«Ma se i morti infinitamente dovessero mai
destare un
simbolo in noi,
vedi che forse indicherebbero i penduli amenti
dei noccioli spogli, oppure
la pioggia che cade su terra scura a primavera.
E noi che pensiamo la felicità
come un’ascesa, ne avremmo l’emozione
quasi sconcertante
di quando cosa ch’è felice, cade».
(Rainer Maria Rilke, Elegie Duinesi)
Classe 1979, romano, Daniele Spanò – dopo una formazione da scenografo – inizia l’attività di regista e artista visivo soprattutto nell’ambito della performance e della videoarte.
Lo abbiamo incontrato a Roma in occasione della sua mostra Lasciami cadere (realizzata in collaborazione con il TPE Teatro Astra e il partenariato di RE: HUMANISM), esposta fino al prossimo 24 gennaio presso la Sala 1, Centro Internazionale d’Arte Contemporanea, ubicata nella centralissima piazza di Porta San Giovanni a Roma.
La galleria è adiacente al TeatroBasilica, divenuto negli ultimi anni un punto di riferimento della scena nazionale, e forse il fatto che Lasciami cadere sia stata allestita proprio lì non è una casualità: come a segnare, anche spazialmente, il legame costante intessuto da Daniele Spanò nel suo percorso creativo tra arte e teatro.
Un percorso delineato da una ricerca che si concentra principalmente in ambito installativo e performativo con un approccio sperimentale e multidisciplinare che lo ha portato nel tempo a costruire importanti collaborazioni. Ricordiamo, solo per citarne alcune, quella con il videoartista Gary Hill per la realizzazione della sua installazione Resounding Arches al Colosseo di Roma e quella con Takeshi Kitano per rappresentare il fermento artistico della città di Roma nel format televisivo Takeshi’s Art Beat da lui stesso condotto.
Come artista visivo, ha firmato Line In the Sand, installazione multimediale al Made in New York – Media Art Centre (2019); Orbis, video-installazione site-specific al Cafesjian Center for the Arts di Yerevan (2019); Pneuma, installazione multimediale inclusa nel programma del Festival dei Due Mondi 2015 di Spoleto. In collaborazione con Luca Brinchi (con il quale, nel 2023, è co-regista dell’opera Perseo e Andromeda di Salvatore Sciarrino), ha realizzato il disegno video di numerosi spettacoli teatrali, tra cui Freud o l’interpretazione dei sogni di Federico Tiezzi, Ragazzi di vita di Massimo Popolizio, Lazarus di Valter Malosti e Lear di Andrea Baracco.
In teatro, Daniele Spanò ha ideato scene memorabili. Per chi scrive, impossibile non ricordare quelle de La Ferocia di Nicola Lagioia per la regia di Vico Quarto Mazzini, di Edipo con la regia di Andrea De Rosa e di La vegetariana, dal romanzo del premio Nobel Han Kang con la regia di Daria Deflorian (spettacolo quest’ultimo per il quale Daniele Spanò ha avuto la nomination per la Migliore Scenografia ai Premi Ubu 2025. La serata di premiazione si svolgerà il prossimo 15 dicembre all’Arena del Sole di Bologna e sarà trasmessa in diretta su RaiRadio3).
Quando mi sono recata a visitare la mostra, nella mia memoria scorrevano le immagini di molte delle scenografie di Daniele Spanò viste e apprezzate negli anni. Di fronte alle opere di Lasciami cadere, mi è sembrato di trovarmi dentro la scena di uno spettacolo e di respirare l’atmosfera di quel luogo di “confine” tra l’immateriale e il fisico, il virtuale e il reale. Qui, tuttavia, in uno spazio senza attori e oggetti sono le installazioni a parlare a tu per tu con ciascuno di noi, a trasmetterci il senso «della caduta» e la «conseguente ricerca di fragili equilibri» in un progetto che «indaga l’ambiguità delle immagini nell’epoca dell’ipertrofia digitale».
E allora lo “spaesamento” generato da dispositivi in equilibrio precario, sospesi a mezz’aria o legati ad argani e gru, spesso collocati in modo tale da non poter essere visti completamente, apre a più domande: quanto siamo fragili oggi di fronte a certezze e a immagini surrogate? Quanto i contenuti oggettivi sono veri? La loro manipolazione cosa provoca nelle narrazioni quotidiane e quali sono gli effetti che producono? E, soprattutto, che cosa vuol dire “lasciarsi cadere”?
