A Pergine c’è tempo per riprendere tempo di Maria Francesca Stancapiano

Foto di Elisa Vettori

«I Monti sono maestri muti e fanno discepoli silenziosi».
(Johann Wolfgang von Goethe)

 

Tra le montagne trentine, dal 28 giugno al 13 luglio, si è svolta la 44ma edizione di Pergine Festival. La direttrice artistica Carla Esperanza Tommasini, con consapevolezza e criterio di scelta, ci propone una serie di spettacoli che mi fanno ancora di più riflettere sul tempo, la velocità che a questo gli impongo, senza a volte ascoltarlo; o quel tempo che mangia la mia natura, la mia essenza per stare dietro a una moda, a una tendenza che indosso come un abito troppo stretto. Secondo la religione ebraico-cristiana e della società moderna il tempo è simboleggiato da una freccia che corre inesorabilmente verso il futuro. Ed è come una freccia il tempo che vedo, che si ferma su una delle montagne e che racchiude il piccolo paese in provincia di Trento e che nei giorni compresi tra il 5 e 6 luglio mi blocca, mi fa fermare e riflettere anche sul mio futuro, ma nel mio presente partendo dal mio passato.
Dal passato inizio a raccogliere la mia essenza tra il rumore assordante, muto, che le montagne mi restituiscono quasi come un obbligo, un dovere: il fermarmi a pensare. Le ascolto e lo faccio con inconsapevolezza totale rispetto a quello cui andrò incontro, prima di entrare a Palazzo Crivelli e immergermi in After/Dopo una creazione partecipativa e site-specific sulla fugacità della vita a cura di Effetto Larsen. Il progetto, nato da un workshop a stretto contatto con il pubblico, ha origine dal desiderio di indagare il tema della fine «in un periodo dell’età in cui sì, siamo ancora giovani, ma iniziamo a entrare in una fase della vita in cui la prospettiva cambia, perdendo la meravigliosa illusione di eternità della gioventù ma al contempo sviluppandone consapevolezza», confessa Matteo Lanfranchi, fondatore e direttore artistico della compagnia. Quattro alla volta veniamo introdotti all’interno del Palazzo. Prima di entrare ci viene dato in dono un sacchetto contenente dei sassi e ci raccomandano di «pensare di non esserci più». I sassi servono per deporre su un SI o su un NO le proprie risposte a domande come: «ci hai mai pensato?» o «ti spaventa pensare che la vita finisca?». Passo dopo passo, paradossalmente, il percorso diventa intrigante e nascono la voglia e l’esigenza di rimanere da soli, con quelle parole, con quel piccolo sacco di liuta che si alleggerisce sempre di più a mano a mano che deponiamo una piccola pietra. L’entrata in ogni nuova sala viene introdotta con dolcezza e gentilezza da dei volontari che ci spiegano quello che possiamo fare: lasciarsi fotografare con una polaroid e decidere se consegnare su un muro la nostra testimonianza insieme alle altre oppure no; comporre su adesivi le costellazioni familiari; e ancora raccogliere se stessi in un angolo qualsiasi di una stanza piena di foglie e pensare senza limiti di tempo. Perché il tempo è quello che non ci mangia più in questo percorso: abbiamo, adesso, tutta la vita raccolta dentro i nostri occhi chiusi in una stanza, in un battito, che si fa più veloce nel pensare a cosa dire prima di non esserci più. E quel cuore spinge sempre più forte il sangue al punto da iniziare a piangere, piano, lentamente, mentre una penna scorre come un flusso liberatorio su di un foglio nello scrivere il proprio testamento emotivo, di vita, e tutte quelle parole, oggetti, che si potrebbero lasciare, dire, fare.

