Quattro super-eroine e la loro indignazione: “Wonder Woman” di Antonio Latella di Laura Novelli

Foto di Andrea Macchia

Partiamo dalla fine. Da quella danza tribale e potente nel corso della quale le quattro attrici in scena attraversano una partitura di gesti, passi, espressioni mimiche, sguardi, alla cui forza è impossibile sottrarsi. Nel disegno in levare di questa coreografia sospesa tra ballo e teatro, esse diventano l’immagine e il simbolo di ogni dolore indelebile, di ogni rivolta coraggiosa, di ogni ingiustizia feroce, e l’energia che sprigionano ha tutto l’afflato di un vitalismo contagioso che arriva al pubblico senza mezze misure, senza mediazioni ideologiche, senza perplessità interpretative. Ci sono i corpi ed essi bastano a dire tutto ciò che va detto.

Foto di Andrea Macchia

Il corpo è d’altronde il centro, il cuore, il soggetto e l’oggetto dell’intenso Wonder Woman, lavoro di Antonio Latella (anche regista) e Federico Bellini che, a distanza di due anni dal debutto torinese e dopo aver ricevuto importanti premi, è stato presentato al Teatro Vascello di Roma nelle sere scorse, prima di proseguire la sua tournée. Da un corpo violato prende, non a caso, spunto la straordinaria drammaturgia di questa pièce, ispirata a uno scandaloso fatto di cronaca che sconvolse l’opinione pubblica: nel 2015 una ragazza di origine peruviana denunciò la violenza subita per strada da un gruppo di uomini ma le giudici della Corte d’Appello di Ancona decisero di assolvere gli imputati ritenendo la “presunta” vittima consenziente, provocatoria, bugiarda, drogata, persino colpevole del fatto di essere troppo brutta, troppo mascolina, per poter essere desiderabile.

La sentenza fu poi ribaltata dalla Corte di Cassazione ma quella atroce ferita – personale e sociale – non poté essere rimarginata e arriva a noi, spettatori e spettatrici seduti in platea, con tutto il carico di schifo, ingiustizia, dis-umanità che la connota. Ci arriva attraverso altri corpi: quelli delle quattro giovani interpreti del cast, Maria Chiara Arrighini, Giulia Heathfield Di Renzi, Chiara Ferrara, Beatrice Verzotti (tutte eccellenti), e attraverso il corpo stesso del teatro, nella sua semplicità, nella sua ossatura essenziale, nella sua capacità di farsi – ancora oggi – tribuna politica, luogo di pensiero.

Non c’è scenografia. Nei primi quadri del lavoro le luci in sala sono alte. Le interpreti indossano pantaloni e camicie nere e un paio di scarpe rosse con il tacco, proprio quel tipo di scarpe assurto a metafora eloquente della battaglia contro la violenza sulle donne. Stanno schierate in proscenio. Ci parlano all’unisono, poi una alla volta, poi di nuovo insieme. Tutte e quattro mostrano, malgrado la loro giovane età, un livello di consapevolezza e di adesione al sottotesto del lavoro davvero encomiabile, anche se una nota particolare di merito spetta, secondo noi, a Chiara Ferrara: gli occhi lucidi anticipano sin dalle prime battute il commosso tessuto emotivo della sua prova; i tremori del corpo, l’intensità drammatica del volto, la voce netta, modulata in toni e timbri diversi, ne scandiscono i passaggi cruciali. La sua maturità espressiva nulla toglie, tuttavia, alla forza interpretativa delle altre attrici. Insieme risultano davvero un organismo unico, un flusso compatto di energia.

Foto di Andrea Macchia

Sono le Giudici. Sono la Vittima. Sono un Coro di levatura tragica. Sono le Amazzoni. Sono le Erinni. Sono delle guerriere Vichinghe (proprio “Vichinga” è il soprannome con cui veniva vilipesa la vittima) Sono la Nina del Gabbiano di Čechov. Sono ovviamente la celebre eroina inventata nel 1941 dallo psicologo e fumettista William Marston che, personaggio icastico anche di tanta cinematografia di genere, dà il titolo allo spettacolo.

