“La donna del mare”: Ellida e il coraggio di scegliere Conversazione con Arianna Ninchi di Letizia Bernazza

Foto di Guido Laudani

Henrik Ibsen scrive La donna del mare nel 1888. Cinque atti in cui il drammaturgo e poeta norvegese, con una scrittura attraversata da una forte tensione lirica, ci racconta la storia di Ellida. È lei la protagonista, la giovane “donna del mare”, moglie del dottor Wangel, che vive con la sua famiglia in una cittadina in riva a un fiordo.
Ellida e le convenzioni sociali, Ellida e un amore passato che torna, Ellida e il richiamo del mare. E, soprattutto, Ellida che deve scegliere se restare o seguire lo Straniero il quale, forse, si farà vivo per portarla via con sé.

Lo spettacolo, tratto dall’opera di Ibsen e patrocinato dall’Ambasciata di Norvegia, debutterà domani al Teatro Di Documenti della capitale dove resterà fino al prossimo 26 aprile.

In scena, accanto a Marco Bellizi, Stefano Licci, Luca Manneschi, Rosario Tronnolone (che firma anche la regia), Arianna Ninchi nel ruolo di Ellida. Abbiamo incontrato l’attrice che ci ha raccontato come è nato La donna del mare e che cosa ha rappresentato per lei interpretare il personaggio femminile di una delle eroine più moderne di Ibsen.

Come nasce l’idea di portare in scena La donna del mare?

L’idea nasce da un fortunato incontro di desideri. Nel 2024 Rosario Tronnolone mi aveva affiancata nella preparazione di alcune letture per un omaggio dell’Accademia dell’Arcadia a Eleonora Duse nel centenario della sua morte. Tra i testi scelti c’era un passaggio chiave de La donna del mare e quel momento era stato un po’ il vertice emotivo della lezione-spettacolo. Lo studio di alcune battute è diventato per me desiderio di approfondire quel testo. Da parte di Rosario c’era invece il desiderio di riaffrontare Ibsen dopo aver messo in scena Hedda Gabler nel 2012. Adesso, alla vigilia di questo debutto, ci pare incredibile la coincidenza che la prima sia proprio il 21 aprile, giorno della morte di Eleonora Duse. A lei il nostro spettacolo è appassionatamente dedicato.

Ci puoi raccontare come avete lavorato sull’opera originale e come siete arrivati a definire lo spettacolo?

Rosario ha anche tradotto e adattato il testo. Ha rinunciato ai ruoli di Bolette e Ilda, figlie di primo letto del dottor Wangel, destinando alcune loro battute a Lyngstrand, figura poetica di giovane scultore malato, meravigliosamente tratteggiata da Luca Manneschi. In un classico la scelta dei tagli è più che mai difficile, ma in questo momento tutto è al risparmio, lo sappiamo, e allora… Abbiamo iniziato a incontrarci a inizio anno e il lavoro a tavolino è stato lungo e affascinante: Rosario ci ha guidati con sapienza nell’analisi del testo, per cercare di esprimere tutto il non detto che passa tra i personaggi, tutto quello che avviene a un altro livello di comunicazione.

Foto di Guido Laudani

Ibsen in tutte le sue opere mette al centro le donne, che si rivelano essere figure di spicco, “rivoluzionarie”, nel cercare di combattere le convenzioni della società del XIX secolo e fortemente orientate ad auto-affermarsi, rivendicando con forza la loro libertà, autonomia e desiderio di verità.

Cosa ha significato per te e per l’intera compagnia incontrare Ellida Wangel?

