Proprio per questo. Hombre Collettivo e gli altri a Forever Young 2026 di Carlo Lei

Foto di Manuela Pellegrini

La fragilità è davvero la risorsa di questa cosa mobile che si chiama teatro. Là dove la struttura mostra un varco o una sconnessione, la voce tradisce una sfocatura, quando qualcosa pur girando, gira a vuoto, si fa chiaro a chi guarda che nell’imperfezione ribolle la più autentica proiezione verso il futuro. «L’intera nostra vita si basa su un’incessante compensazione delle debolezze. Demostene aveva un difetto di pronuncia, e proprio per questo diventò il più grande oratore di tutti i tempi. Nonostante ciò, ma proprio per questo» pontifica il dottor Semperweiss al suo curioso paziente, sul finale di Empusium, capolavoro di Olga Tokarczuk.

Qui, nel mezzo della bassa emiliana, dove la Corte Ospitale sorge tra i campi uniformi e pettinati, a tratti esalanti odor di letame, attraverso le fragilità, e la lotta che gli artisti e le artiste compiono per affrancarsene, per farne innesco d’arte e di pensiero, si accede al “proprio per questo” di Semperweiss.

È la fase finale della sesta edizione di Forever Young, i trenta minuti durante i quali le compagnie mostrano a una giuria di operatori di essere meritevoli di un premio di produzione di ottomila euro e di entrare nella scuderia degli spettacoli curati dalla distribuzione della Corte.

Ma nessun romanticismo introflesso (tanti osservatori nello spazio attorno al festival notano questa caratteristica comune), nessun languore, pochi segnali di linguaggi chiusi e autoreferenziali: nelle sei proposte presenti nel microfestival, in quei trenta minuti messi insieme durante una residenza di venti giorni, sempre a Rubiera, si parla soprattutto di presente, di una società di cui tutti cercano la chiave per evadere, se non per restituirle un senso globale. Un’azione da fare insieme, a livello collettivo, non una fuga in solitaria. Non è un caso che tre delle formazioni in gioco rivendichino fin nel nome lo statuto di “collettivo” – parola non priva di un certo fascino della memoria.

Foto di Manuela Pellegrini

Ora questa ricerca si localizza oltre la nostra atmosfera, nel materiale, già strutturato e tale da esibire una certa forza assertiva degli strumenti, del Collettivo BEstand, che porta in scena un testo di Dario Postiglione che sa di fantascienza classica, La selezione, premiato a InediTO 2024.

Foto di Manuela Pellegrini

Ma c’è anche la richiesta di giocare un gioco dalle regole chiare, un’urgenza di chiarificazione purchessia, sia pure violenta, che si mette rapidamente a fuoco nel wrestling agito, subito, raccontato da Andrea Dante Benazzo nel suo Don’t try this at home. È una proposta, la sua, che si presenta, forse fortuitamente, con una sorta di compiutezza, sporta in avanti, ora in una teorizzazione fulminea in termini filosofici («il resto del mondo ti nasconde il codice», mentre il wrestling ha un linguaggio limpido, dice), ora in una performatività nuda, (l’azione si getta letteralmente in scena, la riflessione è rimandata al dopo). Tutte caratteristiche di un formato da corto teatrale – ma chissà cosa c’è, cosa ci sarà, dopo.

Foto di Manuela Pellegrini

Né manca uno sguardo ironico, proteso epicamente al pubblico come poi la maggioranza degli studi di Forever Young, e aperto, in prospettiva, a un’analisi più ampia. Collettivo Erratico con il suo Terra bruciata – 100% Made in Italy guarda all’esperienza degli expat (sei milioni di italiani residenti all’estero, dichiarano nella fase iniziale, tutta dati, al modo di tanto teatro contemporaneo).

