Mauerspringer: l’insieme che riunisce mondi di Maria Francesca Stancapiano

«Cosa regge tutta questa fatica? Qual è il motore che vi fa andare avanti e non demordere mai?». «L’unione. Lo stare insieme. Senza il supporto l’uno dell’altro tutto questo non esisterebbe e, forse, non avrebbe un senso». Così risponde Alberto Grilli, mentre aggiunge altro tabacco alla pipa, alimentando un sorriso sincero sul volto, alla fine dello spettacolo I nove comandamenti.
Si avverte pace, distensione tra tutti, mentre il vino, a fine serata, aiuta a scaldarci e ad ascoltare i racconti che hanno messo su, tassello dopo tassello, quarant’anni anni della compagnia Teatro Due Mondi che ha percorso piazze, strade in qualsiasi situazione climatica. Quarant’ anni che sono volati, tra progetti riusciti, incontri con realtà da far riecheggiare nel tempo, grazie anche al prezioso lavoro di Gigi Bertoni come dramaturg. Si ricordi, per esempio, il progetto Lavoravo all’Omsa in cui si narra del licenziamento, dei picchetti, delle trattative delle donne operaie; oppure Oriente, la storia di una giovane donna superstite alle barbàrie di un Generale. O ancora spettacoli che vanno a scavare in quelle che sono le tradizioni popolari come Ay l’amor! dove i canti scelti si alternano tra l’amore e il lavoro mentre gli attori compongono dei veri e propri tableaux vivants, e le azioni coreografiche si disfano velocemente per generarne altre in un ritmo calzante. Il Teatro Due Mondi è un “mondo” a parte, un concentrato di azioni ripetute nel quotidiano che genera vite nuove, regala possibilità, anima, senza invadere, restituendo cuore al cuore. Se Alberto non avesse espresso il termine “insieme” non sarebbe stato importante perché è percepibile negli occhi di ogni singolo componente quanto sia necessario l’aiuto dell’altro, che fosse anche solo uno sguardo da lontano durante un allestimento, che fosse anche solo il sorriso dopo ore e ore di prove ogni giorno.
I giorni in cui siamo stati ospiti a Faenza della compagnia – dall’11 al 13 settembre – abbiamo partecipato (perché questo è il verbo più appropriato) al festival Mauerspringer. Senza confini, finanziato dal programma Europa Creativa dell’Unione Europea e contemporaneamente dai Progetti Pace da parte dell’Emilia Romagna. Otto compagnie artistiche internazionali provenienti da sei Paesi europei (Francia, Germania, Spagna, Serbia, Polonia, Repubblica Ceca) e tre italiane hanno coinvolto le comunità di Faenza, Brisighella, Solarolo, Castel Bolognese, Riolo Terme e Casola Valsenio con quattro laboratori teatrali partecipati, dieci spettacoli – di cui sei in prima nazionale – e una mostra fotografica diffusa sul rapporto tra teatro, strada e spettatori in Europa. Il cuore della città romagnola di Faenza, Piazza del Popolo e Castel Bolognese sono stati i fulcri della fine di due laboratori condotti da due realtà geograficamente opposte: quella polacca rappresentata da Krzystof Zwirbiis, co-fondatore dello storico gruppo di teatro di strada Akademia Ruchu di Varsavia più volte ospite a Faenza con la performance finale Firma la piazza in cui le donne (e una bambina) si relazionano con oggetti, tra cui canne di bambù, denunciando un mondo inquinato che, automaticamente, danneggia la società e le relazioni. Perché proprio la donna a interpretarlo? «La donna è il potere, lei partorisce, lei può modificare il mondo e la Natura stessa che risiede in lei. Chi fa del male alla donna fa del male alla Natura, no?! La donna nella storia ha subìto più dell’uomo e tante volte si è esposta e ancora si espone, no?! » Dichiara il regista polacco. Ed è vero anche quanto meraviglioso questo sia riconosciuto da un uomo. La piazza di Castel Bolognese fa da sfondo, poi, all’altro spettacolo di fine laboratorio del Théâtre de l’Unité (Audincourt, Francia) Il mondo capovolto. Da anni il Teatro Due Mondi incontra profughi, richiedenti asilo e migranti. La porta del loro teatro è sempre aperta «entrano curiosi», racconta Angela Pezzi, l’attrice della compagnia. «Non imponiamo loro un testo o una nostra idea. Il progetto nasce da un raccontarsi a vicenda. Se vogliono restano, sanno di avere una casa di conforto, qui da noi. Non possiamo, però, andare contro le loro scelte se qualcuno decide di abbandonarci. Dispiace, certo, ma rispettiamo, ripeto». E con il tempo, il Teatro Due Mondi ha allargato la compagnia a tanti ragazzi provenienti dall’Africa e dal Pakistan. Quelli rimasti, appunto, hanno partecipato a quest’ultimo progetto composto da dieci quadri, con intervallo tra l’uno e l’altro di uno stacco musicale a cura di Jacques Livchine, il rappresentante della compagnia. Sono scene che appartengono al quotidiano denigrare razze diverse da quelle italiane, nel parlar comune aizzato soprattutto da politici in giacca e cravatta che esortano di chiudere porti, di respingere persone senza troppi se né troppi ma perché «ci costano e poi non fanno niente, stanno sempre al telefono». Sono semplicemente specchi che riflettono una triste realtà dalla quale dovremmo evadere e crescere, in un insieme, appunto. Come si guarda un uomo? Come l’uomo guarda l’altro, quello che vuole abbattere i muri soltanto per dare una mano o perché non ha vergogna di chiedere aiuto? Il diverso esiste, ne siamo certi, ma siamo tutti diversi l’uno dall’altro e potremmo essere tutti delle risorse fondamentali in questo nostro Mondo. E non è un discorso di buonismo moralista. È la visione più semplice che però ancora oggi, nonostante tutto, non viene utilizzata. Chi invece riesce a guardare senza moralismi ma con occhio puro e modesto è Jean-Pierre Estournet, fotografo nomade francese specializzato nelle foto di teatro di strada. L’incontro con quest’uomo ha un che di poetico e di affascinante. Mostra alcuni suoi lavori dei vari spettacoli della compagnia faentina a Blois e in Spagna e nel mentre cerca di farci capire come sia importante catturare le espressioni del pubblico oltre a immagini di scena che siano in grado di restituire in un unico scatto l’intero significato dello spettacolo. La piazza per Jean-Pierre è molto importante sia per un fatto di angolazione tecnica (il poter essere libero di catturare l’istante muovendosi in qualsiasi punto, in maniera discreta) sia perché si percepisce immediatamente il rapporto tra performer e spettatore e per un fotografo di teatro è molto più stimolante.