Foto di Elisa Vettori

È un percorso che necessita del cuore dello spettatore come partecipante attivo e che restituisce tanta più vita nell’unico pensiero leggero e lì, in quelle stanze, della fine di quella stessa e accorgersi che si è realmente vissuti per tante e mille ragioni.
I sassi sono finiti. Le stanze anche. La luce ritorna. La vita prosegue per continuare ad ascoltarsi “nuovi”, con un piccolo dolore che fa bene, che pulisce l’anima come una carezza sul cuore. È un progetto, che ricorda – in un certo senso – Un habitants. Per fare spazio a noi di Caterina Moroni nel cimitero di San Cataldo a Modena, con la differenza che lo spettatore-attivo (anche qui in un contesto di site-specific) si muove riflettendo sulla fine di fronte a chi ha già oltrepassato la vita, continuando a prendersene cura. Lanfranchi ci porta, invece, a pensare, per la durata di un tempo nostro, alla propria fine sin dall’inizio del percorso, lasciando che sia l’attore-spettatore a decidere quando e come uscire dalla scena e se o meno proferire una battuta priva di canovaccio, se non quella della propria vita. La riflessione sulla morte è stata il principale stimolo allo sviluppo della filosofia: «Ad eccezione dell’uomo, nessun essere si meraviglia della propria esistenza… La meraviglia filosofica… è viceversa condizionata da un più elevato sviluppo dell’intelligenza individuale: tale condizione però non è certamente l’unica, ma è invece la cognizione della morte, insieme con la vista del dolore e della miseria della vita, che ha senza dubbio dato l’impulso più forte alla riflessione filosofica e alle spiegazioni metafisiche del mondo. Se la nostra vita fosse senza fine e senza dolore, a nessuno forse verrebbe in mente di domandarsi perché il mondo esista e perché sia fatto proprio così, ma tutto ciò sarebbe ovvio». Sosteneva questo Arthur Schopenhauer ne Il mondo come volontà e rappresentazione. Nella nostra cultura occidentale, siamo portati a pensare troppo alla vita senza soffermarci sul fatto che a questa segue una fine. Sia il buddismo che l’induismo tendono ad esorcizzare e a sconfiggere la paura della morte che, in effetti, è vissuta con più “tranquillità” rispetto all’atteggiamento occidentale. Non mi riferisco ovviamente al grado di dolore, argomento intimo e delicato che riguarda profondamente ogni individuo, il suo rapporto con il lutto, ma all’atteggiamento, per così dire, sociale.
Il dolore c’è, ma non c’è la memoria continua della persona scomparsa. Si ritiene che sia necessario lasciarla andare, che sia doveroso lasciare che l’anima di quella stessa persona, si avvii verso il suo percorso senza i lacci con cui chi rimane vorrebbe aggrapparla qui, l’anima libera è l’espressione stessa della divinità che è in noi e che deve compiere il suo cammino, il suo destino, il suo karma, incarnarsi ancora ed imparare altre lezioni. E infatti non siamo in un luogo specificatamente “occidentale”, dai connotati di un cimitero, o di un obitorio. Siamo nel nostro luogo, in stanze di raccolta dai colori caldi, dove soltanto le foglie hanno perso la vita, perché secche. Ma sulle quali, tuttavia, il peso dei nostri passi ne restituisce il ricordo. Ogni giorno riaffiora un pensiero nuovo offerto dall’esperienza studiata e offerta da Effetto Larsen.

Foto di Giulia Lenzi

Dal presente raccolgo il mio specchio. Necessito di spogliarmi da qualsiasi parola che venga dall’esterno, da qualsiasi citazione di libri, aforismi, orpelli inutili che, capisco, appesantire la mia essenza, come catenacci al collo. Desidero soltanto arricchirmi delle mie sensazioni, del mio vocabolario. Dal mio presente prendo la data della mia nascita e arrivo al mio oggi pulita, nuda e cruda con lo spettacolo Atto di adorazione (di Dante Antonelli con Claudio Larena, Giovanni Onorato, Arianna Pozzoli, Pietro Turano, musica e live set Mario Russo. Produzione Roma Europa Festival, 369 gradi). È un atto di amore e di purezza quello che mi avvolge e mi commuove: dalla visione di quattro ragazzi che si ritrovano e intrecciano i loro racconti senza alcun vincolo, senza alcuna parola costruita da una società che è abituata a macchiarci, a sporcarci, a non riconoscerci. Sembrano offesi, arrabbiati, all’inizio perché sfidano il pubblico con i loro sguardi, accompagnandoli con movimenti di arti marziali, che mettono un ordine radicale che poi col tempo viene infranto. Movimenti scanditi, secchi e duri dettati dalla coreografia curata da Salvo Lombardo. Sembrano, appunto. Possono, invece, raccontarci solamente aneddoti della loro vita, della loro fame d’amore, della loro unione in un prato verde mentre liberi ballano in un atto di adorazione, in un costante rito senza mai sporcare la scena, divertendosi (questo arriva allo spettatore, è certo) e amando ogni singola parola proferita, come fosse un inno alla vita costante nato in una notte di disperazione, o dopo un lutto, o nel racconto del proprio sesso che ha del tenero nel farlo «perché è bello. È come una bolla». E proprio come una bolla va protetto il messaggio, facendo attenzione che non scoppi l’onestà di essere se stessi, liberi da giudizi, pregiudizi, false attenzioni. Sono ragazzi che se la mangiano la vita, senza effetti collaterali, diretti dallo sguardo attento di un regista che ama parlare e raccontare partendo dagli scritti di Mishima, uno dei pochi autori giapponesi a riscuotere immediato successo anche all’estero, quello stesso che nel “suicidio rituale” lascia un testamento di inno alla vita: «Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! È bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l’esistenza di un valore superiore all’attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! È il Giappone! È il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo». E subito dopo si è ucciso per sottolineare ancora di più il suo pensiero.
In questo caso, nell’opera di Antonelli, non si parla di suicidio. Anzi, proprio partendo dall’ “eredità” dello scrittore e patriota giapponese, da quel suicidio, appunto, enorme gesto simbolico per la società, il regista/drammaturgo vuole sorridere alla vita lasciando come testamento sul palcoscenico soltanto l’amore, soltanto il battito che i quattro attori esercitano in balli e ritmi proprio perché non si compia più alcun gesto estremo se non quello di una estrema vitalità. Sono 90 minuti di crescendo, di un climax che ha del potente in cui la drammaturgia, il corpo dell’attore, fermo, deciso, vero quasi senza finzione, ci porta a credere a quei racconti, perché il teatro è talmente ben definito che non si percepisce più il limine tra realtà e finzione. «E se il teatro diventasse più vero del vero» – si chiede Artaud – «se la realtà fosse un mero riflesso di un teatro che incarna la vita vera?». Con questo quesito io rispondo che è possibile vedere spettacoli che facciano credere che sia vera la finzione, proprio come Atto di adorazione.

