Un temporale è arrivato all’Angelo Mai di Roma (dal 17 al 19 aprile), è il nuovo lavoro di Ilenia Caleo e Silvia Calderoni così minimalista ma al contempo capace di scavare, con una certa fugacità del gesto, nelle profondità delle diramazioni visive che vanno a comporsi in uno spazio scenico a suo modo ipnotico. Siamo nella zona ibrida di una non-rappresentazione, una condizione temporale di prolessi metafisica, una perifrasi scenica, per certi versi dominata da una postura performativa (non più teatro, non solo teatro), una postura appunto, uno stare, una attitudine lì ad abitare quello spazio ormai decisamente oltre il discorso stesso dello spettacolo.
Un “oggetto” intento a rovistare nel grumo degli appigli teorici deleuziani nel rivificarne un segno, una sua eco, quella differenza e ripetizione di variazioni intorno allo stesso tema portatrici di loop concettuali qui decisamente risemantizzanti.

Per questo, temporale {a lesbian tragedy}, e dove il sottotitolo non è un dettaglio, è paradossalmente una congettura rabdomantica, un mantra che ordisce un nuovo vocabolario messo a disposizione del pubblico per rievocare un tracciato indisciplinato proprio alla sperimentazione performativa, aggiornandone gli statuti. In quel suo cercare linfa negli interstizi concettuali dell’arte che si smaterializza nella parola, nelle progressioni visive di tableaux vivants che non si fanno mai quadri ma dissolvenze, liquefazioni percettive, un vocabolario ancora una volta dove gesti e narrazioni stratificate si dissipano, anzi vaporizzano, ma con riuscita determinazione oggi nell’incarnarne il dato emozionale, anche privato. Oggi, rispetto a una tensione che ci fa scorgere nella filigrana della sua visione archetipi e omaggi riferiti a maestrie di qualche tempo fa, più analitica e radicale.

Lo spazio è fatto di pareti ornate con carta da parati che vengono spostate a vista (benché non scorgiamo mai chi manovri dietro le quinte, ma ne intuiamo le artefici) creando così di volta in volta corridoi, prospettive inedite e nuove fessure dove si riattivano in progressione condizioni (si diceva) emotive e fisiche dei corpi chiamati a definirsi in questo racconto per immagini e frazioni poetiche, figure che si lasciano depositare per poi rapprendersi dopo un buio pronto a saturarne il senso; come un ordigno da backrooms le pareti sembrano perdersi e abbacinare il nostro sguardo in cunicoli immateriali e il buio alterna il tempo delle forme, ne segmenta l’incedere per tappe emozionali, persino umorali, abbandonate a un decantarsi così malinconico, di quella Melancholia alla Lars von Trier dove però tutto è già accaduto e l’attesa, il tempo depositato, è il tempo del non più che sappiamo non evolverà se non nelle sue variazioni atmosferiche, percezioni climatiche e “ambientali”.

Spazio desertico, dunque, abbagliato da luci che risaltano i colori in parte ruvidi e bluastri e in parte pastello, calde, una sinestesia cromatica con i costumi così tanto anni Sessanta delle quattro performer (Ilenia Caleo, Silvia Calderoni, Ondina Quadri e Alexia Sarantopoulou) alle quali si aggiungerà sul finale chi ha manipolato le atmosfere sonore fino a quel momento (Martina Ruggeri); spazio desertico capace di riannodare le trasparenze filmiche di Michelangelo Antonioni senza lasciarsi abbindolare da un birignao recitativo qui ovviamente eclissato, pura esposizione riflessiva e riflettente, una sintesi di invereconda bellezza di quei corpi parlanti. Tutte le performer si alternano nello stare e vivere il tempo dell’azione, nell’intervenire live alla consolle per tenere le fila di una parola poetica ad opera della stessa Caleo (Sonetti della disperazione ispirati a La forma delle nuvole di Goethe), nel gestire la tecnica o per cesellarne i quadri senza enfasi né dramma, la tragedia alla quale allude il sottotitolo è forse uno sguardo sul tempo dell’adesso, minaccioso e ineluttabile che avverte del baratro.

Gli spostamenti sono cadenzati da uno spazio-tempo mai inopportuno e mai didascalico, ogni entrata è l’ingresso di un mondo nel mondo di quello spazio, gli oggetti vengono tra-lasciati senza insistere in impaginazioni già abusate del movimento, anzi, ogni “brano” (perché è possibile leggere i quadri di temporale come una partitura espansa della percezione) si libera dal dogma dell’originalità e spazia, rammemora, recupera, raccoglie, rimastica le ipertrofie di un quotidiano sulle quali abbiamo organizzato l’idea di reale, e dove il movimento si fa database della memoria di stati d’animo contrastanti. Le nuvole ci accompagnano, sono lampi di una materia indefinita oscurante o liberatoria, concreta e vera il cui effetto (della macchina del fumo) è davvero potente e pittorico, quasi un archivio alla Armand Brume e le sue atmosfere scolpite sul corpo, a ridosso o in sovrapposizione alle narrazioni di Martin Margiela. Ci lasciamo perturbare allora dal ricordo di Simone Forti, dall’assoluto di Bruce Nauman, da quelle forme espunte dallo spettacolo per farsi materia nelle sue variazioni parcellizzate del portarsi del corpo in ambientazioni depotenziate e prive di psicologismi narrativi.
Neon intermittenti, bagliori luminosi, solitudini, pianti a dirotto o il ridere sfrenato fanno parte di un carnet di possibilità tutte sul limite di uno spaesamento propagante e “letterario” portatore di una “sculturizzazione” dell’opera.

temporale
{a lesbian tragedy}
di Silvia Calderoni e Ilenia Caleo
con Silvia Calderoni, Ilenia Caleo, Ondina Quadri, Francesca Turrini
atmosfere sonore Martina Ruggeri
“Sonetti della Disperazione” di Ilenia Caleo, ispirati da “La forma delle nuvole” di J. W. Goethe
traduzione Paola Bono
consulenza organizzativa Elisa Bartolucci
residenze PARC Firenze; BASE Milano; Residenza Centrale Fies
con il sostegno di Passo Nord; Atelier Sì – Bologna, Lavanderia a Vapore Torino, Istituto di Cultura italiano, Paris
in collaborazione con AMAT e Comune di Pesaro per RAM – Residenze Artistiche Marchigiane
co-produzioni VIELNURVIEL (Ghent); Motus Vague; Emilia-Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
grazie a: Alessandra Indolfi, Roberta Indolfi, Paola Granato, Eva Bruno, Vilma Carlini, Ulisse Poggioni.
Angelo Mai, Roma, dal 17 al 19 aprile 2026.