“Storia di un cinghiale. Qualcosa su Riccardo III” alla Sala Umberto di Roma di Sergio Roca

Foto di Sergio Roca

Per comprendere la pièce di Gabriel Calderón, Storia di un cinghiale. Qualcosa su Riccardo III, che vede in scena Francesco Montanari, è necessario partire dall’originale drammaturgia shakespeariana da cui prende spunto.

Riccardo III è un personaggio votato al male, disposto a intrighi, manipolazioni e omicidi pur di conquistare il potere. È un abile affabulatore: agli altri mostra la versione di sé più utile ai propri scopi, mentre al pubblico rivela le proprie vere intenzioni, muovendosi continuamente tra finzione e verità. Conquistato il trono, però, il potere lo conduce alla solitudine. Alla vigilia della battaglia di Bosworth, i fantasmi delle sue vittime lo costringono a confrontarsi con le proprie colpe e, quando il suo cavallo viene ucciso, pronuncia la celebre invocazione: «Un cavallo! Un cavallo! Il mio regno per un cavallo!». L’uomo che ha conquistato il regno si ritrova così, nel momento decisivo, privo persino dello strumento più essenziale per difendersi.

Con queste premesse, la legittima domanda è: ma allora chi è il “cinghiale”? Cosa c’entra il suino selvatico con il dramma originale? Il cinghiale bianco è il simbolo della casata degli York, ma è anche un animale che, nell’immaginario comune, richiama aggressività, distruttività e ostinazione. Caratteristiche che finiscono per stabilire un curioso parallelismo con la figura di Riccardo III e, progressivamente, con quella dell’attore che lo interpreta.

Foto di Masiar Pasquali

Storia di un cinghiale è un racconto contemporaneo. Quando un attore ottiene il ruolo da protagonista nel Riccardo III, all’interno di una compagnia nella quale reciteranno professionisti di vario livello. Lui, che grazie a questo lavoro potrebbe essere consacrato come un grande artista, si sente però superiore ai suoi colleghi e, nel preparare il personaggio, si chiede se non sia il caso di prendere a modello, per la messa in scena, il poco gradevole e irascibile suino.

Ma è dalla prospettiva dell’attore contemporaneo che Francesco Montanari racconta la vicenda shakespeariana attraverso la scrittura di Calderón. Il fulcro della narrazione diventa così un artista rancoroso e arrivista che osserva, studia e critica i suoi colleghi di palcoscenico, odia il regista e disprezza le addette alla produzione.

Se aver ottenuto la parte di Riccardo III è per lui un successo, ritiene però che quella struttura produttiva sia molto riduttiva rispetto alle proprie capacità e si pone, in relazione al personaggio che è chiamato a interpretare, l’obiettivo di conquistare il “suo” regno: la centralità assoluta all’interno della compagnia che lo ha scritturato.

L’attore, attraverso Francesco Montanari, presenta così le proprie vicende e ricostruisce le personalità dei suoi colleghi, deridendoli e criticandoli, ma nello stesso tempo mostrandoli nel loro essere attori e nei ruoli che sono chiamati a ricoprire.

Grazie a questo gioco di sdoppiamenti, vedremo la collega anziana, che ritiene di poter insegnare tutto a tutti, o la giovane che potrebbe aver ottenuto la parte più per la sua avvenenza che per le capacità recitative, per poi scoprire come queste attrici danno vita ai diversi personaggi del testo del Bardo. Sulla scena incontreremo, ad esempio, la regina Margherita, Anna e, ovviamente, lo stesso Riccardo III.

Foto di Masiar Pasquali

In questo continuo gioco di ruoli, personaggi, osservazione della realtà e del testo, si sviluppano parallelamente il dramma shakespeariano, quello della compagnia chiamata a interpretarlo e, soprattutto, quello del protagonista che, alla fine dell’opera, dovrà confrontarsi con il suo “cavallo” — lo spettatore — ovvero con lo strumento necessario che gli ha permesso, anche solo immaginificamente, di essere il “re” del palcoscenico.

