L’amore vince sulla superstizione? Non è vero ma ci credo di Sergio Roca

Alla fine del 1944, prima che la Compagnia Teatro Umoristico: I De Filippo si sciogliesse, ponendo definitivamente fine alla collaborazione artistica dei tre fratelli, Peppino De Filippo scrisse la commedia Non è vero ma ci credo che venne inserita tra le “novità” della stagione 1942/43. Si trattava di un pezzo brillante ambientato, più o meno, nella società borghese degli anni Trenta che, facendo ridere grazie alle strane manie del protagonista “tipizzato” come un personaggio della commedia dell’arte o una macchietta napoletana, non recava “disturbo” alla censura fascista.
La prima messa in scena avvenne il 9 ottobre del 1942 con il titolo Gobba a ponente mutato, dopo brevissimo tempo, in quello attuale. Su tale modifica Luigi De Filippo, figlio di Peppino, in una intervista rilasciata a Paolo De Luca e pubblicata su “la Repubblica” del 29 dicembre 2012 riportava un aneddoto: «Inizialmente la commedia si chiamava Gobba a ponente, e con questo titolo andò per la prima volta in scena nel 1942, al Politeama Margherita di Genova. Eravamo in piena guerra e, a cinque minuti esatti dal levarsi del sipario, squillò la sirena dei bombardamenti in arrivo, e così tutti fuggirono verso il ricovero. La sera seguente avvenne la stessa cosa: risultato, saltò nuovamente la prima dello spettacolo. A mio padre venne un sospetto: vuoi vedere che è il titolo “gobbesco” a portar male? Fu allora che lo cambiò in quello attuale. Il terzo giorno, la commedia andò regolarmente in scena e fu un successo». (Nota 1)

 

 

 

 

 

 

 

 

