Prosegue a Nuoro l’itinerario di Drammaturgie del Destino.
Avevamo lasciato il pubblico del TEN di Nuoro il 13 ottobre con I coralli della memoria di Iben Nagel Rasmussen. La rassegna fa ora ritorno al Teatro Eliseo di Nuoro per il suo atto conclusivo, accogliendo Laura Curino con La diva della scala.
In prossimità dell’appuntamento, abbiamo dialogato con l’attrice e drammaturga, la quale ha risposto con generosità alle nostre domande, illuminando un lavoro che rifugge la retorica per restituire al teatro la sua consistenza di materia viva, mestiere artigiano e quotidiana peripezia.
Questa rassegna in cui è inserito il suo spettacolo presenta performance ideate da artiste di respiro nazionale e internazionale, in cui l’intreccio fra biografia ed espressione artistica assume una peculiare rilevanza nella costruzione drammaturgica, dove può intravedersi chiaramente un dialogo fra artista e personaggi. È ispirata a Grazia Deledda, che ha fatto della scrittura un cammino di autodeterminazione e che ha attinto moltissimo a paesaggi e personaggi ispirati alla sua biografia, tanto da essere tacciata erroneamente di regionalismo. Vorrei chiederle se ha incontrato il mondo di Grazia Deledda nel suo percorso artistico e quale sia la sua visione della figura della scrittrice.
L’ho incontrata da bambina. Mio padre mi comprava romanzi al mercato dei libri usati. Mi comprava i libri che nel titolo o nell’autore avevano un nome femminile. Deledda mi aveva affascinata e turbata. Non credo di averla compresa: ero troppo piccola; mi arrivò tra le mani che non avevo ancora nove anni, ma bastò quell’incontro a fondare le mie letture successive, quelle fatte da grande.
I ritratti femminili della Deledda, così come le protagoniste delle sue opere sulle pioniere e le lavoratrici (da Alfonsina in poi), rifiutano l’epica monumentale per abbracciare un eroismo fatto di lavoro, resistenza e ostinazione quotidiana.
Condivide l’idea che il teatro di narrazione oggi debba avere proprio il compito di “normalizzare” la grandezza delle donne, restituendo dignità alla loro fatica di tutti i giorni? Come racconta i suoi personaggi femminili, che sono spesso donne eccellenti?
L’ottanta per cento dei ruoli teatrali che abbiamo ereditato è al maschile. Per questo scelgo di scrivere per le donne, per le attrici. Nella mia carriera ho dato vita a quaranta storie di figure del Risorgimento; ho raccontato bambine che hanno lottato per i propri sogni, madri e mogli che hanno costruito la fortuna dei loro cari, fino a scienziate e scrittrici, per parlare attraverso di loro dell’universo femminile. Ho interpretato testi altrui dedicati a sportive, divulgatrici, regine, camiciaie e molte altre, mossa sempre dalla passione di un’accumulatrice compulsiva, contando ogni singola persona a cui riesco a dare voce. Credo infatti che si abbia bisogno di quantità, oltre che di qualità. Voglio vedere un teatro popolato di presenze femminili.
Oggi ho settant’anni e spero di vivere abbastanza per ammirare palcoscenici e locandine gremiti di autrici, registe, scenografe, tecniche, produttrici: donne in ogni ruolo possibile. Se ne fossi capace, scriverei persino film stracolmi di personaggi femminili; è un mestiere che non ho mai fatto, ma chissà, magari domattina ci provo.
Ma la domanda mi chiedeva “come”. Di solito parto da una voce: dal suo modo di parlare, dalle parole che conosce, dalle cose che ha visto e da come le racconta agli altri; dall’aria stessa che respira. Se si tratta di un personaggio realmente esistito, ne studio la biografia, la cerco nei documenti, nelle testimonianze e nelle immagini. Se invece non c’è ancora, la creo: cerco la sua storia nelle vite di altre donne del passato, nelle abitazioni in cui immagino sia nata o vissuta, nei paesaggi che ha contemplato e nelle persone che potrebbe aver incontrato. Ma la prima cosa, per me, rimane sempre una voce.