Di Wonder Woman le quattro donne in scena posseggono lo strumento-simbolo dei superpoteri al femminile: il “lazo della verità”, divenuto qui un vistoso microfono dentro cui urlare e amplificare parole di indignazione e sconcerto. Ma di Wonder Woman esse posseggono soprattutto la sfrontatezza impavida, la volontà di riscatto, il senso di giustizia, il coraggio caparbio di esser-ci e quell’aura mitologica (così come la drammaturgia stessa suggerisce) che le riconnette alla Storia di sempre. Motivo per cui l’articolata deposizione in cui si sviluppa il loro dire – così minuzioso nel definire il Verbo accusatorio della sentenza, le circostanze dell’accaduto, la geografia anatomica della violenza, la raggelante reazione della polizia e quella, forse ancora più vergognosa, della famiglia – non è altro che un labirinto dove cercare il Vero, dove piantare siepi tra vittime e carnefici, dove distinguere con chiarezza il Bene dal Male, il chiacchiericcio menzognero dei media (si veda il vigoroso passaggio del “bla bla bla” sussurrato e poi urlato, incisivo leitmotiv salmodiante carico di disgusto) dal conforto rassicurante di una società che sia realmente equa (link).

Foto di Andrea Macchia

Corpo, parola, spazio vuoto: la limpida regia di Latella – sorretta dal disegno luci e l’ambiente sonoro di Franco Visioli – sceglie la semplicità dei segni. Sceglie il teatro allo stato puro, primigenio, imprimendo al lavoro un carattere epico ma non straniante, tutt’altro. Malgrado, infatti, una certa impostazione brechtiana innervi efficacemente l’intera messinscena, così come avviene d’altronde in molte creazioni del regista campano, qui non può che innescarsi un meccanismo di empatia, di com-passione ed egli ci consegna ancora una volta (anche grazie al felice sodalizio artistico con Bellini) uno spettacolo necessario, politico e poetico allo stesso tempo.

Dopo I tre moschettieri e Zorro, Wonder Woman chiude una trilogia dedicata proprio al significato odierno dell’eroismo; trilogia spalancata sul nostro oggi e prodiga di domande aperte sul rapporto tra potere e politica, prevaricazione e sacrificio, normalità e mostruosità, che senza dubbio si connette tematicamente anche agli ultimi suoi due lavori: Riccardo III di Shakespeare e Gli angeli dello sterminio di Testori debuttato in prima nazionale al Teatro Astra il 9 gennaio (e qui recensito da Alessandra Bernocco).

Foto di Andrea Macchia

A nostro avviso, però, questa bella regia trova le sue radici più autentiche nella potente visione di Genet che Latella mise a segno all’inizio del Duemila, affrontando ben tre opere dell’autore francese. Mentre guardavamo la danza tribale che chiude Wonder Woman (laddove le interpreti raccolgono da terra collane e pettorine colorate dal sapore etnico e le indossano), ci sono tornati in mente soprattutto alcuni momenti di Querelle. Anche lì uno scandalo. Una denuncia. E i corpi a raccontare tutto un mondo.

Wonder Woman

di Antonio Latella e Federico Bellini
regia Antonio Latella
con Maria Chiara Arrighini, Giulia Heathfield Di Renzi, Chiara Ferrara, Beatrice Verzotti
costumi Simona D’amico
musiche e suono Franco Visioli
movimenti Francesco Manetti e Isacco Venturini
produzione TPE – Teatro Piemonte Europa in collaborazione con Stabilemobile.

Lo spettacolo è stato visto al Teatro Vascello di Roma il 16 gennaio 2026.

Prossime date:
Teatro Elfo Puccini, Milano, dal 16 al 19 giugno 2026.

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