Il regista Leo Muscato che ha mosso i suoi primi passi nel mondo del teatro nella compagnia di Luigi De Filippo ne riprende l’eredità artistica e ripropone la commedia Non è vero ma ci credo “collocandola” in una Napoli sul finire degli anni Ottanta. Una Partenope concreta ma assurda – vincente ma povera, intrisa di passione per le gesta di Maradona e le sceneggiate di Mario Merola – musicalmente succube della Disco music ma viva nelle sonorità di Pino Daniele. Muscato nella sua visione del testo, pur lasciando invariati i contenuti originali, lo arricchisce con un finale “filosofico” (considerato che le conclusioni sono sempre state il punto debole delle scritture di Peppino) per rendere più credibile il ravvedimento del protagonista e porre l’attenzione sull’universale “valore” del diritto alla felicità.
La vicenda ruota intorno al commendatore Gervasio Savastano, imprenditore, un burbero benefico, ossessionato dal guadagno ma in costante tensione col mondo che lo circonda in quanto convinto che la iella esista e condizioni i destini dell’umanità. La sua fissazione è così grande da indurlo a licenziare, perché ritenuto un menagramo, l’impiegato Belisario Malvurio per assumere al suo posto, con uno stipendio da capogiro, il giovane Alberto Sammaria esclusivamente perché gobbo. L’innamoramento di Sammaria per la figlia del commendatore porterà un certo scompiglio ma, pur di non perdere il suo “portafortuna”, l’imprenditore acconsentirà alle nozze. Al momento del matrimonio, però, l’uomo viene colto dai rimorsi: se i futuri nipoti nascessero con delle deformità lui ne sarebbe il responsabile! Uno svelamento finale riporterà la pace sulla scena. Gervasio avrà compreso che la iella non esiste? Forse, ma solo per un attimo, perché le radici della superstizione non sono state completamente estirpate.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il ruolo del protagonista è sostenuto con estrema cura da Enzo De Caro che tramite dei movimenti mioclonici quasi costanti, soprattutto dei piedi e delle gambe, riesce ad indossare i panni dell’uomo gretto, isterico, sempre sull’orlo della crisi di nervi causata da futili motivi. Una interpretazione molto ben riuscita che mostra come le qualità attoriali siano un insieme di abilità sia naturali che acquisite (non solo sul palco ma anche con un approfondito studio).
Accanto a De Caro ottima la prova della moglie Teresa Savastano (Lucianna De Falco) e della figlia Rosina (Fabiana Russo). Ironica, tagliente e volitiva la prima; fresca, arguta e scattante la seconda. La segretaria Mazzarella (Francesca Ciardiello), vittima delle manie del Savastano, risulta un’ottima spalla per le sfuriate del capo mentre la cameriera Tina (Gina Perna), nell’assecondare le di lui manie, porta in scena una nota di assurdo folclore. C’è da segnalare che la scrittura relega i ruoli femminili in una posizione “subordinata” a quelli maschili e questo non permette, purtroppo, a nessuna delle attrici, di emergere in modo particolare.
Nell’azienda di Don Gervasio incontriamo, in ordine, l’Avvocato Donati, punto fermo della ragionevolezza e ben tipizzato da Giorgio Pinto che deve recitare in un ruolo solo apparentemente semplice; di fatto essere “normali” su un palco pieno di personaggi “surreali” richiede un notevole impegno.
Decisamente ben riuscite e sopra le righe le esilaranti figure di Belisario Malvurio (Massimo Pagano), involontario motore “negativo” della storia, del portiere Musciello (Ciro Ruoppo), anch’egli vittima delle manie del datore di lavoro e dell’operaio Spirito (Carlo Di Maio) convinto adepto della scuola delle superstizioni.
Menzione positiva, a parte, per Giuseppe Brunetti, interprete del “gobbo” Sammaria, che si distingue dalle caratterizzazioni più ilari dovendo incarnare una figura romantica, introversa, ma anche intrisa di molte note ironiche e drammatiche.
Ottimamente contestualizzati i costumi di Chicca Ruocco, con le folli mise di Malvurio e Spirito e l’elegante scelta degli abiti bianchi usati per il quadro del matrimonio che coincide col ravvedimento del Savastano. Molto efficaci le scene di Luigi Ferrigno assieme al disegno luci di Pietro Sperduti. Un cielo di nubi e di ombrelli “ricopre” tutto il palcoscenico schiarendosi o oscurandosi al ritmo degli accadimenti legati alla “presenza” dei soggetti portatori della buona o della cattiva sorte. Nota sgradevole i pali metallici, a vista, posti fino in proscenio che limitano la visione delle azioni.
Complessivamente un lavoro molto ben riuscito con tempi scenici perfettamente scanditi e privo di cali di tono. Spettacolo in grado di suscitare sincera ilarità sia per le battute (che ritengo siano la reale “forza” di questo lavoro) sia per quanto viene fisicamente “costruito” e “agito” sul palco da parte di tutto il cast, De Caro in primis.

1) Sulla data e il luogo del debutto alcune fonti indicano il 25 ottobre 1942, al Teatro Carignano di Torino, ma sembra acclarato che questo sia avvenuto il 9 ottobre 1942 a Genova. Di sicuro, l’opera fu registrata con il titolo attuale Non è vero ma ci credo e lo spettacolo venne presentato a Torino, Milano, Firenze e Roma. Tra i fratelli le parti furono così distribuite: Gervaso (Eduardo), Alberto (Peppino), Teresa (Titina).

 

Non è vero ma ci credo

di Peppino De Filippo
regia Leo Muscato
con Enzo De Caro e con (in ordine alfabetico) Giuseppe Brunetti, Francesca Ciardiello, Lucianna De Falco, Carlo Di Maio, Massimo Pagano, Gina Perna, Giorgio Pinto, Ciro Ruoppo, Fabiana Russo
scene Luigi Ferrigno
costumi Chicca Ruocco
disegno luci Pietro Sperduti
foto di scena Samanta Sollima
produzione Laura Tibaldi De Filippo.

Teatro della Cometa, Roma, fino al 12 gennaio 2020.