EditorialeIn itinereFocus Nuove arti visive e performative A sipario aperto LiberteatriContributiArchivioLinks
         
       
 

Copenaghen

 

di Maria Francesca Stancapiano

 

 

Siamo ancorati alle certezze figlie di numeri, di algoritmi, di somme o sottrazioni, tali da toglierci l'unica sicurezza: quella secondo cui non esiste una verità assoluta. Un palco circondato da lavagne piene di formule di fisica; tre sedie; tre personaggi. Niels Bohr (Umberto Orsini), famoso fisico teorico danese; sua moglie Margrethe (Giuliana Lojodice) e Werner Karl Heisenberg (Massimo Popolizio), brillante allievo dello scienziato. Inizia così Copenaghen , un classico del teatro di parola odierno, il cui testo è stato scritto da Michael Frayne nel 1998. La pièce, messa in scena per la prima volta in Italia, a Udine, nel 1999, è un thriller, dalle forti e marcate sfumature psicologiche, giocate con grande abilità dagli interpreti (diretti dallo scrupoloso tocco registico di Mauro Avogadro), che fanno rivivere per ben tre volte, con tre versioni differenti, l'incontro del settembre del 1941 tra Heisenberg e il suo mentore. La Danimarca è già stata invasa dalla Germania. Il tentativo dei protagonisti è di chiarire proprio cosa avvenne in occasione di quell'ormai lontana conversazione, mentre via via si fa strada il dubbio che forse, non è possibile ammettere una sola verità, neanche di fronte alla ‘razionalità' dei numeri. Di quel colloquio remoto e misterioso, rimasto in sospeso per anni e restituito con continui flashback e ‘a parte', nessuno dei tre sembra avere più certezza: i ricordi si intrecciano nella rete ‘sfuggente' della memoria, mentre è quel ‘principio di indeterminazione', che ha consegnato Heisenberg al successo, il motore della messinscena dove è lo stesso concetto di ‘relatività' a infrangere le relazioni tra i protagonisti e la dimensione spazio-temporale.

I continui dibattiti sono incentrati sulla nascita degli ordigni nucleari, sulle responsabilità della scienza, eppure a farsi strada è la convinzione che in fondo <<una verità è semplicemente un punto di vista, il punto di vista di chi l'ha enunciata>> a ribadire come alla base di qualsiasi evento, ci sia l'essere umano - artefice del proprio stare nel Mondo – con le sue inquietudini, i suoi interessi e i suoi dubbi. Lo spettatore, infatti, sulla scena vede soltanto i tre attori, che passano di sedia in sedia, concentrati ciascuno a rendere credibile la propria versione dei fatti. Impossibile non percepire la tensione dei loro dialoghi che, si intuisce, esploderà di lì a poco quasi fosse una bomba ad orologeria. E, in effetti, così sarà: Niels Bohr, un convincente Umberto Orsini dalle indubbie capacità interpretative, è inizialmente sicuro di sé e della sua carriera passata che gli ha consentito di guadagnare un'importante autorità scientifica. Poi, piano piano cede. Claudicante e turbato, appare visibilmente agitato di fronte ai ‘conti' che non tornano più e alle sviste della vita, come il ricordo di non aver prestato attenzione al figlio quel giorno in barca (<<il salvagente sembrava vicino… sembrava>>). Margrethe - Giuliana Lojodice la cui efficacia nel vestire i panni della testimone-imparziale la rende perfettamente credibile quando ricorda agli altri due che al di là della Fisica e delle singole prese di posizione ideali sono le scelte responsabili di ciascuno a contraddistinguere lo scenario politico e umano - è una moglie lungimirante, sempre schierata a difesa del marito. A mostrare i segni della sua latente fragilità è il fardello di una donna che è stata madre due volte e che per due volte ha perduto i figli. Karl Heisenberg - Massimo Popolizio, il figlio ‘adottato dai coniugi', il figlio che non hanno più – è la miccia in grado di far saltare in aria definitivamente i già minati convincimenti del suo maestro. L'attore, con grande intensità interpretativa, sa essere il simbolo di un ‘mutamento' inesorabile: il rapporto allievo-maestro si è incrinato. Umanamente e per le differenti scelte scientifiche non c'è più alcuna possibilità di interagire. Heisenberg-Popolizio impazzisce in silenzio, pretendendo un riscatto che non avrà mai. << Prima che possiamo capire chi e che cosa siamo, siamo finiti e ridotti in polvere>>, sentenzia ad un certo punto. E, allora, nell'indeterminata vaghezza dell'esistenza cosa resta agli esseri umani se non affrontarla nel delicato e complesso groviglio delle loro coscienze?

 

Copenaghen

di Michael Frayn

traduzione Filippo Ottoni e Maria Teresa Petruzzi

con Umberto Orsini, Massimo Popolizio e Giuliana Lojodice

regia Mauro Avogadro

foto Marco Caselli Nirmal

Teatro Argentina, Roma, dal 24 Ottobre al 12 Novembre 2017