Di cosa è fatta la materia teatrale? Cosa può “darsi” e “non darsi” a teatro? Cosa è drammatico?
È un minuscolo avvenimento la morte di un cane rispetto alle grandi tragedie del mondo, quasi imbarazzante pur se legittimo, esplicitarne il dolore. Sicuramente è coraggioso farne l’architettura di uno spettacolo, come è accaduto in Diario di Lina spettacolo presentato al Teatro Argot di Roma dalla compagnia Teatrodilina dal 12 al 15 marzo scorso.
Nel piccolo spazio teatrale, due figure smarrite, quasi accennate dagli attori Anna Bellato e Francesco Colella, si muovono in una planimetria essenziale, fatta di fili di neon sul pavimento e fiori bianchi, tutti uguali, a suggerire il perimetro di una casa, di un giardino o di un luogo della memoria. La scena è in bianco e nero, o quasi. Lo spazio è nella sua semplicità, protetto e accogliente. L’assenza del cane amato è il dispositivo drammaturgico. La coppia cerca di ritrovare il senso della relazione, che sembra smarrita dopo la morte del proprio animale domestico. Lina la cagnetta, come un hard disk, una scatola nera – dicono gli attori in scena – era la custode della loro storia.
Lo spettacolo propone una riflessione garbata ma non indulgente sulla caducità dei sentimenti e della vita, giocando sulle esperienze, inevitabilmente intrecciate, di assenza e di persistenza. Il vuoto è declinato in molti modi e mondi del quotidiano: dal vuoto materiale della fame di uno dei protagonisti, al vuoto lasciato dalla morte del cane, al vuoto che si è insinuato nella relazione. Lasciare andare, imparare a fare a meno del conforto di un legame, di un animale o di un amore, è anche un terremoto dell’identità.

Teatrodilina propone un teatro di testo, ma non di terraferma. Le parole sono tracce, non ti ci puoi affidare, le segui per andare altrove. Come spettatore ti trovi a naufragare in acque alte, in un mare di nessuno e di tutti, che declina fragilità umane, dove non si ha appigli. Non ci si arriva, in alto mare, precipitosamente. Lagi e i suoi attori sanno come condurre e invitare a restare, costruiscono un rituale di intimità collettiva insieme al pubblico. Calibrando ironia e disperazione, in un iperrealismo poetico, espongono dolore misto a reazioni paradossali – l’imitazione del cane che balla il tip-tap – e frammenti di quotidiano: la pallina da tennis con cui Lina giocava, oppure i suoi peli, che si trovano ancora ovunque nella casa come negli abiti, che non si riescono ad eliminare e che sono quanto resta di lei.
Il climax, se di climax si può parlare, è affidato ad un’azione molto semplice: da due box speculari gli attori traggono ciascuno una spazzola, per ripulire dai peli di Lina gli abiti dell’altro. Un tentativo di salutarsi, un bisogno di alleggerire l’anima togliendo i resti materiali del loro cane, ma anche ciò che resta di un dialogo di corpi che si sono amati.

Questa costruzione di strutture minime si sostiene grazie alla bravura ed esperienza degli attori, al coraggio del regista. L’impalcatura delle azioni, degli sguardi, dei silenzi sono solide, il lavoro minuzioso sul testo è assimilato e levigato dagli interpreti con grande maturità e sobrietà.
Come per un pane fatto con farina di buon grano, non è essenziale conoscere gli ingredienti per gustarne il sapore. Ma non si può ignorare un dettaglio di questo esperimento teatrale e cioè la pratica di prossimità, umana e artistica, consolidata negli anni fra tutti i componenti del Teatrodilina: Francesco Lagi, Anna Bellato, Francesco Colella, Leonardo Maddalena e altri attori che lavorano con la compagnia. Scorrono fra loro fili diversi intrecciati da decenni, legami di amicizia, di amore e di famiglia, condivisione di esistenze o di parti di esse, oltre che naturalmente di sensibilità estetiche. Il sapore dunque, il senso, sta nella scelta di un lungo dialogo approfondito nel tempo con gli stessi artisti, da un esperimento all’altro. Il senso del gruppo è come un grano antico, difficile oggi da coltivare: deve necessariamente confrontarsi con terreni nuovi, con stagioni che hanno cambiato logiche e ritmi, sviluppare strategie di resistenza. Ma quando attecchisce il teatro è più buono, più ricco.

