Di fronte alla paura di non arrivare a fine mese, alla precarietà opprimente in cui annaspiamo, al futuro negato che ci attende, al famelico progresso tecnologico che ci travolge, non resta che una sola consolazione: avere qualcuno da amare, una spalla su cui poter poggiare la testa in attesa che le cose migliorino. Tanto, prima o poi, qualcosa dovrà succedere per forza. Si chiude con un “inedito” epilogo ottimista Turbati come siamo, pallidi di preoccupazioni, ultimo lavoro della ben nota drammaturga e regista Lucia Calamaro, tra le figure più significative della scena italiana contemporanea, che ha inaugurato la stagione del Piccolo Eliseo lo scorso 2 ottobre, “festeggiando” la riapertura della storica sala di Via Nazionale (cui seguirà quella dell’Eliseo, il 28 ottobre, con Dylan Dog Horror Show di Tiziano Sclavi e Nicola Russo) voluta da Alessandro Longobardi.
Partiamo dalla fine dello spettacolo perché ci è parso di individuare, proprio nella dolcezza carezzevole della sua happy end, una duplice prospettiva di riflessione. La prima riguarda il corpo stesso della drammaturgia, che prende qui una direzione in parte nuova rispetto a quella riscontrabile nel ricco repertorio della Calamaro (tornata al teatro dopo l’esordio alla regia cinematografica con la pellicola Antartica – Quasi una fiaba, uscita a maggio nelle sale), laddove lo spaesamento, il disequilibrio, la mancanza di rotte psicologiche, esistenziali e familiari ci hanno spesso lasciati senza risposte, aggrappati alla consapevole accettazione di destini instabili, annoiati, persi. Basti ricordare spettacoli di successo come L’origine del mondo, Diario del tempo, La vita ferma, Smarrimento, Darwin inconsolabile: mondi sospesi, vacillanti, attraversati da profonde angosce e disillusioni, ora aggirate con raffinata ironia, ora diluite in un dolore subdolo e appiccicoso.

La seconda prospettiva di riflessione riguarda invece la circostanza stessa del debutto, ovverosia la riapertura di una sala teatrale cittadina e, tanto più, lo spirito “umanista”, la portata etica, che ne connota il senso. «Restituire un teatro alla città» – ha detto Longobardi durante la conferenza stampa deputata – «è una festa. È un ritorno alla vita comunitaria, la ripresa di un dialogo diretto. Il Teatro è un luogo di resistenza della presenza umana contro la semplificazione digitale e solitaria davanti a uno schermo. Insieme si realizza qualcosa di molto più potente che da soli: si spezza l’isolamento, si crea familiarità, si rinforza il tessuto sociale».
In questa sua nuova opera, il cui titolo traduce lo straordinario primo verso dell’Enrico IV di Shakespeare (So shaken as we are, so wan with care), l’autrice romana sposa in pieno l’idea che oggi stiamo pericolosamente smarrendo proprio l’Uomo e la solidarietà umana: un tema cocente, che in questo apprezzabile lavoro diventa il centro di una scrittura abilmente sghemba, grottesca, ma attentissima all’attualità, resa quanto mai viva da un tris di ottimi interpreti quali Barbara Chichiarelli, Daniele Parisi e Gioia Salvatori (già nel cast, quest’ultima, di Darwin inconsolabile nel 2021), tutti e tre davvero incisivi nel mantenere un registro asciutto, sottoesposto e tuttavia capace di farsi a tratti funambolico, “involontariamente” poetico.
La trama ruota intorno al “turbamento” di due amici quarantenni, due esemplari-tipo della classe media italiana odierna, alle prese con i conti e il rischio di ritrovarsi poveri. Gioia (una Salvatori ricca di sfumature e colori espressivi) ha tanto di laurea e dottorato di ricerca ma racimola appena 3000 euro l’anno a furia di contratti precari; Daniele (altrettanto incisiva la prova di Parisi, in queste settimane al cinema nel film Serpenti) ha un impiego misterioso e privo di scenari migliorativi, grazie al quale guadagna sì e no 1300 euro al mese. Vivono insieme. L’affitto aumenta, il caffè aumenta, le bollette aumentano, tutto aumenta. Se ne accorgono quasi all’improvviso, per cui iniziano a cadere, a vacillare fisicamente e metaforicamente, a “dis-perarsi”, a confrontarsi. Lui – siamo pressoché all’inizio – fa l’albero di Natale con largo anticipo; lei cerca soluzioni concrete, lasciando trapelare quella salvifica, lunare, urgenza affettiva che la attraversa: «Tu mi vuoi bene?».