Foto di Giulia Lenzi


Il tempo è anche la storia che ritorna su pagine macchiate di sangue per mano di guerre che ancora hanno declinazioni al presente, che ancora seminano terrore e odio, che ancora godono dell’avverbio “ancora”. Viaggio al termine della notte è il romanzo a sfondo autobiografico di Louis-Ferdinand Céline da cui Elio Germano e Teho Teardo hanno liberamente tratto uno spettacolo che è insieme omaggio e riscrittura innovativa. È uno spettacolo in forma di concerto e tutto quello che viene fatto, compiuto sul palcoscenico, sta nel suono: il suono della voce di Elio Germano, del musicista Teho Teardo insieme a quelli di Laura Bisceglia, Ambra Chiara Michelangeli e Elena de Stabile. Si respira una temperatura emotiva dai colori scuri, tetri, che riecheggiano la notte, appunto, e che rimandano all’assenza di prospettive che un giovane studente di medicina, Bardamu, il protagonista del romanzo di Céline, rivendica una volta fatto prigioniero di guerra. I brani scelti non hanno una vera e propria sequenza logica perché non c’è la necessità di raccontare una storia, bensì di trasmettere la rabbia, la paura, l’angoscia del protagonista. «Sarei dunque io il solo vigliacco sulla terra? Pensavo e con che spavento perduto in mezzo a due milioni e mezzo di pazzi eroici e armati viventi». Il corpo dell’attore, nel leggere scomposto a una scrivania con un abat-jour dalla luce fioca, si dimena in un linguaggio del corpo che non riesce a esprimere, quasi come se volesse tradurre le parole in dolore; parole che diventano sempre taglienti, che tessono un monologo con un registro vocale molto basso; un suono, appunto, che nasce dalle viscere dove è annidata la rabbia e che costruisce il pessimismo del protagonista. Al centro del palco i tre archi, violoncello, viola e violino accompagnano, insieme alla musica e effetti sonori e vocali live di Theo Teardo, quella voce intimistica (sottolineata da un microfono stile radiotrasmettitore che modifica la voce in metallica) e poi irruenta (con un semplice microfono shure) che esprime soltanto sentimenti pessimi sull’umanità. Non si può pretendere da uno spettacolo del genere dinamicità perché è di una morte interiore che si parla e la delusione rompe qualsiasi voglia di movimento, in quanto è un puro incrocio di voci che danno spazio all’immaginazione e che rimane freddo come il viaggio di un uomo a cui hanno rotto la bolla della vita, quella bolla che è bella, pura, senza costruzioni, con una voglia di vivere che non c’è più. Non c’è corpo, ma soltanto voce, dunque l’attore nella sua unità corpo-voce incarna il dire dell’essere umano. In quel dire l’uomo si riconosce e prende coscienza di sé.
È tempo di rileggerlo il nostro tempo, rallentando le lancette, pensarci, guardarci, accettarci. È tempo di riprendere in mano certi libri che fanno male perché forse un po’ di dolore educa a trovare la soluzione per stare meglio.

Foto di Giulia Lenzi