Ellida è un personaggio immenso e per me è tante cose. Di certo è un regalo per il mio percorso artistico, perché solo il confronto con i grandi ruoli consente una vera crescita. È anche l’incontro con colleghi di talento e umanamente speciali. Grazie al lavoro con loro ho scoperto aspetti di Ellida che passano normalmente in secondo piano, rispetto alla portata rivoluzionaria della sua rivendicazione. Ma, al di là dello studio, Ellida resta un mistero immenso. Che ci ha affascinati completamente. Siamo ad indagarla da mesi, ma credo rimarrà sfuggente anche per me che la devo incarnare, e anche dopo l’ultima replica. Con dedizione, dalla mia sponda sud, ho cercato di immergermi nella profondità delle sue acque, e ora sono curiosa di scoprire dove mi porteranno queste maree…

L’inquietudine di Ellida sembra esprimere il suo sentirsi fuori posto in ogni situazione tranne che nel mare. Quel mare così vicino, apparentemente vasto, eppure rinchiuso dai confini di un fiordo, un po’ come il claustrofobico ambiente familiare.
Per la protagonista, figlia di un guardiano del faro, cosa rappresenta il mare secondo te?

Il mare, per Ellida, è il bisogno d’infinito, l’aspirazione al sublime, all’assoluto. È l’odio per la superficie e la necessità di una profondità del sentire e del vivere. Ellida è come percorsa da onde e correnti, che a volte la cullano e a volte la sconquassano, e che sempre la tengono sospesa tra il sogno e la realtà. La sua natura è quella di una sirena che si è adattata a vivere sulla terraferma, dove si muove in modo incerto, perché menomata. Il mare esercita su di lei un’attrazione magnetica: «È la sua gioia, la sua vita», dice Wangel. Ma è anche abissi, vortici paurosi, gorghi.

Foto di Guido Laudani

E l’amore cos’è per Ellida? E cos’è lo Straniero, che potrebbe “riconsegnarla” al mare?

Ellida, che ha conosciuto l’amore passionale e si è adattata all’amore mite, in fondo ci dice che esistono tante forme di amore, e che ognuna di loro è degna di esistere.
Lo Straniero rappresenta l’idea della libertà, la possibilità di fuga e di ritorno a una vita piena e avventurosa. È la passione che ha travolto Ellida in gioventù. È l’amore assoluto, che tutti almeno una volta nella vita abbiamo incontrato: quello che fa tremare i polsi, che dà la sensazione meravigliosa di essere completati dall’altro e che fa nascere il desiderio di voler stare con quella persona per sempre.
È lui l’uomo del destino di Ellida, quello a cui sente di dover appartenere. Ma, come tutte le cose più belle, anche lo Straniero chiede di essere atteso. L’attesa può essere logorante. Nel caso di Ellida lo è stata. In fondo anche l’addio a questo fantasma del passato è amore: forse la distanza è per loro l’unico modo di stare insieme, nonostante tutto e per sempre.

Nell’opera di Ibsen, sotto la superficie naturalistica, ci sono una grande visionarietà, una forte tensione simbolica e un intenso senso del mistero.
Come è risolto tutto questo nello spettacolo?

Sì, con La donna del mare Ibsen si muove veramente oltre il naturalismo. Nel nostro spettacolo la dimensione simbolica non è risolta con elementi di scenografia, bensì passa attraverso l’interiorità degli attori, e quindi attraverso le attese e i silenzi, attraverso gli sguardi che ci scambiamo, attraverso la negazione di un sorriso, un fremito, l’attesa di una risposta, il non detto. Il fatto di recitare al Teatro Di Documenti, uno spazio ad arena con il pubblico a distanza ravvicinata, consentirà, a chi vorrà esserci, di cogliere appieno i tanti pensieri repressi, il simbolismo e il sublime lirismo di questo Ibsen.

Foto di Guido Laudani

A noi donne di oggi, cosa dice la “donna del mare”?

Che ci vuole un coraggio infinito come il mare. Non solo per rivendicare la libertà di fare delle scelte, ma anche per andare fino in fondo a quello che si è scelto di fare, nel momento in cui la libertà ci viene accordata.

Foto di Guido Laudani
Condividi facilmente: