Il focus di questa sezione è il monitoraggio delle esperienze professionali degli italiani attivi a Parigi, in quel crocevia dinamico tra arte, teatro, cinema e musica. A Parigi, la cultura italiana è sostenuta e apprezzata in tutte le sue declinazioni. Al di là della retorica, sorge spontanea una domanda: perché le istituzioni italiane non offrono opportunità e sbocchi adeguati a questo immenso patrimonio immateriale?
Verso un mondo sostenibile
Proseguiamo nel tracciare la nostra mappa degli “espatriati” con Anna Bernagozzi, studiosa e storica del design originaria di Bologna, insegna da molti anni all’École nationale supérieure des Arts Décoratifs di Parigi (ENSAD) (1). Pioniera negli studi sulla sostenibilità degli oggetti di design e sul design per l’innovazione sociale, la sua ricerca esplora in particolare il ruolo della diversità e dell’inclusione nella progettazione dei sistemi sociali.
Ho incontrato Bernagozzi in un caffè del Marais, dove ha cominciato così a raccontarsi: «Riassumere trent’anni di vita a Parigi non è semplice. In realtà, il mio viaggio è iniziato ancora prima, nel 1994, quando da Bologna mi trasferii a Berlino per continuare i miei studi. Il mio percorso è stato piuttosto insolito. In primis ho ottenuto il diploma di ragioneria, perché era ciò che i miei genitori desideravano per me. Poi mi sono iscritta alla scuola interpreti, dove ho conseguito quattro diplomi — due in tedesco e due in inglese, come traduttrice e interprete. Che cosa lega tutto questo al design e alla sua storia? Cerco di spiegare i nessi. Alla scuola interpreti, per il diploma, ho tradotto due libri. Il primo, in tedesco, era opera di un politologo — uno dei primi ambientalisti, membro del gruppo che lavorò al rapporto Our Common Future, il cosiddetto Rapporto Brundtland. Il testo analizzava l’impatto della deforestazione amazzonica sulle popolazioni locali e sui popoli indigeni.
Per l’inglese, invece, avevo tradotto un saggio di sociologia sull’urbanizzazione e la gentrificazione nelle grandi città. Da allora, l’interesse per la sociologia e per le ragioni che spingono le popolazioni a migrare — spesso verso contesti fortemente antropizzati come le metropoli — non mi ha più abbandonata.
Erano gli anni in cui stava emergendo una vera coscienza ecologica: la Conferenza di Rio, ma già prima il Club di Roma e il rapporto sui limiti dello sviluppo negli anni Settanta, con la prima crisi petrolifera. È in quel clima che si sono formati i miei primi pensieri. Certo, già negli anni Trenta c’erano stati movimenti e riflessioni che avevano previsto a cosa avrebbe potuto portare la società contemporanea, se non si fosse rispettato l’ambiente e se si fossero continuate a fare scelte dettate dagli interessi di pochi».

«Ho tradotto quei libri per conseguire il diploma alla scuola interpreti», continua Bernagozzi, «prima di partire per Berlino. Ed è così che è cominciato il mio viaggio. Sapevo di voler continuare a studiare, ma non desideravo limitarmi alla sociologia pura: volevo approfondire qualcosa che unisse l’osservazione sociale con l’aspetto culturale e progettuale. Così mi sono iscritta a un Master in Consulenza dei media, che includeva i primi studi su Internet e sulle reti. Non era esattamente quello che cercavo, ma mi permetteva comunque di esplorare argomenti di mio interesse, sia nel campo della linguistica sociale sia in quello della teoria dei media. A Berlino incontrai un sociologo di nome Mattias Horx, che aveva fondato insieme a un grafico, Peter Wippermann, Trendbüro, uno studio di prospettiva e tendenze, ispirato un po’ al modello statunitense BrainReserve di Faith Popcorn del Popcorn Report, da cui era nato anche il concetto di cocooning.