Come è avvenuto il contagio con il teatro?
Giocando a “Facciamo che io ero”. Se non sei nessuno, fai finta di essere; e se fai finta bene, gli altri ci credono. E dopo un po’ ci credi anche tu: credi di poter essere tutto. Questo fa bene, soprattutto alle bambine. Poi è proseguito a scuola, nelle recite di fine anno e nei teatrini degli oratori. A 14 anni ho avuto la fortuna di incontrare altri ragazzini appassionati come me: abbiamo messo su una compagnia che ha lavorato insieme per trent’anni, di cui venticinque professionalmente. Un vero miracolo, se si pensa alla totale mancanza di vocazione economica, culturale e sociale della mia famiglia, e se si considera la periferia urbana in cui ero finita spostandomi dal centro di Torino alla cintura, a causa dell’assegnazione di una casa aziendale a mio padre, operaio FIAT. Ho imparato da lui il coraggio, la costanza e la cultura del lavoro. Ho imparato da mia madre, sarta, a cucire: lei le stoffe, io i testi. Entrambe partivamo sempre dai modelli.
Lei è considerata una delle maestre indiscutibili del teatro di narrazione italiano. In monologhi così intimi e potenti, quali sono le sfide tecniche e poetiche nel bilanciare la presenza dell’attrice-narratrice con l’evocazione dei molteplici personaggi che popolano la scena?
Non c’è un unico modo di muoversi nelle storie. A volte la narratrice arretra. A parlare in prima persona è il personaggio. È lei che narra. Racconto fatti concreti, accadimenti, comportamenti. Cerco di parlare poco di sentimenti. Dai fatti possono scaturire a volte emozioni, a volte pensiero, ma questo accade soprattutto in chi ascolta. Altre volte la narratrice è la voce di una testimone, a volte semplicemente l’attrice che racconta una storia, come faceva mia nonna nelle lunghe giornate d’inverno, quando non si poteva andar fuori o ero malata. A volte racconto come hanno fatto con me gli insegnanti migliori. Per un’ulteriore maniera di praticare il deliberato sottrarsi del narratore e lasciar predominare l’incanto di ciò che viene narrato, a volte fingo di raccontare storie autobiografiche e torno all’origine: se lo fai bene… tutti ci credono.
Nel suo ruolo di docente e guida per giovani drammaturghi e attori, quale ritiene sia l’insegnamento più difficile – ma al contempo più prezioso – da trasmettere a chi sceglie di fare del teatro e della scrittura la propria vita?
Non desistere. È un mestiere che si conquista. Se si è fortunati, ci si può permettere una scuola e questo è un buon inizio. Ci sono però ragioni economiche, sociali, culturali, geografiche che possono impedire l’accesso ad una formazione lunga e costosa. Allora si fanno cento lavori e la sera, la domenica, durante le vacanze si va a studiare con qualcuno. Purché questo qualcuno sia bravo e non il cugino di uno bravo.
La scuola però non basta. Quando l’hai finita, non è detto che tu riesca a trovare lavoro. Se si è sostenuti da una famiglia che asseconda il progetto, si può aspettare, ma se ci si deve mantenere da soli, si fanno di nuovo altri mille lavori e intanto si continua a provarci. Se si è tenaci, si possono imboccare strade forse più lunghe e accidentate, ma spesso più ricche di libertà ed autonomia creativa. Tanto, se veramente è questo che vuoi fare, se non lo fai, ti ammali. Questo è il terreno in cui si muove il teatro: l’essere umano, la sua salute e la sua malattia, la sua essenza e le sue aberrazioni. Se vuoi fare teatro, devi continuare a studiare l’umanità. Che, detta così, sembra un’enormità. E forse lo è. Per questo tanti cercano di farti desistere, o ti suggeriscono scorciatoie, approcci più semplici al mestiere, derive superficiali.
