Vittorio De Sica: è di scena la vita di Anna Maria Sorbo

Courtesy of Fandango

Per tutti sono capolavori assoluti (non a caso ben quattro hanno vinto l’Oscar come miglior film in lingua straniera), ma lui, Vittorio De Sica, parlando dei suoi film diceva di averci solo messo dentro un po’ di bontà. In apparenza buttata lì tra il serio e il faceto, alla maniera del grande attore brillante che era stato prima di mettersi dietro alla macchina da presa, è frase invece rivelatrice. Basti pensare a Sciuscià e Ladri di biciclette, o a I bambini ci guardano e bontà, pietas, capacità di percepire la “verità” dell’essere umano in tempi quanto mai difficili quali furono quelli dell’Italia devastata del secondo dopoguerra, funzionano benissimo da indicatori di poetica. È il neorealismo, sarà poi la stagione d’oro del cinema italiano, diventerà scuola e patrimonio mondiale.

Raccogliamo la citazione, tra le molte suggestioni offerte dalla visione, non certo per addentrarci in improprie dissertazioni teoriche, ma perché si presta utilmente a introdurre l’ultimo lavoro di Francesco Zippel (lo ha scritto, diretto e prodotto con Federica Paniccia per Quoiat Films), dedicato proprio a colui che insieme a Roberto Rossellini il neorealismo lo ha “inventato” e quella stagione l’ha fatta: Vittorio De Sica – La vita in scena. Dopo le due anteprime a Cannes Classics (unica presenza italiana a Cannes) e al Milano Film Fest, il film è da poco uscito in sala come evento speciale per tre sole giornate (22, 23 e 24 giugno), distribuito da Fandango, in attesa di approdare su Sky, partner produttivo con Luce Cinecittà e Movimenti Production.

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Questa dell’empatia, e qui arriviamo al punto, ci sembra infatti anche la chiave scelta da Zippel per misurarsi con una personalità di tale complessità e statura che facilmente l’operazione biopic documentario avrebbe potuto slittare sull’agiografia. Zippel si sintonizza sulla stessa lunghezza d’onda del suo “personaggio” e a una dimensione ragionata di struttura preferisce il fluire libero delle testimonianze, dei ricordi, come degli aneddoti che muovono al sorriso. Sicché, piuttosto che seguire lo sviluppo di snodi, capitoli e argomentazioni, pare di sfogliare un album di famiglia dove ogni pagina, foto, frame dà corpo all’accostamento che è nel titolo, tra vita e scena, arte ed esistenza.

L’effetto si produce non solo quando a parlare sono i figli e i nipoti – Christian, Andrea (anche produttore creativo), Brando, Maria Teresa, Eleonora Baldwin – ma i componenti di una sorta di genealogia sui generis tenuta insieme, si direbbe, proprio grazie alla potenza di quella fusione tra piani: da Isabella Rossellini a Carlo Verdone, da Francis Ford Coppola ai fratelli Dardenne, a Wes Anderson (anche produttore esecutivo), a Nicola Piovani, da Dominique Sanda a Luciano De Ambrosis (il piccolo protagonista de I bambini ci guardano) e Eleonora Brown (la Rosetta de La ciociara), per continuare col critico francese Jean A. Gili, il direttore della Cineteca di Bologna Gian Luca Farinelli, e naturalmente con illustri cineasti di ogni latitudine, dallo svedese Ruben Östlund all’iraniano Asghar Farhadi al russo Andrej Zvjagincev.

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In questa mappa polifonica di corrispondenze, parentele, amicizie, incroci e influenze, tessuta tra preziosi materiali d’archivio, trovano posto tanto il divo dei “telefoni bianchi” quanto il capostipite indiscusso di un’etica dello sguardo prima ancora che di uno stile, i due volti del regista da un lato capace di attenzioni verso i suoi più giovani interpreti e dall’altro avvezzo al mestiere e pronto all’espediente non importa se crudele, il genitore premuroso e il figlio riconoscente ma anche il padre e marito (con)diviso e l’assiduo frequentatore dei tavoli da gioco (risvolti questi ultimi cui le sequenze animate di Giorgio Scorza aggiungono un tocco di levità).

Acquistano così spessore ed emozione fatti, aspetti di una biografia/filmografia che a torto si penserebbero acquisiti una volta per sempre ai manuali di storia del cinema. Le memorie paterne che rivivono in Umberto D, «il più infelice, il più disgraziato» tra i suoi film e parimenti l’unico che salverebbe; il sodalizio con Cesare Zavattini; il parallelismo con Chaplin; l’esperienza incredibile infine de La porta del cielo, film prodotto dal Centro Cattolico Cinematografico che trasformò la Basilica di San Paolo fuori le Mura in molto più di un set.

Quando si dice arte e vita, giusto per restare in tema.

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