Maria Paiato e il sarcasmo acre del suo Riccardo III di Laura Novelli

Foto di Laila Pozzo

Un grande tavolo ovale sovrastato da una bara di legno che, sulle prime, sembra un lampadario pendente. Al centro del palcoscenico (quello del Teatro Argentina ) c’è solo questo voluminoso elemento scenico, quasi fosse uno spazio “altro” di simbolica ascendenza metateatrale e, al contempo, un fulcro generatore sul quale e intorno al quale viene tessuta la fitta rete di intrighi, omicidi, soprusi, simulazioni, ambiguità ed efferatezze che rappresenta il cuore del Riccardo III, celebre dramma storico di Shakespeare (1597) approdato a Roma nella lettura registica di Andrea Chiodi, con Maria Paiato interprete.
È stata proprio la grande attrice veneta a promuovere il progetto produttivo di un lavoro che, come avvenne anni fa per Un nemico del popolo di Henrik Ibsen diretto da Massimo Popolizio, la vede affrontare un personaggio maschile e la vede, tanto più, regalare al pubblico una prova attorica di estrema mobilità fisica e vocale: capelli corti, corpo ricurvo, zoppia evidente ma non enfatizzata, un sorriso sornione carico di ombre, abito scuro, toni sarcastici, il suo Riccardo è un uomo sofferente, malefico e ironico, tormentato e superficiale, vendicativo e infantile.

Foto di Laila Pozzo

All’infanzia risale, non a caso, la ferita affettiva che lo ha reso così mostruosamente incapace di accettare se stesso e il mondo che lo circonda: la prima scena dello spettacolo, introdotto dalle note di My Way di Frank Sinatra, ce lo mostra sdraiato sul tavolo a pancia in giù, un carillon tra le mani, mentre interroga con insistenza la madre sulla linea dinastica degli York e sull’eventualità che lui diventi il sovrano d’Inghilterra («Tu non sarai mai re» gli ripete più volte la donna e lui le risponde urlando: «Io sarò re. Io sarò re»).

Già in questo breve inserto drammaturgico di Angela Dematté, che cura riduzione e adattamento dell’opera, si annida, dunque, e si pone in essere analetticamente l’idea interpretativa di base che innerva l’intera pièce. «Il male seduce da sempre», spiega il regista, «e infatti ne siamo circondati. Forse che sia interessante capire come scovarlo, come scoprire dove si rintana questo male per combatterlo? È forse originato fin dalla nostra infanzia? Riccardo giocava da bambino? Era amato? Ecco, sono partito da queste domande per interrogarmi sul male e sulla sete di potere, così logoranti e inutili, anzi portatori solo di morte e divisione».

Domande cui fanno eco quelle, altrettanto significative, della stessa Dematté: «Qui, nella pièce che porta il suo nome, Riccardo ritorna nell’utero e si fa madre (matrigna diremmo) di se stesso reclamando il diritto di essere: “Mi sono deciso a provarmi nella parte dell’infame”. Reclamando questo diritto, l’infame non può che tendere trame e prologhi insidiosi per sopravvivere, unici strumenti che possiede. Tutto è lecito ad un bambino non amato, quale è stato Riccardo (…). Ma siamo sicuri che l’infame Gloucester non sia che il pretesto, la scusa per far emergere ciò che in ogni gerarchia di potere e di famiglia è presente? Cosa cerchiamo quando cerchiamo il potere? (…) Un bambino ferito può mai amare e sentirsi amato?».

Foto di Laila Pozzo

Con l’avvio dei fatti veri e propri e il primo monologo di Riccardo/Paiato adulto («Ormai l’inverno del nostro scontento/ si è fatto estate al bel sole di York (…)»), ecco che il tema dell’infanzia – poi esplicitamente ripreso nell’epilogo – lascia spazio ad un’architettura interpretativa improvvisamente diversa: la voce si fa più roca, il timbro più imponente, la postura più vigile. Inizia la macchinosa giostra di vendette e delitti dalla quale il protagonista scenderà solo dopo aver ottenuto l’agognata corona. La sua è una macchinazione continua, una teatralizzazione perenne, una dissimulazione pervicace compiuta innanzi ad una platea di astanti/vittime che fungono da Coro. Tutte le figure secondarie del dramma, anche quelle importanti e nevralgiche quali la Regina Elisabetta (Francesca Ciocchetti), la Duchessa di York (Giovanna Di Rauso), Lord Hastings (Riccardo Bocci), Lady Anna (Ludovica D’Auria), osservano e subiscono il folle spettacolo del Duca di Gloucester e sembrano quasi ombre, fantasmi generati dalla sua fosca immaginazione (come non ricordare, proprio parlando di fantasmi, lo storico allestimento di Carmelo Bene del 1977?).