Così, mi ritrovai ad Amburgo a fare uno stage in questa agenzia, basata su solide fondamenta teoriche: Horx aveva scritto diversi libri, e nello studio si approfondivano i testi teorici per poi applicarli ai clienti, in una prospettiva di analisi molto ampia. Che cos’è uno studio del genere? In pratica, lavora per diversi clienti — in una società capitalista e neoliberale come la nostra — prevedendo le tendenze future: dalla cosmetica sino al settore alimentare o bancario. Era un lavoro di prospettiva che intrecciava analisi di mercato con conoscenze ambientali, sociali e culturali. Mi affascinava l’idea di poter immaginare il futuro, anche se la componente commerciale mi metteva a disagio: non ho mai voluto occuparmi di marketing o pubblicità, eppure, con quel tipo di profilo, le aziende ti cercavano inevitabilmente.
Quando venni a Parigi continuai a lavorare per l’agenzia Trend Union di Li Edelkoort, e poi per un altro sociologo, Bernard Cathelat, fondatore del CCA (Centre de Communication Avancée). Cathelat aveva sviluppato il Socio-Style-Système, il sistema dei sociostili: un metodo per classificare le persone non più secondo la classe sociale o l’appartenenza — come nel marketing tradizionale — ma secondo lo stile di vita, considerando cultura, abitudini, memoria, storia personale e il modo in cui ciascuno traduce tutto questo nella propria vita quotidiana. Il CCA faceva parte del gruppo Havas, uno dei grandi colossi della comunicazione, e così la pubblicità tornò a cercarmi. Alla fine, cedetti ma con riserve: inizialmente mi proposero di lavorare come planner strategico, ma per ragioni etiche non potevo accettare. Mi chiesero allora di fondare il centro di documentazione di una grande agenzia pubblicitaria, la DevarrieuxVillaret, e a quel punto accettai.
Allestii una biblioteca e un museo interni all’agenzia. Il mio compito — e anche il mio obiettivo personale — era nutrire la creatività di designer e art director, offrendo loro materiali e stimoli provenienti non solo dalla Francia, ma da tutto il mondo. Facevamo una ricerca continua: libri, riviste, video, film, tutto ciò che poteva alimentare nuovi immaginari e idee. Anche se non avrei mai voluto fare pubblicità, cercavo almeno di portare contenuto e riflessione dentro quel mondo.
Tuttavia, dopo tre anni, decisi di mollare: l’ambiente era pesante, permeato da ignoranza, cinismo e un senso di superiorità legato al denaro. Credo sia stato uno degli ambienti più ostili in cui abbia lavorato».

«Prima ancora di licenziarmi», prosegue Bernagozzi, «alcuni amici mi avevano proposto di scrivere di design. Così iniziai a scrivere articoli che affrontavano il design da un punto di vista sociale, analizzando perché le persone consumano certi prodotti, oggetti o servizi, cercando di mappare motivazioni e comportamenti profondi.
All’inizio scrivevo per riviste generiche come “Citizen K”, poi la caporedattrice di “Intramuros”, rivista di riferimento per il design, mi propose di collaborare. Successivamente lavorai con “Beaux Arts Magazine”, “Interni”, “Design Week” in Inghilterra, “Form” in Germania e altre testate.
In questo percorso, ebbi sempre carta bianca: proponevo i miei articoli liberamente, spesso su temi poco esplorati. All’epoca la ricerca in design era quasi inesistente, sia in Francia sia in Italia. Non esistevano dottorati in design: l’unico programma di studio era in Finlandia, all’Aalto University.
Parallelamente al giornalismo, cominciai a fare la curatrice e la commissaria di mostre. La prima l’inventai quasi per gioco: era dedicata al fundoshi, un indumento giapponese usato dai lottatori di sumo e dai pescatori, ricco di significato simbolico. Invitai sessanta designer da tutto il mondo a reinterpretarlo. Designer come Ross Lovegrove, Karim Rashid, i fratelli Bourroullec, Robert Stadler e molti altri accettarono la sfida. Alla fine, avevo sessanta fundoshi reinterpretati, presentati in una mostra che coinvolgeva anche ballerini e performer dell’Opéra di Parigi.
L’esposizione divenne un simbolo del design contemporaneo. Coinvolsi anche otto fotografi, associandoli a categorie differenti per interpretare gli oggetti. Le fotografie furono poi esposte a Courtrai, in Belgio, dove la mostra divenne l’immagine ufficiale della Biennale del design.
