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Lampedusa

di Marco Fratoddi



 

Li vedremo prendersi per mano soltanto durante l'ultima scena. Ma in realtà qualcosa li teneva insieme già dall'inizio di questa narrazione elicoidale. Lei è una giovane donna di padre marocchino residente in Brianza che si guadagna la giornata facendo recupero crediti, fra le più infelici delle professioni contemporanee. Lui, mille chilometri più a sud, sta sul fronte della tragedia rimossa di cui si chiederà conto in futuro alle nostre generazioni, quella delle morti in mare, a migliaia, anzi a decine di migliaia, nessuno in fondo può sapere quante, che avvengono nel braccio che separa l'Italia dal variegato fronte delle migrazioni.
Sorprende che a farsi carico di questa duplice circostanza così specifica del nostro Paese sia dovuto intervenire, almeno a teatro, un drammaturgo d'oltremanica, vale a dire Anders Lustgarten, 40 anni, scrittore e attivista impegnato contro l'economia neoliberista nonché artefice di questo Lampedusa : una storia che racconta di noi, della ristrutturazione identitaria che ci assedia, anche se i due monologhi paralleli che la compongono conducono in contesti apparentemente estremi non soltanto dal punto di vista geografico. Perché Denise è un'immigrata di seconda generazione, parla con la cadenza tipica delle sue zone di adozione quasi per rimuovere le proprie radici, combatte con l'Inps per difendere i (pochi) diritti della madre inferma, aspira a vincere un concorso all'Onu ma intanto reclama le rate con il porta a porta da chi magari s'è comprato il televisore ultimo modello. Stefano invece è un operatore umanitario siciliano doc, o meglio un pescatore riconvertito al soccorso in spiaggia dei naufraghi che le acque restituiscono, qualche volta vivi, durante la stagione degli sbarchi. Racconta questa sua esperienza con l'autenticità che nessun mezzo d'informazione ormai si può permettere, rivela l'orrore ma anche l'assuefazione al cospetto dei corpi che a centinaia, rigonfi e degradati, precipitano sulla terraferma. Si addentra in quella materia oscura, il Mediterraneo, alla ricerca di luci sempre più fioche, di vite che si spengono nell'acqua. Eppure sopravvive alla burrasca, trova persino la forza di riderci sopra, specialmente quando il suo amico meccanico fuggito dal Mali si sposa nel CIE con la compagna riemersa dall'ennesima traversata.

 


È evidente il contributo degli interpreti, Donatella Finocchiaro e Fabio Troiano, nel mantenere elevata la tensione fra le due biografie che a turno conquistano il proscenio, mentre sullo sfondo campeggia un faro, quello dell'isola, che dovrebbe segnare un punto d'approdo per l'umanità smarrita che noi tutti evidentemente rappresentiamo. Funziona anche l'impianto, complice la regia di Gianpiero Borgia sotto i globi luminosi concepiti dai richiestissimi designer Alvisi e Kirimoto, che stringe l'obiettivo sulla materia drammaturgica, a metà fra Harold Pinter e Oliver Stone, con cui Lustgarten si presenta al pubblico italiano nella traduzione di Elena Battista. Abbiamo visto lo spettacolo poche ore prima dei fatti di Macerata, quando sui media s'insinuava il dubbio che al posto degli scampati alle guerre e alle carestie dai barconi stessero arrivando cinquanta combattenti dell'Isis. In una cornice, a suo modo, non priva di effetti, magari proprio per la sua contraddizione intrinseca: quel Piccolo Eliseo di Roma con le poltrone in velluto, lo spazio ovattato, un immaginario teatrale distante anni luce dalle frontiere di cui si raccontava. Poi la parete invisibile si è dissolta, Denise e Stefano hanno attraversato il muro e incrociato gli sguardi, quasi per dirci che la speranza sta proprio nella loro (e nella nostra) capacità di rimanere uniti.


Lampedusa
di Anders Lustgarten
traduzione Elena Battista
con Donatella Finocchiaro e Fabio Troiano
scene e costumi Alvisi e Kirimoto
regia Gianpiero Borgia
foto Luca Manfrini
Piccolo Eliseo, Roma, fino al 18 febbraio 2018