Diario di Lina nasce da una storia vera, la morte del cane della compagnia. Lo spettacolo è nato due anni fa e ripresentato quest’anno in una versione completamente trasformata. Dopo averlo vissuto come spettatrice, ho voluto guardare il rovescio della tela e intervistare regista e attori, sull’evoluzione dello spettacolo ma anche sul loro percorso insieme.
Com’è nata l’idea dello spettacolo e come si è trasformato negli anni?
FRANCESCO LAGI: alcuni anni fa avremmo dovuto portare all’Argot alcune repliche del nostro spettacolo I signori Lagonia (con Francesco Colella e Giovanni Ludeno). Ma Lina, la mia cagnetta, morì e pensammo allora di fare uno spettacolo su questo. Lo racconto perché credo che riveli qualcosa di come facciamo teatro: Anna, mia moglie, era incinta e due mesi dopo sarebbe nata nostra figlia. Lo spettacolo in origine parlava di una cagnetta morta e di una donna che stava per partorire. Aveva un altro senso, era un testo piccolo – come quello attuale – che trattava di questi due fenomeni della vita: la nascita e la morte. Dopo alcuni anni, ho avuto voglia di riprenderlo. C’era qualcosa che mi piaceva. Ovviamente Anna non era più incinta. Leonardo Maddalena, il terzo attore, era impegnato in un’altra città e io avevo solo due attori. Sono andato allora in un’altra direzione.
ANNA BELLATO: tendiamo a raccontare quello che più o meno stiamo anche attraversando, sia che si tratti di piccoli incidenti sia di eventi importanti. Nella prima versione – ero incinta della seconda figlia – avevamo messo in scena la storia di una compagnia di teatranti, quali siamo, alle prese con la perdita della loro cagnetta. Quest’ultima, faceva realmente parte del nostro teatro, a cui ha dato il nome, e ha fatto anche parte di vari spettacoli. La storia ora è diventata quella di una coppia e di un amore che in qualche modo sta morendo, com’è morto la cagnolina.
FRANCESCO COLELLA: non volevo riprendere lo spettacolo nella forma di allora, quando facemmo le serate in memoria di Lina. Lavorandoci poi, abbiamo scoperto che la storia agiva su diversi piani, pur nella sua limpidezza e semplicità. Parole, silenzi, sguardi, cose che avvengono e che io posso scambiare con un’attrice come Anna e che Francesco come regista può osservare da fuori e nello stesso tempo nutrire. La nostra prima all’Argot per noi è stata un’incognita. Mentre facevamo le prove, non sapevamo ancora che cosa sarebbe stato. Dopo la prima ci siamo fatti delle domande, abbiamo riprovato il pomeriggio successivo (proviamo tutti gli spettacoli prima di andare in scena). Con le repliche piano piano siamo cresciuti. Sentivamo che ci aprivamo ad abbracciare il pubblico e che il pubblico ci abbracciava. Che cos’è Lina per il mondo? Niente. Un dettaglio. Una cosa piccola del mondo, ma che è fondamentale per noi. Non è soltanto una cagnetta, è anche una specie di scoperta della nostra anima che magari abbiamo messo in un angolo. A volte la grazia si nasconde nelle cose più piccole. La luce più potente è quella che passa dalle fessure dell’esistenza non quella diretta. Questo ti mette in discussione come persona. Di solito gli spettacoli che mi capita di fare con Teatrodilina sono un po’ trasformativi.
F. LAGI: son successe tante cose in questi quattro giorni all’Argot, è stata un’esperienza di crescita. Questo spettacolo è ambizioso e bislacco insieme: non ha una trama, se ci fai caso non ha neanche personaggi. Lo abbiamo fatto apposta, consapevolmente. Abbiamo in un certo senso abbassato la rete a cui un attore si può aggrappare quando è in scena. Quando ci sono pochi fatti da raccontare per l’attore è più difficile. È stata una bella scoperta capire che questo lavoro fosse arrivato al pubblico. Perché non lo sai mai prima di proporlo. Mi accade ogni volta che inizio uno spettacolo: non so mai se quello che per me ha un vago senso possa averne anche per il pubblico. Quindi per me è sempre un salto nel vuoto. Per Diario di Lina, dopo questi pochi giorni, è stato chiaro a tutta la compagnia che il nostro lavoro stava in piedi, aveva un senso anche per gli altri. Abbiamo visto nascere uno spettacolo che forse ci accompagnerà per i prossimi dieci anni o forse no, ma abbiamo un nuovo nato.

