, ma bellissima.
Ad aprile riprendo un bel testo di Angela Demattè che si intitola Valeria e Youssef, un dialogo tra una madre e un figlio, tratto dalla storia vera di Valeria Collina, femminista bolognese convertita all’Islam, madre appunto di Youssef, uno dei terroristi che presero parte all’attacco al London Bridge del 3 giugno 2017. Angela Demattè ha incontrato questa donna, è stata con lei a lungo, l’ha intervistata e ha scritto questo testo molto bello. lo faremo ad aprile a Milano, Palermo e Bologna, con la regia di Andrea Chiodi. Invece con Boston Marriage e I parenti terribili per ora ci fermiamo.

Un’ultima cosa, prima di salutarci. Hai dei modelli di riferimento, delle attrici alle quali ti sei ispirata nel tuo percorso?

Sì all’inizio della mia carriera mi sono ispirata molto a Elisabetta Pozzi. La vidi fare Zio Vanja con la regia di Peter Stein.  Lei interpretava Sonja, con Remo Girone che faceva Astrov, il dottore del quale Sonja si innamora. Non ti so dire neanche quanti anni fa, non facevo ancora l’Accademia. Ma da quel momento Elisabetta Pozzi è stata per me un’attrice di riferimento, e poi nel 2011 abbiamo lavorato insieme nell’Elektra.
Ho citato Elisabetta come attrice femminile, ma come attore metto sul podio in assoluto Valerio Binasco. Perché Valerio dà una verità ai personaggi che interpreta. Con lui ho fatto un Amleto nel 2019 e il testo di Melania Mazzucco Dulhan – La sposa nel 2022. E accanto a Valerio metterei anche Filippo Dini. Lo vidi fare, tanti anni fa a Roma, La macchina infernale di Cocteau. Mi colpì molto, e forse non è un caso che sia Dini che Binasco si sono formati come me, alla Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Genova.

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