“Tebe al tempo della febbre gialla” di Marina Fabbri

Foto di Rina Skeel

«È il giorno dopo la battaglia. La guerra tra i due figli di Edipo per il dominio di Tebe è terminata. La ribelle Antigone è stata punita per aver profanato la legge della città. Le famiglie seppelliscono i loro morti. Il fantasma di Edipo si aggira tra i cadaveri. Creonte e Tiresia ordiscono la pace, La Sfinge e la Peste sono in agguato. Per noi tutti è primavera, tempo di innamoramenti. Il futuro è frenesia di sole e oro: una febbre gialla».
Tebe al tempo della febbre gialla, non è solo l’ultimo spettacolo di Eugenio Barba e della sua compagnia, l’Odin Teatret, è un cerchio che si chiude.  Anzi, come dichiara lo stesso Barba, «la quadratura di un cerchio» di questo ultimo organismo teatrale vivente che discende, attraverso Grotowski, dalla feconda rivoluzione novecentesca che va da Stanislavskij ad Artaud. «Un mito ha accompagnato la mia vita in teatro sin dai primi passi» – scrive Barba nelle sue note di regia – «È la saga di una famiglia greca, quella di Edipo e della sua città, Tebe», e L’Edipo tiranno di Sofocle fu il primo progetto di regia teatrale del giovane Barba presentato alla Scuola di Varsavia nel 1961. Così nel 1983 di nuovo Barba si confronta col personaggio nel Romancero di Edipo, mentre nel 1986, nel Vangelo di Oxyrhincus troneggiava Antigone, e infine in Mythos, lo spettacolo del 1998, l’Odin raccoglie tutti i personaggi dei miti greci, utilizzandoli come simulacri per raccontare la storia recente della nostra civiltà, sempre lacerata tra la lotta per il potere e la ricerca della felicità. Una lotta e una ricerca che sono i motori anche dell’esistenza teatrale dell’Odin e del suo creatore Eugenio Barba, oggi suo malgrado tornato in viaggio per il mondo, a causa del venir meno della sede storica del teatro di Holstebro.

Foto di Rina Skeel

E così Barba rimette in circolo anche in Tebe, lamento funebre e insieme ballata che inneggia al coraggio e all’amore, gli antichi personaggi dei miti greci che «sono azione ed energia». Perché «la loro ferocità non è malvagità. Le loro sofferenze non sono tristezza», e perché «conoscono la Realtà: l’ineluttabile impero di quelle forze che noi chiamiamo il Male». Come ogni spettacolo dell’Odin che si rispetti, anche questo è immerso nel buio che gli attori lacerano di continuo con lampi di suoni, parole e gesti. Ogni attore interpreta qui un personaggio che non è facile riconoscere ma che ci ricorda tutti (o quasi) i personaggi dei precedenti spettacoli, come se ognuno ne fosse un distillato. Gli attori, nei loro costumi grotteschi e poveri allo stesso tempo, si avvicendano raccontando storie che non comprendiamo, poiché parlano il greco antico, ma nutrendole di gesti e azioni fisiche che comprendiamo e soprattutto ricordiamo benissimo, per aver visto altri spettacoli e assistito ad altre storie raccontate da questi stessi attori. Riconosco in questo la pazzia di Aglaia-Antigone di Roberta Carreri, il Creonte di Kai Bredholt, «un cagnaccio che conversa a fischi e abbaiando», il solenne e disincantato Tiresia di Julia Varley, la inquietante e adrenalinica Sfinge di Donald Kitt, e Iben Nagel Rasmussen che non incarna (sarebbe volgare) ma porta su di sé come il fardello di un destino il Fantasma di Edipo.
Riconosco e mi sorprendono sempre l’incedere tra danza e processione solenne dei loro personaggi, i gesti d’amore e di violenza, la spensieratezza caracollante, la follia delle tensioni verso un nemico o forse un amico invisibili, il raccoglimento doloroso della preghiera che in un attimo si apre ad una festa inaspettata. E a poco serve sapere la successione delle scene, dalla 1 alla 12, che viene educatamente riportata nel programma: dal Rituale di purificazione (1), allo Spirito di Edipo che rivela a Tiresia il senso del destino umano (4), ad Antigone che diventa un mito (7), fino a che Sette volte sette Tebe sarà distrutta e sette volte sette più una Tebe risorgerà (12). O meglio, serve a rileggerla dopo lo spettacolo, a casa, quando quelle figure intagliate nel buio e rilucenti di luce propria, di una luce che viene da sessanta anni di storia e di lavoro, tornano a popolare la nostra mente che si è fatta rapire ancora una volta dal teatro sapiente e necessario di Eugenio Barba e dei suoi compagni dell’Odin. Come appunto in ogni spettacolo di Barba che si rispetti anche qui si parla di noi e si parla di loro, degli attori, si parla di un mondo che sta scomparendo e di un orizzonte fosco che non vorremmo vedere, ma anche di un teatro che scompare e dei suoi attori che si rimettono in cammino. Si parla delle ingiustizie che ci flagellano, della rabbia che non sappiamo esprimere abbastanza per cancellare quelle ingiustizie, si parla della nostra inesorabile sete di innamorarci nonostante le sconfitte e le perdite, si parla del lutto e della rinascita. Insomma, il teatro.

Foto di Rina Skeel

Tebe al tempo della febbre gialla

testo e regia Eugenio Barba
dramaturg Thomas Bredsdorff
assistenti alla regia Elena Floris, Dina Abu Hamdan
con Kai Bredholt, Roberta Carreri, Donald Kitt, Iben Nagel Rasmussen, Julia Varley
spazio scenico Odin Teatret
disegno luci Fausto Pro
consulente luci Jesper Kongshaug
costumi e oggetti Lena Bjerregard, Antonella Diana e Odin Teatret
consigliere arte visuale Francesca Tesoniero.

Teatro Vascello, Roma, dal 26 settembre al 2 ottobre 2022. 

Tournée:

Cantieri Teatrali Koreja, Lecce, fino all’8 ottobre 2022
Goleniów, Polonia, 22-25 ottobre 2022
Théâtre du Soleil, Parigi, dall’8 al 12 novembre 2022 e dal 15 al 19 novembre 2022.