Ai miei allievi chiedo di non stancarsi mai di riflettere sulla centralità del rapporto con l’altro da sé. L’altro da sé non è il personaggio (che ti somiglia sempre, da qualche parte), ma il pubblico, cioè altri esseri umani, vivi, che hanno bisogno di restare umani. Ci vuole tenacia. Costanza. Resistenza.

Nelle sue note d’autrice scrive che questo spettacolo, La diva della scala, nasce a vent’anni di distanza dal suo primo assolo, Passione.
Che cosa l’ha spinta a tornare a fare una ricognizione all’interno del mestiere dell’attrice e che tipo di continuità c’è tra quei due momenti della sua vita artistica?
Passione era l’invenzione della mia biografia per raccontare gli anni Sessanta, l’industria, l’abbandono delle campagne, l’emigrazione, il sogno della conquista di dignità sociale, indipendenza economica, benessere. Il tutto accompagnato spesso dalla perdita di sé, dal dolore e dal disagio, dall’omologazione e dallo sfruttamento. Lo spettacolo si conclude con Maria alla Croce, il testo medievale recitato da Franca Rame in Mistero buffo di Dario Fo.
La mia piccola protagonista la incontra nella disastrata città in cui i genitori hanno traslocato (con suo grande dispiacere). Franca sta recitando alla Casa del Popolo. La bambina si intrufola tra il pubblico e resta folgorata, turbata, piange così forte che tutti si voltano a guardarla. Lei scappa via, corre, perde la strada di casa. Una vecchia signora, che molti prendono per matta, la riaccompagna al portone, la consola, e le promette di insegnarle un modo per tenere con sé per sempre ciò che ha perduto. L’ultima frase lo rivela: imparare a memoria.
Passione era l’incontro (segreto, emotivo, personale) con il mestiere dell’attore, o meglio dell’attrice.
In La diva della scala racconto invece la scoperta – ugualmente emozionante – del teatro come mezzo collettivo di trasformazione: il disastro di quella cintura urbana, che circonda la vita senza farne parte, non è inevitabile ed eterno. La solitudine desolata in cui le pare di essere piombata si riempie di relazioni nuove. È finalmente possibile la condivisione del sogno con altri giovanissimi coetanei.
Creare insieme mette in comune saperi differenti, esperienze e punti di vista diversi e moltiplica la potenza d’azione dei singoli. I ragazzini che la protagonista incontra le fanno conoscere la meravigliosa possibilità di pensare al mondo come un grande laboratorio dove si progetta il cambiamento attraverso il teatro. I passi che compiono i protagonisti sono spesso buffi, incerti, maldestri e confusionari, ma quei ragazzini hanno chiara una cosa: non si tratta di inseguire un’utopia. Si tratta di mettere in pratica subito, adesso, una realtà nuova, malleabile, modificabile durante il percorso con cambi di rotta e adeguamenti continui. Sanno che il mondo è veloce, prende di sorpresa, e bisogna studiare strategie ugualmente rapide di comprensione, azione, reazione. Ma il mondo è anche antico: se lo si studia con attenzione, si trovano varchi, strade, sentieri per arrivare alla meta anche quando sembra troppo difficile.
La diva della scala è un “divertimento teatrale”, un gioco, che descrive la potenza creativa del gioco stesso del teatro. È dedicato a chi comincia a giocare.

Lo spettacolo è nato nel 2014 durante una residenza al Teatro alla Misericordia di Sansepolcro, dove ha raccontato di essersi “nutrita” delle opere di Piero della Francesca e Rosso Fiorentino.
In che modo la pittura e la bellezza di quei luoghi hanno influenzato la storia di una “maldestra e faticosa costruzione di una vocazione”?
Se per me i riferimenti letterari rappresentavano il punto di partenza della scrittura teatrale, con i miei compagni di Teatro Settimo ho scoperto un legame profondo con le arti figurative. Molti di loro venivano da studi d’arte.
Casa mia, del resto, era piena di riproduzioni e fascicoli economici di storia dell’arte acquistati da mio padre sulle bancarelle dei libri usati: nella pittura amatoriale lui aveva trovato la forza di reagire alle malattie e ai fantasmi della guerra, di cui aveva conosciuto l’orrore e la deportazione.