Finché entra in gioco un terzo personaggio, affidato a una Chichiarelli che non smentisce il suo comprovato talento (sia sufficiente citare le ottime interpretazioni in Suburra – La serie e in M – Il figlio del secolo), e che qui è l’impiegata di un fantomatico ufficio pubblico di gogoliana memoria chiamata a risolvere i guai finanziari della gente: tra scartoffie e vistose liste di ammortizzatori sociali ben poco risolutivi, entra in scena annunciandosi con uno slittamento metaletterario degno di Propp: «Io sono un personaggio-funzione, io sono l’Aiutante».
In effetti, questa burocrate/intellettuale dall’aria severa e dalla solida cultura economica, finanziaria e filosofica che disserta di Jacques Derrida e della sua Hauntology (teoria che scompagina il concetto comune di tempo e di domani), aiuterà realmente i due preoccupati protagonisti, ma lo farà soprattutto rimodulando il loro pensiero, prospettando loro, cioè, l’idea di un futuro che è già morto. Motivo per cui guardare al passato non solo risulterà utile ma assolutamente indispensabile. Ecco, dunque, che il linguaggio del testo si carica di citazioni letterarie e cinematografiche, aprendosi ad un deciso scarto spazio-temporale: ora gli interpreti sono i personaggi di un film neorealista, di quelli che raccontavano l’Italia post-bellica, famiglie con tante bocche da sfamare e una povertà affrontata insieme, intorno al tavolo, oggetto-feticcio dell’intera pièce.

Nello spazio stilizzato e chiaro disegnato dalla scenografa Fabiana Di Marco, il tavolo c’è e sta di lato: è su questo piccolo tavolo che Daniele fa liste di conti mentre racconta del padre, di sacrifici d’altri tempi. Su questo stesso tavolo Gioia controlla scontrini e bollette, e sempre in quest’angolo di casa si svolge l’intera scena del flashback neorealista. Basta poco, in fondo, per raccontare chi siamo stati ieri e chi siamo oggi. La regia sobria ma puntuale della Calamaro e il caldo gioco di luci di Gianni Staropoli non fanno che accompagnare in modo discreto e armonioso questi diversi momenti/movimenti della scrittura e, tanto più, i vari stati d’animo dei personaggi/attori. In definitiva, passato e presente si rincorrono e con-vivono senza soluzione di continuità. E se l’ultima giravolta della drammaturgia ci riporta allo sconsolato quadro economico dei nostri tempi, è solo nell’umanesimo radicale di Gioia che potremo trovare conforto: «Tu mi vuoi bene?».
Gioia è dunque il vero deux ex machina della vicenda: la sua ricerca di una spalla su cui poggiare la testa non rappresenta una resa, bensì una vittoria mansueta, un gesto rituale, una preghiera laica, una rivoluzione gentile. Perché essere “umani” – sembra volerci dire l’autrice – possiede in sé un valore e un potere che nessuna sofisticata Intelligenza Artificiale, nessuna plutocrazia tecnologica, nessun Gigante pirandelliano potrà mai compromettere: la capacità di stabilire un contatto, di stringere l’altro in un abbraccio, di respirare “insieme”. E dove raccontare questa bellezza se non a Teatro?

Turbati come siamo, pallidi di preoccupazioni
scritto e diretto da Lucia Calamaro
con Barbara Chichiarelli, Daniele Parisi, Gioia Salvatori
scene Fabiana Di Marco
luci Gianni Staropoli
aiuto regia Emilia Verginelli
produzione Viola Produzioni – Centro di Produzione Teatrale.
Teatro Piccolo Eliseo, Roma, fino al 25 ottobre 2026.