Sono due donne in viaggio verso l’Ade, le protagoniste della sessantunesima edizione degli spettacoli classici nel Teatro Greco di Siracusa: la misteriosa Alcesti di Euripide, che si offre di morire al posto del suo sposo, e l’Antigone sofoclea che, per dare una pietosa sepoltura al fratello Polinice, accetta di spegnere la sua stessa vita prima del tempo.
Come è noto, l’INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antico) annuncia la combinazione tra titoli e registi un anno prima. Sapevamo quindi da tempo che Robert Carsen avrebbe concluso quest’anno la sua indagine scenica sul ciclo dei Labdacidi iniziata con una folgorante messa in scena dell’Edipo Re (2022), che resta tuttora uno dei vertici del teatro contemporaneo su materiali tragici.
Per Filippo Dini si trattava, invece di un debutto assoluto come regista a Siracusa. Nel 2015 aveva frequentato il palcoscenico del Teatro Greco come attore, interpretando il ruolo di Giasone nella Medea firmata da Paolo Magelli. Ma, dal momento che sembra quasi automatico che i direttori dei teatri nazionali debbano, a un certo punto, fare il loro ingresso trionfale all’Inda, era arrivato il momento anche per Dini (che dal 2023 dirige lo Stabile del Veneto).
Sarebbe però ora di smontare questi passaggi obbligati, acritici. Non è scontato, infatti, che un regista di talento e indubbia professionalità come Dini debba necessariamente misurarsi con la tragedia greca in uno spazio intimorente come quello di Siracusa. L’impresa era impervia già sulla carta. Considerando che l’altro regista con cui, inevitabilmente il pubblico avrebbe dovuto compararlo, era Robert Carsen. Tutto questo per dire che era quasi inevitabile che Filippo Dini (che abbiamo apprezzato immensamente quando si è misurato con Cocteau, e difeso con convinzione anche quando le scelte pop del suo recente Gabbiano sono sembrate irrituali ai più), potesse scivolare e farsi male.

Il giorno dopo il suo controverso debutto, si si è sentito dire che l’Alcesti è opera impossibile, che tutti i più grandi registi cadono sul testo euripideo, tragedia a lieto fine con diversi registri al suo interno. Se questo fosse vero, bisognerebbe smettere di sorteggiarla. La verità è che Alcesti è una tragedia magnifica, che già in lettura avvince e sconcerta. Fin dalle prime battute, si insiste sull’oscillazione tra una dimensione e l’altra. “Potete dire ugualmente che è viva e che è morta” dice l’Ancella (bravissima Sandra Toffolatti) di Alcesti.

Questa ambiguità di stato (si è in questo mondo o nell’altro?) viene mantenuta fino alla fine, fin quando Eracle (qui rappresentato come un veneto smargiasso e gaudente che gira in bici: Denis Fasolo), per riconoscenza nei confronti di Admeto (Aldo Ottobrino, attore eccellente qui costretto ad urlare come un invasato) che lo ha accolto in casa nonostante il lutto, si spinge fin nell’Ade per riportare Alcesti in vita.
Nel dettaglio, ci sono molte cose interessanti: l’apparizione di Thanatos, per esempio, come esattore della morte, uno di quei tipi levantini che ricordano il divo Andreotti (Luigi Bignone). Oppure la mossa interpretazione dello stesso Dini nei panni di Ferete, il padre di Admeto. Magnifiche le musiche di Paolo Fresu, che suona dal vivo generando l’unico vero momento di assorto silenzio.

Per il resto, lo spettacolo eccede in eccentricità slegate le une dalle altre, come se l’opera si sfrangiasse in mille rivoli fatti di “trovate”, dove la caratterizzazione (dialettale in qualche caso) prende il posto dell’interpretazione. Idealmente, la scelta di affidare all’attrice turca Deniz Ozdogan il ruolo della protagonista poteva avere il suo senso (spingere la componente “straniera” della donna sacrificata), ma la partitura scenica che le viene riservata – con tanto di flebo e singulti da film horror – pone l’attrice in una condizione di sovraeccitazione perenne, impedendo di fatto ogni sfumatura recitativa (molto meglio i momenti in cui canta). La colpa non è di Euripide. Alcesti è un’opera-sogno, un mistero eleusino che vive in dimensione sospesa. La sua natura anfibia – di tragedia a lieto fine – non autorizza a deviare verso scelte grottesche, che nascono da un pregiudizio sui personaggi, giudicati forse troppo “ridicoli” per la nostra sensibilità. Senza pensare che è la nostra presunta sensibilità di contemporanei a risultare, alla fine, ridicola.