A scuola ho avuto ottimi insegnanti che usavano le immagini come finestre sul mondo, ma ho compreso appieno la loro funzione nel processo creativo solo lavorando in compagnia. Ci servivamo delle opere dei grandi artisti quando i progetti erano ancora all’inizio, confusi e indefiniti: sapevamo di dover tendere verso una forma, ma non ne conoscevamo i confini.
Così, Il bagno turco di Ingres ha ispirato Elementi di struttura del sentimento (poi intitolato semplicemente Affinità) e una scena di Esercizi sulla tavola di Mendeleev. Il Compianto di Niccolò dell’Arca ha fondato Passione. Ci sono le battaglie di Paolo Uccello dietro La storia di Romeo e Giulietta, così come la lezione di Piero della Francesca guida le composizioni fisiche dei nostri attori. E ancora: Twombly, Jasper Johns e i protagonisti dell’arte povera torinese – Merz, Pistoletto, Penone, Boetti, Zorio, Gilardi – ci hanno più volte illuminato la strada. Non parlo soltanto di scene, costumi o visioni: le opere ci suggerivano parole, ritmi, voci e storie. Alcuni testi li ho “scritti” insieme a Giorgione, altri con i fratelli Castiglioni, Magistretti, Sottsass e i grandi designer degli anni Cinquanta. Il testo La lista è un omaggio a Pasquale Rotondi, il soprintendente che durante il secondo conflitto mondiale nascose e salvò oltre ottomila opere d’arte dalle bombe e dalle rapinatrici truppe naziste. La stessa Pala di Brera di Piero della Francesca – con quell’uovo purissimo sospeso sulla testa di Maria – ha guidato la stesura della storia. La diva della scala, creato a Sansepolcro, è un altro esempio che chiarisce questo processo: Sansepolcro è la terra di Piero della Francesca , forse il mio pittore preferito. Eppure, il giorno in cui sono arrivata lì per lavorare al nuovo testo, ho fatto in tempo a vedere – di corsa, prima che la chiesa chiudesse – la Deposizione di Rosso Fiorentino. Per coincidenza anche Alessandro Bigatti, storico compagno di lavoro che si sarebbe occupato di luci e musiche, lo stesso giorno era rimasto folgorato dal dipinto. Sono tornata più volte in quella chiesa per osservare quel soldato dal volto di scimmia che, sospeso tra le croci sullo sfondo e il cadavere verdastro in primo piano, guardava dritto verso di me. Era l’unico a “guardare in macchina”. È stato il mio punto di riferimento per tutti i dieci giorni passati a comporre.

Il titolo La diva della scala gioca su un doppio senso molto suggestivo: la “Scala” come luogo dell’arte e della musica, ma anche come impervia salita fatta di sacrifici, provini ed episodi tragicomici. Come si intrecciano nel racconto la dimensione profana della ragazza esordiente e quella sacra della “Diva”?
Si intrecciano ad altre scale: quella matematica, che permette di far entrare in un foglio grandi oggetti o edifici o di rappresentare corpi minuscoli moltiplicando le loro dimensioni. Quella geografica e quella informatica, quella musicale e quella scientifica, una personale successione di valori morali, il collegamento fra il cielo e la terra, e, semplicemente, una scala per raggiungere qualcosa che sta più in alto. La scala del palazzo dove abiti.
La tensione all’assoluto e un massimalismo istintivo e impermeabile a compromessi, erano spesso presenti nei miei anni giovanili. Le insicurezze dell’adolescenza venivano incapsulate nella dura materia dei dogmi, religiosi o politici che fossero. I punti di riferimento dell’infanzia, quelli femminili fatti di madri, nonne, zie, maestre e compagne di giochi, erano arretrati davanti alla compagine maschile che governava con fermezza infrangibile ogni settore della società. Insomma: ascolta e stai zitta. È stato prima il teatro a darmi voce e respiro. E poi il collettivo femminista, i consultori, il mondo della consapevolezza e del ribaltamento dei ruoli.