Il lavoro del commediografo uruguaiano Gabriel Calderón risponde, con Storia di un cinghiale, alla domanda su cosa possa accadere quando un personaggio che vive di finzioni, maschere e manipolazioni viene affidato a un attore che deve, a sua volta, muoversi fra ambizioni, strategie e desiderio di affermazione per ottenere una parte di maggior prestigio. Dove finisce Riccardo e dove comincia l’attore? Ma, andando ancora oltre, dove finisce l’attore che interpreta Riccardo e dove comincia l’uomo che lo sta interpretando?

È proprio su questo confine continuamente spostato che Calderón costruisce la forza del testo. La quarta parete non viene semplicemente abbattuta, viene attraversata continuamente. L’attore parla al pubblico, gli racconta ciò che accade, interpreta Riccardo, torna a essere l’attore che deve interpretare Riccardo e, subito dopo, diventa uno degli altri interpreti della compagnia. La finzione non viene quindi contrapposta alla realtà, ma si moltiplica in una serie di piani che finiscono per confondersi.

Ed è qui che Riccardo III smette di essere soltanto il grande manipolatore shakespeariano e diventa, progressivamente, l’attore che comincia a riconoscersi in Riccardo. Le sue ambizioni, la sua frustrazione, il bisogno di essere riconosciuto, il desiderio di affermarsi sugli altri trovano una sorprendente corrispondenza nell’attore che lo sta interpretando. La deformità fisica di Riccardo, movente originale di tutto l’intrigo, lascia qui spazio a una “deformità” meno evidente ma più contemporanea: quella dell’ego, dell’ambizione, del bisogno di sentirsi superiore agli altri.

Foto di Masiar Pasquali

Montanari si muove su una scena semplice e, nello stesso tempo, ricca: sul palcoscenico del teatro, un ulteriore palcoscenico ligneo rievoca la macchina teatrale seicentesca, con quinte, sipari e fondali mobili, ideata da Paolo Di Benedetto. Una struttura che, insieme ai costumi di Gianluca Sbicca e alle luci di Manuel Frenda, non fa semplicemente da sfondo alla rappresentazione, ma ne accompagna i continui slittamenti.

Ma è proprio l’attore a governare questi passaggi. La sua prova non si basa tanto nel numero dei personaggi che riesce a interpretare, quanto nella naturalezza con cui passa dall’uno all’altro senza interrompere il racconto. È una prova di grande precisione, ma anche di notevole libertà scenica: sembra giocare con i personaggi, li crea con una variazione vocale, con i gesti e la postura, e li abbandona con gli stessi accorgimenti, in uno sforzo che risulta fluido ma palese.

È qui che si misura la vera scommessa dello spettacolo: l’interprete non deve soltanto sostenere da solo l’intera rappresentazione, ma dare corpo a una compagnia intera e, nello stesso tempo, raccontare quella compagnia e sé stesso. Deve essere Riccardo III e l’attore che interpreta Riccardo III; Anna e l’attrice che dovrebbe interpretare Anna, sempre attraverso l’attore che interpreta Riccardo III. Deve essere contemporaneamente dentro la scena e fuori dalla scena.
Sembra un infinito gioco di scatole cinesi in cui, alla fine, si torna sempre al punto di partenza.
Qui il meccanismo teatrale non viene nascosto, anzi viene mostrato e trasformato in uno spettacolo a sé stante che, per assurdo, dà maggior credito alla finzione.

Forse è questa la vera intuizione di Storia di un cinghiale: comprendere che Riccardo III non è soltanto un personaggio da interpretare, ma una condizione nella quale l’attore può finire per riconoscersi. Entrambi cercano un posto, entrambi vogliono essere al centro della scena, entrambi manipolano la realtà per ottenere ciò che desiderano. E quando la rappresentazione finisce, rimane la domanda più difficile: chi dei due, alla fine, stava davvero recitando?

Foto di Masiar Pasquali

Storia di un cinghiale. Qualcosa su Riccardo III

liberamente ispirato a Riccardo III di William Shakespeare
traduzione Teresa Vila
scritto e diretto da Gabriel Calderón
con Francesco Montanari
scene Paolo Di Benedetto
costumi Gianluca Sbicca
luci Manuel Frenda
coordinamento e distribuzione Aldo Miguel Grompone
produzione Piccolo Teatro di Milano / Teatro d’Europa Carnezzeria / In collaborazione con IILA – Organizzazione Internazionale Italo-Latino Americana.

Teatro Sala Umberto, Roma, dal 7 al 18 ottobre 2026.

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