Le opposte parallele di Piergiorgio Milano e Irene Russolillo di Paolo Ruffini

Foto di Giuseppe Follacchio

È forse un tempo della durata quello che ha governato i lavori scenici di Piergiorgio Milano e Irene Russolillo al Teatro Palladium di Roma. Un tempo apparente e scarno, assecondato però da infiniti rimandi a ramificazioni esoteriche nell’una, e a costruzioni narrative nell’altro. Ancora nel contesto di una relazione propulsiva tra la stagione Vertigine promossa da Orbita Spellbound e il festival Equilibrio, Piergiorgio Milano è stato oggetto di un focus esemplificativo delle sue possibilità coreografiche dal forte impatto fisico e acrobatico con il recente White Out mentre ha condiviso un primo appuntamento con Irene Russolillo in una stessa serata con il solo Denti, decisamente più auto-riflesso e che ha ormai diversi anni dal debutto. La produzione di Irene Russolillo Fàtico è invece in prima nazionale, spostando il concetto di opera coreografica su di un versante da empirismo depotenziato (una pratica che nega enfasi e retorica), quasi trascendentale, proponendo così un radicale ribaltamento di quell’accadere per convenzione spettacolare.

Foto di Giuseppe Follacchio

In entrambi i casi, senza lasciarci persuadere dalle volumetriche riflessioni dell’autore e dell’autrice che accompagnano nelle presentazioni i rispettivi lavori, il tempo della durata al quale si allude muove in perpendicolare e tiene assieme il senso di operazioni d’acchito diversissime; lavori ascrivibili a un certo impressionismo ereditario situandosi in quella ricerca di una sopravvivenza del limite, della faglia, così logorata nello spettacolo e declamata quale azione pura, una fluidità del corpo che avvalora il compromesso dell’arte nel farsi carico di un sentimento malinconico, in questo tempo di macerie e di resti entro il quale tutti, spettatori e performer, sopravviviamo e galleggiamo (e abbiamo difficoltà a decodificare quali resti tra verità e orrore, tra inciampi ed esotismo tragico siano realmente reperti oppure invenzioni del presente tout court), e in cui rischiamo di trovare consolatoria proprio quella malinconia per certi versi ruvida (benché poetica) ma, di fatto, pronta a interrogare mentre mostra lì i limiti, l’archeologia, di una esperienza di per sé impura in quanto colonizzata dal mercato. La danza come pretesto, dunque, come intenzione transitoria. Piergiorgio Milano nel suo filo teso tende una mano al suo passato (Denti), dove il solo  innesca in quel saper fare contrappunti gestuali e circensi di gettiti e ripensamenti di una scrittura estetica imperiosa, per rovistare nella comfort zone della dinamica in rilievo, sempre accelerata e concreta, e perfettamente equilibrata nel tenere assieme effetto (con bravura) e contenuto, in virtù di una scelta connotante la cifra stilistica di farsi portatrice di un racconto attraverso il corpo e simmetriche didascalie narrative, che compendiano l’insieme: White Out (secondo spettacolo del focus), in questo senso, è una idea di opera filmica con annesse suggestioni visive che mette in scena un luogo dell’immaginario letterario e scientifico tra montagne, bufere di neve, scalate e perdita dell’orientamento che hanno il sapore dei viaggi di fine Ottocento o inizio Novecento, sebbene non vi sia precisazione temporale nello spettacolo ma un rimando all’alpinismo come locuzione geografica, in quel lascito testamentario di tanta pittura naturalistica o descritta da Jørn Riel. In questo non-luogo tre performer descrivono la fatica dell’incedere tra i ghiacci, imbastiscono una tenda mentre impazza la tempesta, si misurano con i piccoli (e divertenti) screzi fra loro, quasi a ricordarci che anche nelle più impensate situazioni il testosterone non demorde né lascia spazio alla solidarietà. Come scrive Pierre Bourdieu: «Il privilegio maschile è anche una trappola e ha la sua contropartita nella tensione e nello scontro permanenti, spinti a volte sino all’assurdo, che ogni uomo si vede imporre dal dovere di affermare in qualsiasi circostanza la sua virilità» (1). Un lavoro puntualmente marcato dal passare del tempo con didascalie sonore, fisicamente potenziato con tanto di allusione all’ascesa tra le rocce quando l’interprete si misura con le corde da scalata calate dalla graticcia del teatro.

Foto di Giuseppe Follacchio

Sembra spostarsi di segno il lavoro di Irene Russolillo, così riverso alla propria percezione di uno spazio intimo e molecolare, uno spazio raccolto e di fronte al quale possiamo restare attoniti o parteciparvi in quanto invitati al rito, che qui si compie in quella dimensione di intenzione transitoria ancora una volta a liberare la danza dalla gabbia del codice. Difatti, quanto le evoluzioni di Piergiorgio Milano si inarcano su di un versante felicemente improprio per la danza (con quello sbilanciamento volutamente popolare), allo stesso modo Fàtico di Irene Russolillo ci sembra spinga senza freni verso una china performativa altrettanto felice anzi, in più, rischiando con coraggio laddove il primo non osa. Interessata a levigare con ortodossa ragion d’essere vocalità e canto, gestione di una raffinata aritmia del movimento vibratile e fecondo, l’autrice trova ispirazione nel sinestetico rovello scritturale di un adagio liturgico e ipnotico, un atto vicino alla meditazione a voce alta trovando parole da autori inseguiti, amati, e pronunciate o lasciate all’evocazione sussurrata (si parla di mormorazione, evidente legame biblico), una grafia che sembra rimandare alla pietas compositiva di Sergej Iosifovič Paradžanov, a quegli incunaboli visivi e sonori che trovano una verità artistica lontana dalla verosimiglianza, cercando per questo di riscoprire l’arcaico e i suoi diversi piani misterici e ricreando quel senso di appartenenza di una comunità. Intenso e “inspiegabile” Fàtico vede la stessa Russolillo in scena a tessere la partitura sostenuta nei controcanti e negli accenni coreografici da una figura che a latere ne amplifica posture come eco in trasparenza.

Nota
1) Pierre Bourdieu, Il dominio maschile, Feltrinelli, Milano, 2009, p. 62.