Sulla scena si avvicendano tantissimi personaggi, ma lei ha dichiarato di aver voluto dare voce soprattutto a “donne coraggiose e maschi di buona volontà”, lasciando fuori le bruttezze della cronaca quotidiana.
Quanto è importante per lei, oggi, fare del teatro un luogo che valorizzi questo tipo di umanità?
Importantissimo. È sempre forte e viva la necessità di affrontare temi complessi, denunciare le ingiustizie che ci assediano ed elaborare insieme al pubblico i momenti bui della nostra storia, personale e collettiva. Allo stesso tempo, però, cerco di portare a galla figure e prospettive in cui possano materializzarsi nuove vie da percorrere: uscite dal tunnel, scorci capaci di sbloccare quella immobilità amorfa a cui ci riducono le ferite, le storture e la mancanza di orizzonti. Assistere a uno spettacolo è sempre un gesto di speranza. E richiede fatica: devi prenotare, uscire di casa, magari finire i compiti in fretta rischiando l’interrogazione dell’indomani; qualcuno deve trovare una baby-sitter, qualcun altro salta la cena. Poi devi cercare un autobus o un parcheggio, pagare il biglietto e stare in mezzo alla gente, anche quando avresti solo voglia di buttarti sul divano a dormire. Eppure, quando ti siedi tra gli altri spettatori, cerchi qualcosa per cui sia valsa la pena essere lì. Speri. Non è poco. Se lo spettacolo – comico o tragico, perfetto o sgangherato che sia – fa ciò che deve, tu esci cambiato, sveglio, con più energia di quando sei entrato.
Siamo grati al teatro quando ci regala la sensazione profonda di essere vivi, spingendoci a continuare a pensare a ciò che abbiamo visto; o, più semplicemente, a continuare a pensare. Per questo cerco figure inconsuete: ora in primo piano, ora capaci di mimetizzarsi, ora persino cancellate da culture dominanti che mal tollerano l’indipendenza. Donne indomite, decise a governare il proprio destino. Ve ne sono così tante nascoste dalla storia! Ricordo quando nel 2011, per il 150° Anniversario dell’Unità d’Italia, passeggiavo sotto i grandi striscioni appesi per le vie di Torino, ciascuno dedicato a un protagonista del Risorgimento. Era impossibile non citare Cristina di Belgioioso – se non altro per la montagna di denaro che ha speso per la causa, finanziando Mazzini, arruolando soldati e pubblicando giornali e propaganda – e infatti a lei uno striscione era stato riservato, in mezzo a tutti quelli maschili.
Ma oltre a lei? Possibile, mi chiedevo, che gli eroi del nostro Risorgimento fossero tutti orfani di madre, figli unici, scapoli, privi di compagne, figlie, amiche o sostenitrici? Nessuna donna ad affiancarli, nasconderli, nutrirli, curarli o aiutarli? Nessuna ad aver mai incrociato il loro cammino sulla strada dell’Indipendenza? Mi sono messa a cercare e ne ho trovate a centinaia. Per un anno intero a Torino, a Palazzo Madama – sede del Museo Civico d’Arte Antica e nel 1861 prima sede del Senato Italiano -, ho raccontato le storie di straordinarie figure femminili del Risorgimento. Il pubblico, seduto sugli scranni del Senato ricostruito, ricostruiva con me la verità, restituendo alle donne ciò che era stato loro tolto. Potevano entrare poche persone alla volta, ma ogni volta l’applauso finale era fortissimo. Era un applauso soprattutto per loro. Ho riscoperto madri, sorelle, figlie e compagne attivamente coinvolte nella politica; sostenitrici che lavoravano nell’ombra raccogliendo fondi, nascondendo, nutrendo, curando e persino seppellendo di nascosto i patrioti. Ma anche combattenti, donne soldato, organizzatrici di società segrete, protagoniste delle barricate, giornaliste e divulgatrici: figure indispensabili che hanno letteralmente fatto l’Italia.
Ne ho scritte solo quaranta, ma ci sarebbe materia per scriverne molte altre. Ne vale davvero la pena.