Tutti voi lavorate anche nel cinema. Come conciliate i due mondi, riuscite a mettere in comunicazione i due linguaggi?
F. LAGI: io cerco sempre, sia nel cinema che nel teatro (mi azzardo a dire persino nelle serie televisive, anche se è un contesto più arduo) di fare cose che mi interessano, che mi riguardano, che scrivo io. Ovviamente cambiano i contesti, cambiano i riferimenti, il livello di libertà creativa, il numero di filtri. Cambia anche banalmente la quantità di denaro investito. Però in ogni ambito cerco sempre di metterci del mio e di restare dentro i miei bisogni, alle storie che mi riguardano, che mi piace raccontare. A volte è più facile, a volte meno. Il teatro è la forma di racconto più intima, ma anche la più immediata. Voglio dire: io lavoro in teatro sempre con gli stessi attori. Mi sono tutti familiari e riesco a scrivere, a mettere in scena pensando a loro. Quindi le cose che scrivo sono molto simili a quello che vedrà il pubblico. In altri ambiti ci sono processi più lunghi, mediati, complessi.
F. COLELLA: al cinema di solito sei scelto oppure puoi scegliere di fare delle cose ma è una dimensione lavorativa diversa. Qui noi ci siamo scelti reciprocamente, è un gioco che vogliamo condividere assieme. Il Teatrodilina mi dà un’identità artistica, mi aiuta anche a fare meglio il cinema, senza mi sentirei un attore frammentato. Insomma, è un luogo sia dell’anima che fisico. Mi sembra che tutto quanto negli anni a un certo punto lieviti naturalmente: c’è la condivisione di un linguaggio che non ha a che fare soltanto con una ricerca sul campo o con gli esperimenti che facciamo sulla scena. La vita in qualche modo, attraverso la scrittura di Francesco, viene traghettata dentro il teatro e diventa storia, quel qualcosa in cui noi ci rispecchiamo, raccontando dei personaggi.
A. BELLATO: il fatto di essere una compagnia che si ritrova periodicamente, avendo ciascuno delle esperienze in autonomia, ci fa portare anche sul lavoro stimoli diversi, cose nuove. Ci sono poi dei momenti magici in cui questi ambiti si uniscono: nel 2019 Lagi ha realizzato un documentario su un altro spettacolo con Francesco Colella, Zigulì, tratto da un libro omonimo di Massimiliano Verga che parlava di un rapporto fra un padre e il figlio con una forte forma di disabilità.
Nel 2020, poi, abbiamo realizzato un film dal titolo Quasi Natale tratto dallo spettacolo omonimo. Il film era diretto da Lagi e lavorava sul testo teatrale con gli stessi attori. Quest’anno è in uscita, il 26 marzo, la sua regia Il Dio dell’Amore, e siamo tutti, insieme ad altri attori, nel cast.

Come nasce un vostro spettacolo, come lavorate insieme?
A. BELLATO: ci ritroviamo spesso insieme nella volontà di fare uno spettacolo. Francesco (Lagi) arriva con un testo e noi lavoriamo con la memoria in maniera direi feroce, cercando un effetto di freschezza e di naturalezza, come se il dialogo fosse quasi improvvisato, ma il nostro testo in scena è in realtà blindatissimo. Certo può esserci l’incidente che ti apre ad una piccola improvvisazione, ma si parte sempre da un testo. La memoria, infatti, è il nostro “riscaldamento”, ci esercitiamo anche prima di andare in scena. Sono spettacoli molto difficili da sintetizzare e raccontare, perché non accade quasi nulla, attraverso conversazioni quotidiane, si muove una forma di sottotesto, di racconto parallelo. La delicatezza, in questo senso è una cifra di Lagi da sempre, anche il suo muoversi su un crinale non netto fra ironia e malinconia, dove si piange un po’ si ride e viceversa.
F. COLELLA: i nostri spettacoli sono apparentemente fragili, esili. Non giocano di trama, né di grandi eventi o di grandi eccitazioni. Giocano, piuttosto, su quelle intercapedini di tempo del quotidiano che di solito non vengono illuminate. Fare teatro è una maniera per vederci, stare bene, elaborare le cose che ci succedono nella vita e che a volte diventano temi su cui lavorare. Il tempo che ci prendiamo per stare insieme e provare non è soltanto quello dell’amicizia, piuttosto è un tempo per coltivare un’arte, una nostra poetica nostra.
Come è cresciuto il vostro lavoro nel tempo?
F. LAGI: il nostro lavoro sul teatro negli anni è stato un percorso più verticale che orizzontale. Siamo diventati più bravi ma non ci siamo espansi, nel senso di spazi, di produzione. Abbiamo realizzato diversi spettacoli, tutti molto piccoli ma con una vita lunga. Questo a me sembra un piccolo successo. Perché nonostante la fatica e con le difficoltà inevitabili del fare teatro, sono spettacoli che ormai hanno dieci anni. Non si mettono in scena sempre, ma non muoiono. Questo è il nostro piccolo successo.
Diario di Lina
con Anna Bellato e Francesco Colella
disegno suono Giuseppe D’Amato
disegno luci Gianluca Di Meo
scenografia Francesca Bottaro
regista aiutante Leonardo Maddalena
scritto e diretto da Francesco Lagi
uno spettacolo di Teatrodilina
produzione Compagnia Lombardi-Tiezzi.
Teatro Argot Studio, Roma, dal 12 al 15 marzo 2026.