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Aiace

di Letizia Bernazza

 

È la storia di un'assenza. Di un vuoto incolmabile che sembra inghiottire tutto e tutti l' Aiace di Ghiannis Ritsos messo in scena al Teatro Lo Spazio di Roma da Graziano Piazza. La lettura offerta agli spettatori è quella di una moderna tragedia dove l'eroe di Sofocle – solitario, granitico, eppure coerente con se stesso a qualsiasi prezzo – si sposa alla perfezione con lo sguardo, potente e autentico, di Ghiannis Ritsos (1909-1990), poeta greco tra i più rappresentativi del panorama del Novecento. L'originalità dell'autore di saper esplorare la memoria e la complessità della sua terra, al punto da risultare ‘scomodo' e da essere censurato per le sue idee di sinistra e per la sua vicinanza politica – espressa sempre apertamente – nei confronti del Partito Comunista KKE, rivivono nello spettacolo attraverso una mirabile liricità in grado di mettere in relazione il passato con il presente. Un afflato poetico, una voce intensa quella di Ritsos, che porta alla ribalta – senza luoghi comuni – un oggi popolato da personaggi (non più eroi ed eroine), capaci di incarnare la forza atavica del Mito nella composita contemporaneità del vivere. Una dimensione senza dubbio difficile da indagare, eppure riferita con coraggio nei versi dell' Aiace (scritto tra il 1967 e il 1969) che in Italia abbiamo avuto il privilegio di conoscere grazie alla traduzione di Nicola Crocetti.

Graziano Piazza ha saputo penetrare la scrittura di Ghiannis Ritsos e, nel contempo, mettersi in relazione con la tragedia di Sofocle. Ma, soprattutto, ha centrato il nucleo dell' Aiace di Ritsos, seguendone la traccia essenziale: il protagonista può essere soltanto evocato perché non ha più la possibilità di agire né di essere parte attiva di un intreccio umiliato com'è <<… dall'impotenza della ‘normalità' e da ciò che gli altri gli impongono di essere>>. L'appassionante ricordo di lui e delle sue gesta fluiscono, così, unicamente per mezzo di sua moglie. Nella messinscena, infatti, sono il corpo e la voce di Viola Graziosi a riportarlo in vita. L'attrice, con grande energia ed efficacia interpretativa, da sola, in uno spazio vuoto, popolato soltanto da una sedia su cui è adagiato un abito bianco macchiato di sangue, veste i panni di Tecmessa. Sarà lei - sposa temeraria di un Eroe, annegato nell'abisso, buio e disarmante, della sua rinuncia esistenziale – a far rivivere le prodezze di quell'uomo spogliato per sempre della propria individualità. << Nel mettere in scena oggi questo testo>> dichiara il regista <<ho voluto capovolgerne le parti per interrogare il lato femminile, sensibile dell'eroe, quella voce muta che finalmente arriva al centro della scena e prende parte alla battaglia del vivere>>. Nello spettacolo, le invettive della protagonista contro gli Atridi e contro la vanità della guerra arrivano agli spettatori come lance, attutite - di tanto in tanto – dall'estatica vaghezza del ricordo. E, allora, l'insistente ronzio di una mosca altro non è che il segno tangibile di una realtà, ferma su se stessa, a cui la follia di Aiace cerca di reagire. Salvo, però, farlo precipitare nel ridicolo: i compagni ‘ipocriti' non li ha sterminati. Accecato da Atena, ha fatto banalmente strage di greggi, soccombendo alla scaltrezza di Odisseo e ai biechi raggiri dei potenti. Eppure, una via d'uscita c'è. Il suicidio di Aiace è un atto di libertà, un monito a resistere anche per noi, abitanti di una contemporaneità in cui in fondo la forza del Mito sopravvive e continua a sorprenderci <<nelle pieghe quotidiane della nostra esistenza>>, permeandoci di <<grandezza e impotenza nello stesso tempo>>.

 

 

Aiace

di Giannis Ritsos

regia Graziano Piazza

assistente alla regia Ester Tatangelo

con Viola Graziosi

voce Graziano Piazza

scenografia musicale Arturo Annecchino

costumi Valentina Territo

registrazioni e mix David Benella

Teatro Lo Spazio, Roma, dal 2 al 7 maggio 2017