Come critica, ho sempre cercato di guardare il design in modo diverso dagli storici “classici”, soprattutto francesi, che propongono una storia lineare e scolastica, che comincia con la Rivoluzione industriale. Per me, il design ha radici molto più antiche, quasi ancestrali.
Continuai a fare consulenze: uno dei miei clienti era il gruppo SEB, con marchi come Moulinex e Rowenta. Fu così che venni a sapere che l’ENSAD stava cercando un professore di storia e teoria del design. Mi presentai al direttore del dipartimento, che si spese per farmi assumere, nonostante le resistenze del Ministero della Cultura. Cominciai così a insegnare, continuando a scrivere e a portare avanti le mie ricerche. Fu in quel contesto che approfondii le questioni a cui tenevo di più: l’ambiente, la società, e il modo in cui essa si trasforma attraverso il design. Insegnavo a futuri designer, ma non credevo nella necessità di produrre nuovi oggetti. Abbiamo già tutto: perché un’altra sedia, un altro bicchiere? Sentivo che bisognava spostare il baricentro della disciplina. Presi quindi la direzione della sezione Design Object: l’ENSAD lavora con piccoli gruppi, quindici o venti studenti per classe.
Dal 2004, anno in cui iniziai, ho cercato di aprire la loro visione, introducendoli a un pensiero critico sul design. All’epoca nessuno parlava ancora di eco-design. Oggi le aziende lo adottano, spesso per motivi economici o legali, ma sappiamo quanto sia complesso e quante lobby siano coinvolte. Il mio obiettivo è stato e resta far riflettere gli studenti sull’impatto concreto del loro futuro mestiere, sulle implicazioni sociali e politiche della sostenibilità. Di riconoscere che qualcosa deve cambiare: che occorre spostare l’attenzione, forse, verso una maggiore consapevolezza del mondo in cui viviamo e delle tracce che vi lasciamo attraverso il design».

«Uno dei miei “padri spirituali”», continua Bernagozzi, «è Ezio Manzini, professore al Politecnico di Milano e fondatore del DESIS Network, che forma studenti al design per l’innovazione sociale e la sostenibilità. Questo movimento si collega anche a un altro network internazionale, Cumulus, che riunisce scuole di design di tutto il mondo, e all’interno del quale, il gruppo più attivo è dedicato al design for social innovation, affrontando grandi questioni contemporanee come ambiente, postcolonialismo, decolonizzazione dei saperi e inclusione sociale, tutte osservate attraverso la lente del design.
Ezio Manzini ha scelto il termine “innovazione sociale” per descrivere questo approccio. Ne abbiamo discusso spesso: la parola “innovazione” nasce da una cultura neoliberale e rimanda a un impulso costante a sostituire, a cancellare il passato, contribuendo così a un’amnesia collettiva della società. Forse non è il termine più adatto, ma ha permesso di mettere in luce nuovi modi — spesso ispirati a pratiche antiche, ancestrali e comunitarie — di risolvere problemi, produrre, vivere insieme, concepire la società e la città. All’interno del Politecnico di Milano, Manzini ha fondato il centro POLIMI DESIS Lab, che sviluppa progetti soprattutto nel service design, integrando approcci bottom-up — studiando attività nate dal basso — con interventi top-down, al fine di innovare su diverse scale urbane e di quartiere, con forte impatto architettonico. Tra i suoi testi fondamentali, La materia dell’invenzione è incentrata sulla responsabilità ambientale del designer e sulla coscienza creativa, mentre Design, When Everybody Designs. An Introduction for Social Innovation promuove un approccio democratico in cui le trasformazioni emergono dalla città stessa: dalla costruzione di scuole alla gestione delle risorse. Mentre la mia ricerca si concentra sull’oggetto e sul suo impatto ambientale nella vita quotidiana — seppure in misura meno invasiva rispetto all’agricoltura o alla moda — la produzione di oggetti contribuisce comunque all’inquinamento; in Italia, sono inoltre in contatto con colleghi come Elena Formia, Angela Rui ed Emanuele Quinz, con cui condivido metodi, approcci di ricerca e prospettive di studio.
