Da poco arrivata a Parigi, ero stordita dalla bellezza di una città in cui da sempre avevo sognato di vivere. Il martedì frequentavo il cineforum della mia università: l’École Normale Supérieure. Quella sera tutti attendevano con trepidazione un evento importante. Non si parlava d’altro da giorni. Sarebbe arrivata una regista di cui ignoravo il nome e l’aspetto. Sarà per questo che quando la vidi varcare la soglia dell’aula la mia sorpresa fu ancora più grande. Non ero preparata. Con il suo caschetto a scodella, che solo dopo avrei scoperto essere la sua firma da sempre, si fece avanti con la grazia e la leggerezza di una ventenne. Eppure stava per compiere novant’anni.
Ci preparavamo alla proiezione de Le Bonheur, il suo primo lungometraggio a colori. E i colori ci travolsero, proprio come accade davanti a un quadro impressionista. Mi ci volle poco – bastò ascoltarla parlare per qualche minuto – per capire che Agnès Varda era un mito assoluto. E da quel momento non la lasciai più, inseguendo il suo lavoro e cercando di recuperare tutto quello che mi ero persa.
Così, quando ho scoperto che Villa Medici le aveva dedicato una mostra, Agnès Varda. Qui e là, tra Parigi e Roma, sono corsa a visitarla, come si corre verso una fontana quando si ha sete. Perché la creatività della Varda è questo: una fonte inesauribile a cui attingere sempre.

Entriamo nel suo universo partendo dal suo primo grande amore: la fotografia.
È attraverso quest’arte che si forma il suo sguardo, prende vita il suo modo di osservare il mondo da una prospettiva sempre vivace e pronta a continue trasformazioni. La vediamo intenta a sviluppare rullini nella camera oscura, nel pieno di un inizio che conteneva già tutta la passione e la dedizione che avrebbe animato il suo lavoro di lì in poi. Osserviamo da vicino i primi risultati, i provini a contatto, gli autoritratti, le stampe in bianco e nero, per poi spostarci in un luogo che segnò un passaggio decisivo nella sua vita: il trasferimento a Rue Daguerre 86, un nome che sembra contenere già un destino. Proprio qui, nel quartiere di Montparnasse, i genitori nel gennaio del 1951 le comprano due negozi separati da un cortile al centro. Uno dei due, un tempo un laboratorio di cornici, diventa il suo studio fotografico. Uno spazio in cui creare ma anche da cui osservare ciò che le sta intorno. E così i volti dei vicini diventano in quegli anni presenze sempre più ricorrenti nei suoi scatti.
Allo stesso periodo risalgono i Drôles de gueles, una serie di fotografie di sedie sgangherate in cui la Varda riesce a intravedere dei visi o delle espressioni buffe. Sintomo della sua natura giocosa e ironica, che le permette, proprio come nell’infanzia, di inventare e scorgere dei mondi lì dove gli altri vedono semplicemente un oggetto ordinario. Per la Varda, proprio come i bambini che giocano per ore da soli senza mai stancarsi, sembra impossibile annoiarsi. Anzi, si ha l’impressione che non le basti il tempo per poter mettere in pratica tutte le cose che il suo spirito creativo la spinge a fare.
Ci lasciamo alle spalle il cortile di Rue Daguerre e ci immergiamo nei ritratti che la Varda ha dedicato ai grandi artisti dell’epoca. Colpisce quello di Fellini, che lei sceglie di fotografare tra le macerie di alcune fortificazioni di Parigi. Nella scelta è chiara la sua impronta, il modo di trasformare sempre la realtà, perché è questo che fanno gli artisti, per citare le parole della stessa Varda.

In quella che è stata a tutti gli effetti un’evoluzione naturale, la Varda comincia con il tempo a dedicarsi al cinema, che accanto alla fotografia diventa l’altra sua grande passione. E le due arti si contagiano, i linguaggi si mescolano, dando vita ad opere cinematografiche segnate da uno sguardo e un’originalità che diventeranno il suo tratto distintivo. Come lei stessa racconta in una retrospettiva del suo lavoro di artista, Varda by Agnès, l’ispirazione è il motivo per cui si fa un film: le motivazioni, le idee e gli eventi che scatenano il desiderio. La creazione è il modo in cui si realizza: la scelta dei mezzi e della struttura. La terza parola è condivisione: i film non sono fatti per essere guardati da soli, ma per mostrarli agli altri. Varda è profondamente cosciente del processo creativo che accompagna il proprio lavoro.
La sua originalità va ricercata nella totale libertà di sperimentazione, nel modo unico in cui intreccia la finzione al documentario. Ne è un esempio Cléo de 5 à 7, il suo secondo film e il primo di una lunga serie in cui le donne sono le protagoniste assolute della scena. Non avendo a disposizione un grande budget per realizzarlo, Varda scelse di girarlo a Parigi in una sola giornata. Ma, una volta iniziate le riprese, l’idea si fece ancora più radicale: concentrare tutto il tempo del film in sole due ore.
La centralità assegnata alle figure femminili trova la sua massima espressione nel film L’Une chante l’autre pas (1977), che racconta la storia di due amiche molto diverse che si ritrovano dopo dieci anni ad una manifestazione per la legalizzazione dell’aborto in Francia. Sempre nel 1977, a Varda venne chiesto da una rivista femminista di girare sette minuti sul tema “Che cos’è essere una donna?”. Il risultato di quel lavoro è Réponse de femmes, in cui undici donne, nude in alcune scene, rispondono a questa domanda. Mostrare il corpo nudo per Varda ha un significato preciso. Ciò che le interessa non è tanto parlare della condizione femminile quanto scoprire la donna fisicamente, analizzando come reagisce a ciò che la società occidentale chiede al suo corpo. Una richiesta quasi schizofrenica: “Copriti, sii pudica” e allo stesso tempo “Mostra le gambe per vendere collant”.
L’ultima sezione della mostra è dedicata alla collaborazione con l’artista JR: insieme hanno realizzato il documentario Visages Villages, nel quale i due artisti attraversano a bordo di un camion borghi e campagne, fotografando la gente del posto e stampando delle gigantografie che ricoprono le facciate dei muri rendendo così celebri persone ordinarie.
Attraverso il sodalizio con JR in Visages Villages, la Varda chiude idealmente il cerchio del suo percorso: lo sguardo torna alla strada, alla gente comune, alla fotografia monumentale che esce dai musei per farsi vita quotidiana.
Emerge anche qui l’immagine di un’artista che non ha mai smesso di “giocare” con la realtà, di rovesciare l’ordinario, e di riuscire ad intravedere ancora un volto in una sedia.

Agnès Varda. Qui e là, tra Parigi e Roma
a cura di Anne de Mondenard e Carole Sandrin
con la collaborazione di Rosalie Varda
partners Paris Musées, Musée Carnavalet – Histoire de Paris, Institut pour la photographie, Ciné-Tamaris.
Villa Medici, Roma, fino al 25 maggio 2026.
Per tutte le informazioni sulla mostra si rimanda al sito: https://villamedici.it/it/