Per raccontare le contraddizioni dell’oggi, Marco Martinelli guarda al Seicento. Al secolo che nasconde, sotto la pienezza tonda e ridondante del suo linguaggio artistico, la paura umanissima del vuoto. Il secolo inaugurato da Amleto; dalla solitudine sconfinata dell’eroe moderno. Il secolo di Galileo, della Controriforma, della Guerra dei Trent’anni, delle epidemie diffuse. Il secolo del Barocco; delle angosce più cupe rovesciate in forme, immagini, parole votate a suscitare “maraviglia”.
E proprio dentro le pieghe tortuose della geniale creatività di Gian Lorenzo Bernini, il drammaturgo e regista delle Albe ritrova i segni vitali di quel rapporto tra arte e potere che attraversa la nostra civiltà culturale da sempre. Lettere a Bernini si intitola, infatti, l’intenso monologo (lo pubblica Einaudi nella collana Collezione di Teatro) che, debuttato alla fine del 2024 e già visto in numerose piazze italiane, è stato in cartellone al Vascello di Roma nelle scorse settimane, prima di riprendere la sua lunga tournée.
Sala piena ogni sera e calorosi consensi di pubblico hanno accolto le repliche capitoline di un lavoro legato alla Città Eterna in modo fisiologico, non solo perché qui si ambientano i fatti, condensati in una sola giornata del 1667, ma anche e soprattutto perché è nel cuore della Roma barocca progettata e realizzata da Bernini e dal suo rivale Francesco Borromini che trova radice la natura, essa stessa barocca, di questa scrittura così varia, così musicale, così in bilico tra lingue, stili e passaggi emotivi diversi, dove luci e ombre, animosità e pacatezza, genio e malinconia si fondono e con-fondono a partire sin dall’incipit.

L’ottimo Marco Cacciola/Bernini entra in scena con energica naturalezza: è un narratore che, raccontando dell’artista, ne assume l’eloquio partenopeo e la furia passionale, ma potrebbe essere anche lo stesso Bernini che si sdoppia, come in un sogno, e parla di sé in terza persona. Narrazione e immedesimazione di alternano, infatti, senza soluzione di continuità.
Nel suo atelier ancora in penombra, arredato con un lungo tavolo centrale, una forma di marmo pronta ad essere scolpita e tre grandi bauli che serviranno da schermo, l’attore/artista si mostra come il padrone di Roma: uno spirito impetuoso ed egocentrico che si dibatte tra il livore per il pagamento di una maestranza femminile, i preparativi per la messinscena de Il Coviello, ricordi e aneddoti legati alle committenze pregevoli di papi e re. E poi ecco le invettive contro quel “Borromino mezzo svizzero”, nevrotico, taciturno, scorbutico e fin troppo sperimentatore che, proprio il 3 agosto del 1667, morirà suicida.
La notizia giunge al grande scultore e architetto alla fine della pièce e ha l’effetto di una capriola drammaturgica che cambia radicalmente le carte in tavola: gli riappacifica l’animo, ricuce la trama sfilacciata di due destini così diversi, riporta Bernini stesso alla fragilità dell’essere artista e dell’essere umano. E anche lui, abile frequentatore di corti e potenti, vacilla sotto il dolore di una perdita che lo costringe a farsi domande cruciali sul proprio ruolo, come ben esemplifica uno dei passaggi più toccanti del monologo: «Ho fatto ho fatto ho fatto…e poi? / E anche il longobardo/ Ha fatto ha fatto ha fatto…e poi? / Ha cacato sangue pure lui…e poi? / E tutti gli altri / La schiera di tutti quelli che/ Han fatto han fatto han fatto…e poi? / Abbiamo tutti sgominato su questa terra / ci siamo accoltellati /Per un lavoro / Per una lode / Per una commissione in più …e poi?».
E poi? La domanda attraversa i secoli e arriva fino al nostro sconquassato Terzo Millennio. Non a caso, il disegno registico insiste molto su elementi di forte attualizzazione, capaci di ridurre la distanza tra noi e quel secolo così fragile e, tanto più, tra le derive dittatoriali del Novecento e i retroscena propagandistici del Barocco. Ne abbiamo parlato con lo stesso Martinelli.