Ne abbiamo parlato con Daniele Spanò.
Il centro della tua mostra è una riflessione profonda sulla fragilità. Tutte le opere esposte mi sono sembrate un invito ad attraversare con coraggio la caducità dell’esistenza. La stessa che due grandi figure del Novecento, Rainer Maria Rilke e Simone Weil, ci insegnano essere non un “difetto” da nascondere, ma una soglia da attraversare.
Cos’è per te la fragilità?
Credo che si annidi nell’attrazione e nell’inquietudine che provo per il mistero il motivo per cui vedo nella fragilità un valore universale.
Dal mio punto di vista, la fragilità presuppone un potenziale e imminente cambiamento, un cambio di stato.
Il risultato finale dopo una caduta è imprevedibile e misterioso.
La ricerca sta nell’imparare ad accogliere questa imprevedibilità e, a volte, nel saperla attendere a lungo.
Nelle opere presentate in mostra c’è quindi una forte relazione tra spazio e tempo, come se fossero dei dispositivi capaci di cronometrarne la stasi prima di una possibile caduta.

Nel percorso che hai tracciato con le tue installazioni, mi ha colpito particolarmente Natura Morta. La pietra, di travertino romano, che si sostiene in un equilibrio precario rivela, riflettendosi in uno specchio, una foglia d’oro di 24 carati. “Essere qui è splendore”, per citare Rilke. Uno splendore, tuttavia, sempre in bilico, da ricercare, da scoprire.
È questa precarietà che ci fa percepire la bellezza e il mistero del Mondo?
Devo confessare che sono terrorizzato dalla precarietà e vivo con enorme difficoltà la consapevolezza della necessità, a volte, di dovermi concedere di lasciarmi cadere.
Soffro di vertigini da sempre, ma talvolta mi butto in mare saltando da una scogliera. La sensazione che si prova in quel momento è indescrivibile: i piedi sul crinale, sapendo che sotto di te, ad attenderti, c’è solo il mistero, che poi è uno “specchio” d’acqua. Non ricordo un momento più bello. Forse, in questo lavoro, ho provato a fissare proprio quel momento.
Citando anche io Rilke: «Specchi: nessuno cosciente ha descritto cosa nasconda la vostra essenza. Come crivelli di fori fitti siete voi specchi, intervalli del tempo».
Alla tua domanda iniziale rispondo quindi: sì, bisogna essere in bilico per sentire, vedere, annusare il mistero, ma credo che questo non sia sufficiente. È urgente definire un’intenzione, una volontà di cambiamento, spostarsi se necessario e decidere il momento in cui lasciarsi cadere.
Non si può essere attenti all’altro se si è troppo corazzati. Secondo Weil, ciò che viene considerata una debolezza diventa la crepa attraverso cui entra la luce. La tua Non lasciarmi cadere – Natura morta con un lume di speranza rappresenta il concetto espresso dalla filosofa francese?
L’immagine di Weil della corazza è estremamente suggestiva e profonda. Mi viene da pensare che, se la corazza è indubbiamente un oggetto di difesa, questa condizione non la rende però un oggetto neutrale: è come un parafulmine per la guerra, un oggetto destinato a essere offeso. È naturale pensare che, prima o poi, qualcosa arriverà a trafiggerla (un lampo, forse): il suo destino è già scritto. Ne va della sua stessa credibilità funzionale.
Riguardo all’essere corazzato, ricordo le parole del compositore Salvatore Sciarrino che, nella sua opera Perseo e Andromeda, di cui ho avuto la possibilità di curare la regia, nel descrivere Perseo lamentava la poca imprevedibilità del suo destino — e dunque la sua distanza dal mistero — perché troppo armato.
I sandali alati di Hermes, lo scudo riflettente di Atena, l’elmo invisibile di Ade lo rendono, di fatto, invincibile. La sua lotta con il mostro è impari: Perseo non può cadere. Il fuoco dell’opera si sposta quindi su tematiche distanti da quelle dell’eroe che libera la principessa, indagando piuttosto il rapporto più profondo tra il Mostro e Andromeda, i loro mutamenti interiori, la condizione di fragile attesa degli eventi.