La piazza è di tutti e il teatro torna ad avere quel senso politico originario per cui è nato apportando con sé il senso della comunione e dello scambio.
È la sera del 13 settembre e, nello spazio esterno al teatro, siamo tutti in attesa dello spettacolo I nove comandamenti. «Inizialmente doveva esserci solo una torre, quella centrale. Poi durante le prove con gli attori – Tanja Horstmann, Angela Pezzi, Maria Regosa, Renato Valmori – abbiamo deciso di allargare due ale sulle quali potessero muoversi. Così è nata la scenografia: noi pensiamo prima al luogo poi “insieme” costruiamo», sottolinea il regista Alberto Allegri. Assistiamo a vari quadri uniti da una voce fuori campo che narra il perfido modello economico imposto dalla società, giocato tra quattro piccoli Mefistofeli che si destreggiano a suon di musica (una vasta scelta di musiche tra cui Chanson Plus Bifluorée, Beatles e, visto l’argomento, Pink Floyd) con ritmo e abilità sull’intera attrezzatura di ferro. Gli attori cambiano repentinamente abiti e ruoli, mentre proiezioni alle loro spalle enfatizzano a mo’ didascalico le loro interpretazioni messe in caricatura, in maniera grottesca, dei ruoli di una parte della società del Globo: quella senza valori, che spreca i soldi, inquina la Natura, uccide senza sensi di colpa. Interpretano a viso scoperto, mimando con espressioni leggibili da qualsiasi punto dello spazio pieno di gente. Lo spettatore ne ride con la consapevolezza, però, che la sua è una risata amara perché è cosciente che é tutto tragicamente vero. C’è anche spazio per la commozione. Altri quadri, infatti, godono di un respiro molto più intimistico, evidenziato dall’opposto di quelli sopracitati. Movimenti lenti, cadenzati, ci permettono di interagire con delle maschere (che ricordano quelle della Commedia dell’Arte) che gli attori indossano. «Le abbiamo fatte noi, con il calco. Ciascuna di queste rappresenta una nostra espressione», racconta Angela. Sono uomini e donne che implorano amore, un abbraccio, e che gettano alla folla punti interrogativi sul perché, per esempio, possa esistere lo spreco e la mancanza di attenzione per gli altri. Rappresentano la gentilezza umana, con il volto coperto, senza orpelli, con costumi che vivono una luce spenta ma poco chiedono se non un abbraccio comune, lo stesso che spontaneamente viene da scambiarsi dopo lo spettacolo sotto le note di un intramontabile What A Wonderful World. Non è per niente semplice seguire uno spettacolo del genere. Sono sessanta minuti in cui si percepisce nell’immediato il complesso lavoro di ricerca, di aggiunto e poi tolto, di lavoro fisico, estenuante, si immagina, di operosità nel processo intero. Un’immersione in un mondo dinamico, ricco di idee in continua evoluzione.
Il festival ha fine, non i progetti e le date. Il clima è disteso, sorridente. Ci siamo sentiti parte per tre giorni di una famiglia, di un nucleo, di un insieme.

Mauerspringer, Faenza, dal 3 al 13 settembre 2019.