La poesia come atto di ribellione, il teatro come spazio di condivisione. Io e Baudelaire | Who wants to live forever? primo capitolo della trilogia dedicata ai Poeti maledetti della compagnia Biancofango, nasce dall’intreccio di queste due tensioni: la parola e il corpo. In scena, Andrea Trapani sostiene un assolo che attraversa musica, autobiografia e versi di Baudelaire, trasformando la solitudine in esperienza collettiva.
Io e Baudelaire | Who wants to live forever? torna al Teatro Argot Studio dal 27 febbraio al 1° marzo. Per l’occasione ho dialogato con Francesca Macrì, regista e drammaturga della compagnia.
Nel 2019 prende avvio il viaggio e la riflessione attorno ai Poeti maledetti, a partire da Charles Baudelaire. A sette anni dal debutto, Io e Baudelaire | Who wants to live forever? torna in scena al Teatro Argot Studio.
Dal momento della creazione all’oggi sono intervenuti eventi che hanno ridefinito il nostro immaginario collettivo. Credete sia cambiato il vostro sguardo sui poeti maledetti? E in che modo questa indagine sull’intransigenza poetica dialoga con le urgenze del presente?
Dal 2019 ad oggi è cambiato molto. Forse moltissimo. Il Covid ci ha aperto una possibilità che non siamo stati in grado di cogliere collettivamente e istituzionalmente. Individualmente abbiamo potuto fare e osare di più, ma l’impatto individuale è poca cosa, lo sappiamo tutte e tutti. Non mi è molto chiara la zona liminare in cui ci troviamo ora, ma posso dire con onestà che la posizione di Biancofango, per natura in movimento, guarda ancora ai poeti maledetti con ostinazione e anche con un po’ di maleducazione. Maleducazione dell’arte, si intende. Il rifiuto cioè di quelle norme della buona educazione artistica che vuole incastrare il teatro in una forma, in una scatola riconoscibile ai più. Non è un fatto istituzionale. E non è neanche una lotta tra tradizione e innovazione È un’autentica invocazione alla libertà di abitare l’arte come una trasgressione, nel suo senso etimologico: andare oltre, oltrepassare un limite fisico, un confine, un’abitudine, una convenzione. Solo con il tempo a questa parola si è aggiunto il suo significato più morale e giuridico. A noi della morale e della giurisdizione non importa nulla ovviamente. Quindi ci ancoriamo alle basi della lingua, come facevano i poeti maledetti: proviamo a spingere le parole fino al loro massimo. Nel dialogo con il corpo, nel dialogo con la musica, nel dialogo con quell’atto superiore e di eccellenza che è l’atto performativo.

Lo spettacolo-cabaret si fonda su una scrittura attorale molto forte: Andrea Trapani attraversa musica, autobiografia e poesia fino a sovrapporre la propria voce a quella di Baudelaire, rendendo labili i confini fra partitura e repertorio.
Come avete costruito questa condizione di attore “maledetto” e grottesco, dispositivo vivente tra biografia e mito poetico?
Mi piace molto l’espressione dispositivo vivente. Credo racconti in modo piuttosto puntuale la posizione artistica di Andrea in quanto attore, autore e performer. Sul palcoscenico Andrea ha il talento, le competenze e la sfacciataggine di cercare sempre contaminazioni. È una contaminazione corpo a corpo. Prendendo a prestito metafore da quel mondo sportivo che tanto amiamo e che tanto è presente nel nostro lavoro, artistico e pedagogico, direi che Andrea, sul palco, “boxa”. È ogni volta un incontro vero e proprio di pugilato. Fa a botte con le parole, con le possibilità del corpo, con la musica, con le nostre partiture, sempre precise fino all’ossessione. Si vince e si perde e forse non abbiamo ancora capito dove l’arte si trovi per davvero: in un incontro vinto o in un incontro perso? In un mondo schiacciato dal desiderio del successo e devastato dal precariato lavorativo ed emotivo, rivendichiamo la potenza di invertire significati e significanti. Sogniamo la “visionarietà” al potere.

Io e Baudelaire | Who wants to live forever? inaugura la trilogia dedicata ai Poeti maledetti. A distanza di anni, il disegno complessivo del progetto è già emerso oppure resta una ricerca ancora in divenire? In che modo questo percorso dialoga con le traiettorie successive della compagnia – penso alla Costellazione Lolit* e al lavoro sull’identità di genere e sulla sessualità?
Sì, Io e Baudelaire | Who wants to live forever? inaugura una trilogia dedicata ai Poeti maledetti che si è interrotta per svariate ragioni. La riprenderemo sicuramente e proseguiremo, appena sarà possibile, con uno dei nostri poeti del cuore: Rimbaud. È difficile immaginare un dialogo reale con le altre traiettorie artistiche che ci hanno accompagnato in questi anni. Costellazione Lolit* ha aperto una voragine di studio e ricerca tra identità di genere e sessualità dentro cui siamo precipitati per cinque anni: tra About Lolita alla Biennale, Never Young che è ancora fortunatamente in giro e le performance con adolescenti e anziani di On Lolit* road (che rifaremo prossimamente a Milano con il Teatro Fontana) il tempo a disposizione non c’è stato. Non abbiamo un disegno complessivo del progetto sulla trilogia dedicata ai “maledetti” e non vogliamo averlo. Ci piace ancora entrare in sala prove il primo giorno e non sapere come andrà a finire.
I POETI MALEDETTI _ n. 1
Io e Baudelaire | Who wants to live forever?
un progetto di Biancofango
con Andrea Trapani
drammaturgia Francesca Macrì e Andrea Trapani
traduzione dal francese Francesca Macrì e Andrea Trapani
regia Francesca Macrì
luci Gianni Staropoli
consulenza al pianoforte Irene Ninno
direzione tecnica Massimiliano Chinelli
produzione Fattore K.
Teatro Argot Studio, Roma, dal 27 febbraio al 1° marzo 2026.