Wasted di Kate Tempest: poesia incarnata sul desiderio di cambiamento di Renata Savo

Se non ve ne foste ancora accorti, la realizzazione professionale e le aspettative di vita sono diventate la più grande ossessione della nostra epoca. Forte l’eco di questi temi nella cultura contemporanea: dalla filosofia alla letteratura, dal cinema al teatro. Nella modernità liquida descritta da Zygmunt Bauman, in cui l’incertezza è l’unica certezza, si lavora sodo per preservare le relazioni sociali, persino quei legami affettivi che consideravamo più stretti e duraturi; il coreano Byung-Chul Han parla di “società della stanchezza” a proposito della rincorsa al successo dell’individuo contemporaneo, affetto da una sindrome da burnout che conduce verso l’alienazione e la confusione tra vita e lavoro, con relazioni interpersonali che intersecano le due sfere inestricabilmente. Sul grande schermo, è da poco uscito nelle sale italiane il nuovo film di Ken Loach, Sorry We Missed You, rappresentazione eloquente di quel che può accadere a una famiglia di ceto medio come tante: desiderare una casa di proprietà, pensando di guadagnare tanto lavorando, anche, tanto; illudersi di essere liberi solo perché si fa uso di una partita iva, mentre ormai, molti lo hanno capito, di “libero” nell’attività del libero professionista non è rimasto nulla; al posto dell’indipendenza del lavoratore autonomo, un (auto)controllo compulsivo, mediante i dati che si è stati obbligati a inserire in un dispositivo elettronico. A teatro, Cuckoo del performer coreano Jaha Koo, passato da Roma attraverso il festival Short Theatre, riportava come titolo il nome di una popolare macchina usata per bollire il riso nel Sud-Est asiatico, dove, alla fine del XX secolo, una grande crisi economica ha colpito decine di milioni di persone, soprattutto giovani, schiacciate dall’isolamento prodotto da orari di lavoro massacranti, precarietà e disoccupazione: un fenomeno che innalzò a livelli impressionanti il tasso di suicidi della popolazione.

Da nord a sud, da est a ovest, oggi ci sentiamo tutti un po’ figli di una frustrazione che va al di là dei nostri meriti concreti, delle illusioni che avevamo coltivato, degli svariati “non abbastanza” che ci sono stati rivolti contro, sbattuti in faccia alle nostre ambizioni sin dalla giovane età. E così, a trenta, quarant’anni, ci ritroviamo a vivere con la sensazione di essere “sprecati”. “Sprecato”, Wasted, della rapper, live performer, poetessa e scrittrice britannica Kate Tempest, nota per i suoi testi di impegno civile, è proprio il titolo dell’ultimo spettacolo firmato dalla regista Giorgina Pi, una produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione in collaborazione con Angelo Mai / Bluemotion, che porta sul palco del Teatro India di Roma, fino al 26 gennaio, una triade di attori composta da Sylvia De Fanti, Xhulio Petushi e Gabriele Portoghese. Tre affiatati amici che dall’adolescenza in poi hanno condiviso gioie e dolori, tra cui la perdita di un caro amico, e che a dieci anni di distanza dal tragico evento si ritrovano a riflettere sul tempo trascorso, su quanto seminato e fruttato alle loro fragili esistenze.
Lo spettacolo comincia in modo “post-drammatico” – per dirla à la Hans-Thies Lehmann – con i tre attori disposti frontalmente, bocche sui microfoni a comunicare il disagio condiviso di star davanti a una platea, espediente non nuovo con cui la contemporaneità ama avvicinare, attraverso un palcoscenico, chi sta dall’altra parte a delle verità piuttosto che a una finzione. La verità di Kate Tempest – qui nell’efficace traduzione di Riccardo Duranti – appartiene al mondo che accade intorno a noi mentre scivoliamo in una stanca routine, accontentandoci del fondo di una bottiglia. Così ci appaiono Danny (Petushi), Charlie (De Fanti) e Ted (Portoghese): stanchi e frustrati, ciascuno a suo modo non realizzato, pur credendo, però, che nell’altro ci sia qualcosa di buono, forse una speranza; di sicuro, il desiderio di cambiamento. Danny e Ted, come due fratelli, rappresentano vite agli antipodi: Danny, squattrinato chitarrista, è l’unico che ancora rincorre la sua ambizione, ma campa facendo il cameriere; Ted è il classico impiegato con il posto fisso che svolge ripetitive mansioni d’ufficio, con una famiglia e, come si suol dire, le catene ai polsi; Charlie fa l’insegnante, ma il suo sogno è partire, viaggiare. Di base c’è che ognuno rivede nell’altro la propria parte mancante e desidererebbe farla propria, solo che manca il coraggio. Charlie e Danny sono una coppia che si lascia e si prende: Danny sostiene di essere disposto ad aspettare Charlie al suo ritorno, ma non sarebbe in grado di accettare di seguirla nella sua decisione, non se la sentirebbe di mettere in stand-by quel poco da lui costruito a fatica negli anni. E il cambiamento, allora, si limita a coincidere con quello che si fissa sul volto di un amico di lunga data non rivisto per tanto tempo. La scena, non a caso, è quasi un cristallo, grazie al disegno luci, davvero notevole, di Andrea Gallo: raggi e punti di luce accarezzano l’aria e il terreno plumbei di uno spoglio studio di registrazione, tra lievi vapori, come se il ricordo lontano di tempi migliori avesse arrestato, fino a congelarlo, il futuro diventato improvvisamente presente; in altri momenti, subito dopo, c’è il ritorno all’essenzialità del reale, quello in cui ricadiamo, imprigionati, poche ore dopo il nostro risveglio dal sogno. Testimonianza di questa necessità di celebrare il passato sono anche le proiezioni in bianco e nero alle spalle: un sapore vintage che rimanda agli illustri anni Sessanta, quando il cambiamento sembrava realmente possibile e le persone scendevano in strada per manifestarlo. Eppure, “cambiamento” resta la parola-chiave, quella su cui la drammaturgia dello spettacolo insiste: in una scena bellissima e dall’alto valore poetico, il cambiamento si fa anafora, immagine sotto forma di suono. Vien da dire che si fa bene ad insistervi, perché quel desiderio di cambiamento, che spesso proviamo al mattino e diviene motore delle nostre azioni, ha bisogno anche del teatro. Di questo teatro, che pur mettendoci a nudo e facendosi specchio dei nostri disagi si congeda da noi con un messaggio di speranza.

Wasted

di Kate Tempest
traduzione Riccardo Duranti
uno spettacolo di Bluemotion
regia Giorgina Pi
con Sylvia De Fanti, Xhulio Petushi, Gabriele Portoghese
scene Giorgina Pi
consulenza ai costumi Gianluca Falaschi
musica, ambiente sonoro Collettivo Angelo Mai
luci Andrea Gallo
suoni Paolo Panella/Lorenzo Danesin
scenotecnica, assistenza alla regia Marta Montevecchi
grafica Marco Smacchia
foto di scena Luca Del Pia.
Produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione in collaborazione con Angelo Mai / Bluemotion.
Bluemotion ringrazia Ateliersi per la Residenza Creativa con Aura Satz.

Teatro India, Roma, fino al 26 gennaio 2020.