Santiago García: l’irriverente curatore dell’anima di Emanuela Bauco

Archivio Teatro Colón.

Il 23 marzo 2020, la notizia della morte di Santiago García Pinzón ci ha raggiunto. Attore, regista, drammaturgo, pedagogo e direttore del Teatro la Candelaria di Bogotá, in Colombia, Garcia è nato il 20 dicembre del 1928. Attraversando due secoli è diventato punto di riferimento indiscusso per il teatro del continente sud americano. Ha diretto oltre quarantacinque spettacoli molti dei quali con testi scritti da lui. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti e prestigiosi premi tra i quali spicca la carica di Ambasciatore mondiale del Teatro assegnatagli dall’Unesco nel 2012. In Italia lo abbiamo conosciuto grazie all’ambiente teatrale e di studi che gravita intorno al regista e pedagogo Eugenio Barba, fondatore dell’Odin Teatret, legato al teatro latino americano sin dagli anni Settanta.
Immagino di seguire la sua scia come un funambolo e di poter camminare con la sua stessa grazia nel tracciare i lineamenti del suo ritratto. Lascia un’eredità corposa composta da molti scritti, interviste, fotografie, oltre agli innumerevoli ed effimeri spettacoli teatrali. Santiago García, ospite dentro un corpo piccolo e massiccio, ha coltivato con il suo gruppo di attori un’idea profondamente rivoluzionaria del teatro, non solo rispetto al linguaggio che lo aveva preceduto, diventando la voce, l’anima, il corpo di un paese, del suo paese. La sua storia con il teatro cominciata con il maestro giapponese Seki Sano (1956) significò il ritrovamento dell’infanzia, il recupero dell’incanto e dell’attrazione che da bambino lo avevano spinto verso la pittura e poi a studiare architettura. Il teatro colombiano di quegli anni non ha una tradizione consolidata. García fonda un piccolo teatro di avanguardia, El Buho (Il Gufo, 1958) mette in scena Conversazione-Sinfonietta di Jean Tardieu. La percezione di essere un principiante e di avere una formazione “elementare” lo spinge in Europa, e con una borsa di studio va a Praga; poi al Berliner Ensemble, Brecht è morto già da qualche anno, va al Théâtre des Nations di Parigi e, infine, all’Actors Studio di New York, dove incontra Strasberg. Infine, torna a Bogotá. La geografia politica della Colombia, va sempre tenuta a mente. Nel 1965, la Colombia è in piena guerra civile, si sono da poco formate le FARC (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane) il paese è governato dal Fronte Nazionale, che pretende rapporti pacifici e fruttuosi con gli Stati Uniti. García mette in scena Galileo Galilei al Teatro Estudio dell’Università Nazionale; è il primo a mettere in scena Brecht. La produzione viene bloccata dalle autorità, fa rumore per le critiche implicite agli USA, ha però un enorme successo di pubblico e all’unanimità lo spettacolo viene riconosciuto come il principio del «nuovo teatro colombiano». Il 6 giugno 1966 fonda insieme a Patricia Ariza e Carlos Reyes, La Casa della Cultura che prenderà, poi, il nome di Teatro La Candelaria. Protagonista e teorico della “creazione collettiva”, inizialmente formulata rigidamente, García rifiuta poi di assimilarla ad un metodo, individuando nel processo di lavoro una sorgente continua di invenzione e scoperta. Un teatro per vocazione fortemente militante, un regista poliedrico. Santiago García un “hombre polifonico” dotato di un’intelligenza deslumbrante, magnifica, come molti lo hanno definito, reagisce al conflitto che abita all’interno della società, allo spirito del tempo, alle mostruosità della storia, difendendo il valore e il potere della memoria, mantenendo viva l’innocenza dell’infanzia. Indaga e si immerge nella cultura popolare, diventandone testimone. Brecht è un’eco sempre presente, che trasforma e rovescia le sue certezze e utopie. In tutte le sue opere gli episodi della vita socio politica colombiana vengono presi come pretesto per poter essere ribaltati ed infine sublimati nel linguaggio scenico: l’ironia e il paradosso sono le armi affilate e feroci con le quali affrontare le contraddizioni in seno alla storia.

Un «guerrigliero ostinato» come lo chiama Barba, che non teme il rischio, non teme la censura, né le minacce di morte: un vate donchisciottesco.

«Sono gruppo, sono Santiago, sono creazione collettiva».

I membri del Teatro La Candelaria con Gabriel García Márquez, archivio Teatro La Candelaria.

In pieno centro, a Bogotá nel quartiere La Candelaria, calle 12 #2 59, c’è una porta verde scuro, le robuste mura sono quelle tipiche di una casa in stile coloniale, ha anche una fonte d’acqua nel suo cortile centrale, qui ha la sede il Teatro La Candelaria. Il maestro ha continuato ad andare quotidianamente in teatro anche dopo che l’Alzheimer si era impadronito dei suoi ricordi, con il medesimo sorriso irriverente che danzava sotto i suoi baffi: «Noi uomini e donne di teatro sappiamo chiaramente cosa sia il dolore perché abbiamo formato gruppi, spettatori, abbiamo saputo convivere nella diversità, abbiamo affrontato le differenze nella creazione, un luogo sacro e misterioso che ci consente di ricreare la vita e quindi di contribuire a trasformarla».

Fonti:

Santiago Garcia risponde alle domande di Eugenio Barba. Años sin cuenta, in “Teatro e Storia”, X, 2, 1995.

Eugenio Barba, Arar el cielo. Dialogos latinos americanos, a cura di Lluis Masgrau, l’Havana (Cuba) Casa de Las Americas, 2001.

Janneth Aldana Cedeño, El teatro de Santiago García, Trayectoria intelectual de un artista, Editorial Pontificia Universidad Javeriana, 2018.

Santiago García Pinzón, El arquitecto de la imaginación.

Santiago García, Un Hombre del Renacimiento, DOCUMENTAL.