Nell’opera Non lasciarmi cadere – Natura morta con un lume di speranza, la luce è per me un raggio che sorregge più che un raggio che trapassa. Ho cercato di affidare alla materia più intangibile e nuda — la luce — il compito di sostenere il peso corazzato dell’esistenza.

In che cosa credi risieda «l’ambiguità delle immagini nell’epoca dell’ipertrofia digitale» (come scrive Daniela Cotimbo nella scheda critica che accompagna la mostra)?
Ogni epoca ha il proprio problema da risolvere con l’immagine e con la sua veridicità.
Un quadro falso è un quadro falsificato. Una fotografia falsa è una fotografia che non riproduce un fatto realmente accaduto in un determinato tempo e in un determinato luogo.
Le immagini prodotte dall’IA, invece, prescindono dal rapporto diretto con il reale, restituendoci una rappresentazione iperrealistica di un immaginario già mediato: un’iper-finzione che supera le categorie tradizionali di vero e falso.
È questa, a mio avviso, la loro grande ambiguità.
Oltre ad essere un artista visivo sei anche regista e scenografo.
In quale messinscena in ambito teatrale, coreutico e operistico sei riuscito a dare corpo a quella fragilità che diventa un dono che offri al gruppo con il quale lavori e agli spettatori/spettatrici?
In Processo Galileo, Di Angela Demattè e Fabrizio Sinisi per la regia di Andrea De Rosa e Carmelo Rifici, ho avuto la possibilità di installare uno spazio completamente non descrittivo.
Nel teatro nudo, senza quinte né fondali, un pavimento di assi di legno, giustapposte e apparentemente disordinate, ospitava una serie di pesanti vasche di ferro contenenti materiale organico, terra e pietre. Alcune erano in equilibrio precario. Altre, in legno, accoglievano coltivazioni: orti del passato visti dal futuro.
Lo spazio risultava senza tempo e senza luogo: una condizione indispensabile per affrontare le complesse questioni teologiche e filosofiche del tema trattato.
Nel finale dello spettacolo queste vasche vengono issate dagli attori, il loro contenuto si svuota, rivelando un Fondo d’oro che, colpito dalla luce, riverbera nello spazio.
La luce della conoscenza non si ferma nemmeno di fronte a un’abiura, e di questo Galileo era certamente consapevole.
In teatro cerco quindi di tradurre il sentimento drammaturgico e registico attraverso la creazione di un dispositivo scenico attivo, porgendo un’attenzione particolare al superamento delle convenzioni della rappresentazione.

Durante la nostra conversazione, hai dichiarato che «l’opera si compie solo attraverso un atto di fiducia».
Che cosa vuol dire nella tua arte dare, ma anche ricevere fiducia?
Opere come Ritratto, Doppio ritratto o Paesaggi contengono dei display che riproducono immagini video. Sono immagini uniche e originali, ma lo spettatore non può quasi vederle. La luce emessa dai monitor, però, si diffonde nello spazio e si riflette sulle superfici che incontra.
È quindi richiesto un atto di fiducia nei miei confronti, una fiducia che può nascere solo dall’incontro con l’opera e che l’opera stessa è in grado di restituire.
Il mio video-ritratto è innegabilmente diverso da un suo possibile video-ritratto. Se ne deduce che, la luce emessa dal display del mio video-ritratto sarà altrettanto diversa dal suo. Di conseguenza, il riverbero di questa luce su un muro sarà unico e irripetibile. Tutto questo è inconfutabile, dovete solo fidarvi che il mio video-ritratto sia in quel monitor. Vi assicuro di sì.

Lasciami cadere
Daniele Spanò
Sala 1, Centro Internazionale d’Arte Contemporanea, piazza di Porta San Giovanni, 10, Roma.
La mostra si potrà visitare fino al 24 gennaio 2026.
Orari: dal martedì al sabato dalle ore 16.30 alle ore 19.30.
La galleria sarà chiusa dal 20 dicembre 2025 al 6 gennaio 2026.
Per ulteriori informazioni, si rimanda al sito: https://www.salauno.com/.