Durante il Covid ho diretto e coordinato il progetto europeo 4Cs. From Conflict to Conviviality through Creativity in Culture, presentato attraverso la mostra Infinite Creativity for a Finite World (2). Non si trattava di una semplice esposizione, ma di una expo-azione sulle tematiche ambientali, traducendo venti progetti in interventi concreti tuttora attivi sul territorio.
In tal senso, un esempio è il lavoro dell’italiana Eugenia Morpurgo, che ha studiato fasce di latitudine tra ecosistemi e metodi locali di coltivazione, valorizzando pratiche tradizionali e sostenibili per creare materiali ecologici, biodegradabili e compatibili con le condizioni ambientali locali, riducendo l’inquinamento derivante dalla produzione globale. Questa conoscenza condivisa sui materiali, unita a un approccio interdisciplinare, permette di trovare soluzioni creative sostenibili, lavorando su policolture e materiali sintropici e sviluppando piattaforme che studiano l’interdipendenza tra policolture endemiche e introdotte dall’uomo, con l’obiettivo di comprendere e valorizzare gli ecosistemi locali.

In Italia, studiare materie simili è ancora raro. Il sistema educativo e professionale resta settoriale, limitando la sperimentazione di percorsi atipici. In Francia, invece, è stato possibile costruire un percorso atipico come il mio. Uscire dagli schemi e dai confini disciplinari in Italia è sempre stato difficile. Ezio Manzini, ad esempio, ha elaborato il suo pensiero in Italia, ma la sua notorietà è cresciuta soprattutto all’estero, dove è riconosciuto a livello internazionale. Eugenia Morpurgo ha compiuto i suoi studi in Olanda. In Italia, una realtà di ricerca particolarmente interessante si trova all’università di Bolzano: il master in Eco Social design. Qui, in una posizione di confine, la condizione liminale tra discipline, lingue e culture favorisce una comprensione più profonda dell’altro e della diversità, e di sviluppare una consapevolezza storica e sociale più profonda. Credo che sia proprio da queste esperienze che l’umanità possa progredire: sviluppando una maggiore consapevolezza storica, imparando a confrontarsi con ciò che resta del passato e a trarre insegnamento dalle sofferenze, dagli errori e dalle esperienze collettive, siano esse positive o negative.
Di fatto, l’Italia, dal punto di vista dell’insegnamento e del design, resta ancora troppo legata all’industria. Esistono poli eccellenti, come Bologna, che ha sviluppato una maggiore coscienza ecologica, ma il sistema produttivo rimane basato sul consumo, all’interno della stessa società che ha portato alle difficoltà attuali. Questo si riflette anche nella didattica. Ci sono però realtà eccezionali: penso a Stalker/Laboratorio d’Arte Urbana, collettivo nato negli anni Novanta a Roma, guidato da Francesco Careri, autore di Walkscapes, centrato sulla camminata come pratica estetica e strumento di lettura dello spazio urbano. Tuttavia, le ricerche degli studenti restano quasi sempre focalizzate sul restauro. Abbiamo un’Italia meravigliosa da preservare, ma persiste anche una forte fascinazione per il “bello” moderno, per la torre. Continuiamo a costruire seguendo una visione verticale più che orizzontale. E purtroppo, c’è ancora molto lavoro da fare».

Speriamo che le urgenze, ormai evidenti a tutti, possano finalmente farsi azione: azione lucida, coraggiosa, capace di trasformare un sistema di produzione divenuto ormai troppo perverso. Ma la sfida passa anche attraverso i nostri gesti quotidiani: come consumatori consapevoli, possiamo scegliere di alleggerire il passo, di consumare sempre meno, e forse così aprire la strada a un futuro più umano e più lieve.
Note:
1) In Francia, il sistema dell’istruzione superiore comprende, oltre alle università e alle loro facoltà, una rete di cosiddette grandes écoles, tra cui l’ENSAD, specializzata in arti decorative, design, grafica, scenografia e multimedia. L’accesso a questi corsi di alta formazione e ricerca avviene tramite una selezione molto rigorosa. Un equivalente italiano dello statut di grand école potrebbe essere quello della Scuola Normale Superiore di Pisa.
2) Si veda il sito. Per ulteriori informazioni si rimanda al video e al volume.