Nel viola-malva che domina sia la scenografia (a firma di Guido Buganza) sia i costumi di foggia antica disegnati da Ilaria Ariemme, nelle loro parrucche bianche vistose e lunari, queste presenze “umane” possiedono qui una staticità di fondo che le distanzia in qualche modo dalla vicenda, anche nei momenti di maggiori crudeltà e pathos, tanto che sembrano interagire con il deforme usurpatore più per permettergli di perseguire il suo laido scopo che per creare con lui una decisiva tensione drammatica. D’altronde Riccardo III, come ben ci insegna Giorgio Melchiori, «(…) è forse il primo dramma del teatro moderno che abbia a protagonista non l’eroe tragico come tale ma l’“autore” stesso della trama che verrà rappresentata». Una trama costruita sull’inganno, sulla bugia, sulla finzione, appunto, e della quale egli stesso si incarica di informare gli spettatori.

Dunque, potremmo dire che in quest’opera e in questo spettacolo operino tre piani diversi: quello del protagonista/macchina teatrale con il suo fiume di parole (non per niente il dramma ha rappresentato un cavallo di battaglia per grandi interpreti shakespeariani come, primo tra tutti, David Garrick) dentro al quale si muove la consapevolezza recitativa di una Paiato davvero eclettica ed egregia; quello della corte che, già marcia e corrotta, subisce la spirale di crudeltà innescata da Riccardo e che la regia di Chiodi inscrive in una geometria forse troppo rigida, fatta eccezione per alcuni passaggi, tra cui quello in cui le donne/madri piegano i vestitini dei loro figli morti. Infine, abbiamo il piano del pubblico.

Foto di Laila Pozzo

E se il pubblico coevo del Bardo sapeva riconoscere nella vicenda il sanguinario conflitto tra i Lancaster e gli York al termine del quale la corona inglese passò ai Tudor, casata della regina Elisabetta I, quello di oggi sa certamente rintracciare in questo coacervo di azioni/parole malevole e violente una modernità e un’attualità a dir poco sorprendenti. D’altronde, in questo nostro Terzo Millennio così angosciante, cosa abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi se non che scene di morte e sofferenza? Cosa abbiamo nelle orecchie se non che frasi di dissimulazione, di sopraffazione e di propaganda? Non ci sembra un caso che, lo scorso anno, un altro regista italiano molto attento agli umori del mondo come Antonio Latella abbia diretto una sua versione di Riccardo III (Vinicio Marchioni protagonista) in cui si insinua nel pubblico il sospetto che il male si annidi spesso nel bello; o piuttosto, in ciò che appare tale.

Ma anche la crudeltà degli spiriti deformi e despoti deve avere un limite. Liberatosi di tutti i suoi nemici e rivali, Riccardo/Paiato rimane solo e muore nella battaglia di Bosworth.  Non prima però di essere tornato bambino: la cassa da morto sospesa al centro della scena all’improvviso si rovescia e lascia cadere sul tavolo una pioggia di soldatini con cui il Re – ora stanco, dimesso e attraversato da una tristezza nuova – gioca alla guerra. Lo spettacolo torna dunque all’infanzia, al suo leitmotiv dominante, al suo carillon malinconico. Quando il male sembra inestirpabile, sembra volerci dire, non dobbiamo mai smettere di insegnare l’amore ai nostri bambini e ragazzi.

E la memoria non può non tornare ad un altro Riccardo III visto tanti anni fa al Teatro India (era il 2005): quello del talentuoso regista catalano Àlex Rigola che, traendo spunto da una tragedia consumatasi nel 1999 in una scuola del Colorado dove due studenti spararono sui loro compagni uccidendone tredici, andava al di là della rievocazione storica, dell’allegoria del potere, per dipingere un quadro odierno dalle tinte inevitabilmente scure. L’ultima scena del lavoro di Chiodi ci ha evocato quell’atmosfera lì; segno che Shakespeare sa raccontare territori emotivi e scenari politici che – ahinoi – ci riguardano sempre e comunque.

Riccardo III

di William Shakespeare
riduzione e adattamento Angela Dematté
regia Andrea Chiodi
con Maria Paiato
e con Riccardo Bocci, Tommaso Cardarelli, Francesca Ciocchetti, Ludovica D’Auria,
Giovanna Di Rauso, Giovanni Franzoni, Igor Horvat, Emiliano Masala,
Cristiano Moioli, Lorenzo Vio, Carlotta Viscovo
scene Guido Buganza
costumi Ilaria Ariemme
musiche Daniele D’Angelo
luci Cesare Agoni
trucco e parrucco Bruna Calvaresi
assistente alla regia Francesco Biagetti
assistente ai costumi Valentina Volpi
produzione Centro Teatrale Bresciano, Teatro Nazionale di Genova,
Teatro Biondo di Palermo, Teatro di Roma – Teatro Nazionale.

Teatro Argentina, Roma, fino al 15 marzo 2026.

Prossime date:
Teatro Massimo, Cagliari, dal 18 al 22 marzo 2026.
Teatro Donizetti, Bergamo, dal 9 al 17 maggio 2026.

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