“Amazônia”: al Maxxi una mostra per scoprire l’essenza di un Pianeta verde a rischio di Elisabetta Castiglioni

Crediti di Musacchio, Ianniello, Pasqualini e Fucilla, courtesy Fondazione MAXXI

C’è un posto dove uomo e natura convivono simbioticamente in una chiave di verginità primordiale e dove lo sguardo non invasivo ma complice di un fotografo ne esalta la potenza espressiva trasformandola in arte assoluta: è questa l’Amazzonia, terra a sé, vissuta e respirata in anni di passione da Sebastião Salgado. Un ambiente rarefatto e temuto, ora protagonista di una monumentale mostra in programma fino al 13 febbraio al Maxxi di Roma: Amazônia.
Quattordici volte l’Italia ed estesa come un terzo del continente sudamericano questa “madre” che sta vivendo da anni l’incubo di sfruttamento, incendi e deforestalizzazione da parte di una presa di potere (e odio verso gli indigeni) istituzionale, è stata catturata da Salgado, con l’eccezionale curatela scientifica e registica della moglie Lélia Wanick – sua compagna di avventure da sempre – nei suoi aspetti di più profonda interiorità. Un’impresa, quella compiuta tramite una visione dall’alto, da vicino e da dentro, che la rende unica, alla pari di un abisso nel quale tuffarsi e scoprirne la luce.

«È l’Amazzonia vivente quella che rappresento attraverso queste fotografie» – racconta l’autore nel video di presentazione della mostra – «sicuramente l’82% di quello che essa realmente è. Anche se ho molte altre foto che ho scattato sulla parte distrutta, scarnificata o incendiata, ho voluto mostrare la parte essenziale di questo territorio per far comprendere alla gente quanto sia necessario proteggerla, oggi più che mai».
Nel corso della sua lunga carriera Salgado ha prestato la sua “opera d’amore” professionale in oltre un centinaio di Paesi in tutto il mondo, ma quello sull’Amazzonia è un processo creativo iniziato moltissimo tempo fa, per spiegare cosa questo immenso patrimonio costituisca realmente, a partire dagli esseri umani che vi abitano, gli animali e tutte le molteplici tipologie di piante e alberi che ne ricoprono il manto, cosi come l’umidità che forma delle nuvole spettacolari e i fiumi volanti che ridiventano essi stessi nubi e si trasformano in piogge.
Sono oltre 200 gli scatti selezionati, sviluppati in grandissime dimensioni e sospesi in mezzo alle sale, per rendere un’idea di simulazione totale: sembra infatti di camminare in mezzo alla foresta pluviale e, bagnati dal buio o da una leggera penombra, di vedere il sole, caratterizzato dalla luce delle stesse immagini, baciate secondo un attento studio di allestimento, dalla puntatura direzionale dei fari. Un’operazione affascinante, originale e semantica che merita di essere vissuta.
ll visitatore viene preparato fin dall’inizio a entrare in un’altra dimensione, a cominciare dalla panoramica della foresta nella prima sala, in cui lo spazio visivo si allarga a sterminate vedute aeree dall’alto che impressionano per riuscire a cogliere e far percepire all’occhio nudo la lunghezza e sinuosità dei corsi d’acqua e i raggruppamenti arborei che rivestono, fitti, le montagne. I “fiumi atmosferici” sono invece i successivi personaggi autorappresentanti in mezzo al percorso: sono quei canali carichi di umidità che riescono, trasformandola poi in acqua, a dissetare un intero Paese. Una delle parti più affascinanti dell’esposizione riguarda poi le nubi, dalle molteplici forme, a volte benevole, a volte pericolose, che necessitano di essere sempre avvistate per poter scampare a tempeste tropicali di carattere fulminante: ad ogni ora del giorno – e il versante fotografico ne riprende vari tratti – si assiste ad uno spettacolo sempre cangiante in cielo, relazionato al loro movimento. E suggestive sono le catene montuose immortalate nella sezione susseguente, dedicata ad altopiani e vette che superano perfino i 3000 metri di altezza: sono immagini in cui la vista scorre su pendici ricoperte di vegetazione interrotte da rocce a precipizio e in cui sembra decisamente di volare – e non solo col pensiero – in mezzo a questa cornice unica al mondo, innaffiata da cascate a strapiombo. Salgado continua il suo itinerario portandoci dentro il cosiddetto “Inferno verde”, ovverosia camminando nelle sue viscere e radici, con il suo obiettivo (macchina e occhio sono tutt’uno): la foresta appare come un luogo impenetrabile e ricco di insidie nel quale – ci informa il pannello (le spiegazioni sui muri invogliano davvero ad una conoscenza enciclopedica su ogni spunto) – chi riuscì a sopravvivere e a raccontare la propria esperienza passò alla storia, sebbene moltissimi esploratori non fecero mai ritorno. In ultimo le isole, un arcipelago considerato il più grande al mondo per acqua dolce: si tratta di Anavilhanas, che ha visto emergere questa sterminata costellazione insulare dalle acque profonde del Rio Negro.