C’è poi un’altra donna che sceglie di incamminarsi verso l’Ade: è Antigone, che Robert Carsen ha disegnato sulla scena usando gli stessi fertili semi disseminati lungo il cammino: analisi implacabile del testo, poetica dell’ascolto come metodo di lavoro, direzione d’attore in senso musicale, che guarda sia alla partitura recitativa che al rigore dei movimenti, in accordo con il respiro solenne dell’opera.

Come è noto, all’interno del repertorio tragico, il conflitto rappresentato dall’Antigone di Sofocle è quello che, più di tutti, ha alimentato riscritture, variazioni, interpretazioni, mantenendo saldo il suo nucleo dialettico: le ragioni della pietà sororale contro le leggi inflessibili di un potere che non ammette deroghe. Eppure, nel testo sofocleo c’è molto di più di questo. Riascoltarlo, nel tempo rituale che si genera ogni anno al Teatro Greco di Siracusa, ci ha permesso di toccare corde che da tempo non risuonavano più, addomesticate da letture troppo personalistiche e sminuenti.
Grazie al lavoro cristallino e sinfonico di Robert Carsen, che con Antigone chiude la sua trilogia sul ciclo dei Labdacidi (dopo Edipo Re e Edipo a Colono), la magnificenza dell’opera sofoclea si dispiega in un tempo altro, remoto, che poco ha a che fare con i dibattiti contemporanei, con l’opinionismo di questo secolo ancor più breve del Novecento. Quindi basta andare in giro dicendo che Antigone è attuale. Ovviamente lo è. Ma non è questo il punto. Il punto è che lo strazio di Antigone (una intensa Camilla Semino Favro) riapre la ferita sanguinante di Edipo, il padre-fratello che pietosamente aveva accompagnato a Colono, perché trovasse pace nella morte. Una pace che Polinice, l’altro figlio-fratello di Edipo morto nel combattimento con Eteocle (il fratello benvoluto in patria, l’eroe che combatte dalla parte “giusta”), non ha potuto trovare.

La cecità di Edipo si replica allora nella cecità di Creonte (un misuratissimo e assorto Paolo Mazzarelli) che, per troppo amore del comando, finirà con il causare la fine della sua stessa casa. Il tiranno assisterà alla veloce distruzione di tutto ciò che amava. E sarà fatale piangere anche per la sua sorte. Ascoltando con attenzione il dialogo tra Creonte e Tiresia (un ispirato Graziano Germano Piazza), si nota la corrispondenza simmetrica con un altro straziante dialogo, quello che Edipo aveva avuto con l’indovino nell’Oidípūs týrannos. Grazie all’impresa epica di Carsen, tutto sembra, insomma, infinitamente più chiaro. È come se l’intera vicenda dei Labdacidi si dipanasse davanti ai nostri occhi, in un lungo piano-sequenza che ha per tema “la distruzione dell’uomo per sua stessa mano”.

Dalla prima opera all’ultima, sopravvive anche l’imponente scala che lo scenografo Radu Boruzescu aveva creato già nell’Edipo Re: macchina scenica per i passi trionfali e le pietose cadute dei protagonisti, ma anche specchio per chi guarda, dai gradini dell’anfiteatro. Non solo i protagonisti, ma ogni coreuta, e alla fine ogni singolo spettatore, trova il suo posto in questa rappresentazione che non esitiamo a definire sacra. Pietà e terrore tornano, aristotelicamente, a tessere la loro tela, creando un afflato mistico tra palcoscenico e platea che perdura anche dopo l’applauso.