Foto di Manuela Pellegrini

Ancor di più, la ricerca dall’esterno di un senso, di una chiave di lettura di un passato ormai non così prossimo come gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso sembra muovere i passi di Hombre Collettivo, come se in quegli anni fossero stati gettati i semi dell’oggi. È una chiave che i componenti del gruppo provano a rintracciare nello studio di Guy Debord (La società dello spettacolo è scelto, senza mascheramenti e con una genuina dose di rischio, come titolo del lavoro in fieri) sulla cui scorta intasano il palco di segni mediatici, proiettati sopra uno schermo ma anche agiti in prima persona, allestiti sopra lo scheletro neutro di attori-manichini dai connotati appianati, e sovrapposti gli uni sugli altri attraverso il gioco delle prospettive e delle dissolvenze o doppie esposizioni nel video. A questa lunga e coinvolgente sezione plurilinguistica e multimediale, montata sopra una playlist di indubbio fascino (Pink Floyd, U2, ecc.) che sonorizza tragedie e momenti cupi della storia quasi come un videoclip, ne segue una più didascalica, un’intervista a un Debord “morto” ma perfettamente al corrente delle derive della quotidianità, tenuta da quello che potrebbe essere un dj radiofonico, dal linguaggio trito e puerilmente tranchant. Si tratta, come si vede, di un progetto di notevole complessità che non rifugge il virtuosismo tecnico, cioè la dimostrazione di saper gestire con continuità una mole di tecnica e tecniche diverse (tra cui il teatro d’oggetti e quello di figura), materiali e impulsi comunicativi. Un progetto che in modo intelligente mostra la grana del proprio linguaggio e dei propri metodi, lasciando aperti gli esiti ma restando capace di garantire una mano ferma nella direzione del timone.

Certo anche per questo (o “proprio per questo”) la giuria, composta Giulia Guerra, Fabio Biondi, Ilaria Campese, Claudia Cannella, Angela Fumarola, Leonardo Lidi, Gilberto Santini e Maura Teofili ha scelto di assegnare a questo progetto la vittoria e il premio: «In una raffica di questioni, video e canzoni, efficaci ma ancora in cerca di sintesi, quattro corpi che ne raccontano venti, la teoria si fa azione». specifica la motivazione.

Foto di Manuela Pellegrini

Il lavoro la cui fragilità è parsa però ancora più alta, più drammatica a chi scrive, e gli strumenti, ancor più che il tono, seducentemente cerebrali, è lo studio di Claudia Manuelli e Antonio “Tony” Baladam, da poco riuniti in compagnia, che può vantare in scena la presenza anche di Francesca Astrei. Il lavoro si mostra, a livello percettivo, come il risultato di un connubio tra la freddezza di un’analisi puntuale (quella sul “performare l’identità” propria dei rapporti mediati dalla tecnologia) e l’immediatezza epidermica di una tensione febbrile, carnale e pulsante, tutta da sfogare negli sviluppi che seguiranno l’annuncio, verso il finale, del segno icastico di un lenzuolo spruzzato di sangue e la comparsa di un’accetta. In un meccanismo ancora da chiarire fino in fondo, insieme spalancato, perché diretto persino didascalicamente a illustrare il proprio percorso, e misterioso, nel segno in cui le presenze si danno in scena e nelle conseguenze delle premesse, vediamo due “mediatori” (Manuelli e Baladam, un po’ goffamente geometrici, per quanto padroni di un ritmo inappuntabile) a limitare e reindirizzare l’apparente spontaneità di un’umanissima Astrei, un’attrice, «100% umana». Che è poi quella che, poco per volta, liberatasi della costrizione dell’autorappresentazione e spogliata dal rassicurante alibi di persona in carne e ossa, dovrà finire per essere «un diavolo in mezzo a noi», protagonista di un qualche Massacre, come preannuncia il titolo, armata di quell’accetta così horror, sola con ciascuno di noi, al buio.

Calato il sipario sul successo di Hombre Collettivo, sta a Baladam e Manuelli, a Benazzo e agli altri, ora, ficcarsi le unghie nelle piaghe e proseguire le rispettive ricerche, nel fuoco delle rispettive fragilità. «Il peggio che possa capitare» scrive sempre Tokarczuk «è sentirsi pienamente valorizzati – completi, per così dire – una volta per tutte. Ne consegue che ci fermiamo nel movimento costituito appunto da ogni valorizzazione incompleta. Quando l’uomo ritiene di essere diventato perfetto, è un uomo finito».

Foto di Manuela Pellegrini
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