Ad integrazione dello scenario “natura” arrivano i ritratti degli esseri viventi che vi abitano. La scelta del fotografo è ricaduta su una decina delle comunità che ha avuto l’opportunità di conoscere da vicino, dieci tra i 188 gruppi di etnie autoctone identificate nella maxiarea (anche se, si apprende, esistono 144 unità non ancora contattate): ogni microsocietà selezionata viene qui rappresentata nella sua tipicità all’interno di cerchi che ricordano simbolicamente le forme delle case indigene. All’interno di ciascuno spazio una video-testimonianza (in doppia lingua) che fa parlare direttamente un esponente del gruppo, raccontandone la storia e rivelandone il dramma incorso nel disboscamento o insediamento del territorio ai fini di sfruttamento minerario e di presa di potere, primo responsabile l’attuale presidente Bolsonaro. Popoli ancestrali, soggiogati da un sistema esistenziale a loro estraneo che sono comunque disposti a difendere i propri confini con armi artigianali, per proteggere quella loro terra ingiustificatamente annientata dalla brama dei conquistatori. Dove – e ce lo racconta la storia più recente – il loro sistema immunitario fallisce, è invece, purtroppo, quello stesso fisico che li ha forgiati in mezzo alla minacciosa foresta, ovvero il contatto con l’uomo civilizzato – spinto dai credi imperialisti del XXI secolo – li ha contagiati, provocando malattie e morti di massa. Non ultimo, il Covid: la pandemia che conosciamo bene ha provocato una vera e propria strage degli Indios, anche e soprattutto per la mancanza di cure, medicinali o apparati sanitari.

Tristezza, angoscia e meraviglia si compenetrano abilmente in questa mostra che ci fa conoscere meglio – per chi già non avesse modo di apprezzarlo nell’esposizione di qualche anno fa (Genesis) e del documentario di Wim Wenders dedicato alla sua opera (Il sale della terra) – anche un uomo dall’occhio intuitivo e dall’ animo sensibile, che ha respirato e convissuto a lungo con le popolazioni colpite da una agghiacciante aggressione umana (ed economica).
Amazônia si offre ai suoi convenuti per una cospicua quantità di riflessioni diversificate, proponendosi al contempo come forma d’arte assoluta e come portatrice di un messaggio solidale che ci chiama a prendere posizione nei confronti di una guerra ambientale che non solo sta annientando la storia dell’uomo ma la natura stessa, quella fonte comune che da sempre gli Indios custodiscono con rispetto e riverenza.
Un’esposizione, infine, dotata di una colonna sonora immersiva che vede protagoniste note tutte brasiliane: da una parte quelle composte da Heitor Villa-Lobos, in relazione alle immagini della foresta, con le proprie cascate, montagne e fiumi spettacolari, dall’altra quelle di Rodolfo Stroeter, focalizzate sulla parte dei volti umani. Alla base di questo se plonger, è stata inoltre concepita un’ulteriore partitura musicale originale: ogni singolo rumore evocativo della foresta – dai brusii delle foglie al fluire delle acque e ai versi degli animali – è stato infatti messo a punto e sviluppato acusticamente da un grandissimo artista e costruttore del suono, Jean-Michel Jarre.
Amazônia, più che una semplice mostra è una vera e propria lezione di scienza, strutturata com’è in geografie ed aspetti sociologici. A suo corredo il Maxxi ci regala una miniguida (visibile sul sito ufficiale), dove il viaggio multisensoriale prosegue nei dettagli tramite la descrizione di ogni singolo oggetto catturato, non semplicemente didascalizzato ma contestualizzato con precisione rispetto all’ambiente che lo circonda.

Sebastião Salgado, Amazônia, a cura di Lélia Wanick Salgado, MAXXI, Roma, fino al 13 febbraio 2022.

Per info:

https://www.maxxi.art/