Finalmente Lettere a Bernini, un tuo lavoro debuttato alla fine del 2024 e accolto da grande successo ovunque, è stato visto a Roma, tappa imprescindibile visti l’argomento e il personaggio che porti in scena. Come nasce l’idea di questo monologo?
Praticamente è nato, dieci anni fa, entrando a San Carlino (San Carlo alle Quattro Fontane, N.d.R) di Borromini. Ermanna ed io eravamo in vacanza a Roma (era la Pasqua del 2015) e quando siamo entrati in questa chiesa straordinaria, ne siamo rimasti folgorati. Il primo pensiero è stato, infatti, quello di scrivere un monologo proprio su Borromini. Poi invece il rivale, il vampiro, come lo chiamo io, si è fatto pian piano sotto; allora ho cambiato idea e sono passato a immaginare un dialogo tra i due. Ma anche quella soluzione non funzionava. Finché questo istrione, che era un uomo di teatro e di spettacolo sia sulla scena, come appunto ho provato a raccontare, sia nella vita privata, ha preso decisamente il sopravvento. Il suo atelier era un teatro; lui, quando scolpiva, dialogava con i cardinali, gli ambasciatori, gli allievi. Insomma, era barocco anche in quel gusto di mostrarsi, di avere lo sguardo degli altri addosso. E dunque, alla fine, è venuto in modo naturale che, parlando del mio testo, Bernini si sia preso il palcoscenico solo per sé. Tuttavia ho voluto che la giornata in cui si scandisce la materia del monologo, quella giornata che Bernini trascorre nel suo atelier fosse proprio il 3 agosto del 1667, la data del suicidio e della morte di Francesco Borromini.

Nella tua drammaturgia si fa abbondantemente riferimento a fatti e personaggi reali. Hai lavorato anche su documenti storici originali?
Ho fatto molte ricerche storiche ovviamente e studiato diversi documenti molto affascinanti. Ad esempio, la vicenda che fa partire la giornata, la storia cioè dell’intagliatrice di lapislazzuli Francesca Bresciani alla quale Bernini non vuole corrispondere il compenso richiesto, è tutta documentata, non è una mia invenzione. Così come è vera la furia del grande artista. Lui era veramente il dittatore della Roma barocca e il fatto che un’intagliatrice, per di più una donna, fosse così fiera e resistente, lo fece davvero inferocire. Provò a dissuaderla promettendole lavori futuri. Lei, invece, non si arrese, chiese l’intercessione di svariati cardinali e alla fine Bernini dovette cedere: le diede il dovuto e addirittura qualche anno dopo la richiamò per un altro intervento. Era un uomo di grande collera ma anche capace di estrema diplomazia. D’altra parte, non sarebbe sopravvissuto nell’ambiente dove lavorava se non fosse stato diplomatico e affabile con chi contava. Sapeva muoversi con disinvoltura e scaltrezza nei salotti dei papi, dei potenti.
E anche in questo era molto diverso da Borromini. All’interno del testo, il confronto tra i due, per quanto declinato secondo la prospettiva di Bernini, funziona proprio perché pone i due grandi architetti in costante dialettica. Che idea ti sei fatto di Borromini?
Borromini, come è noto, era molto diverso da Bernini, direi antitetico. Innanzitutto, veniva dal Canton Ticino, era cresciuto in un ambiente molto meno stimolante rispetto a quello in cui si era formato il suo “rivale”; aveva un carattere chiuso, permaloso, e non sapeva proprio trattare con i potenti. Bernini, nel mio lavoro, lo descrive così in diversi passaggi, ma debbo dire che il rapporto tra i due e le differenze di cui parlo sono funzionali al fatto che io volevo approfondire in primo luogo l’aspetto del rapporto tra l’artista e il potere, la creatività e il potere, che è poi un tema sempre attuale, oggi forse più che mai.
Tornando a Borromini, non posso negare che la sua personalità mi abbia affascinato e interessato molto. Nei dieci anni di questo lungo viaggio dentro il mondo dei due maggiori artisti del nostro Barocco, oltre a questo spettacolo, ho messo in cantiere anche un romanzo su Borromini. Romanzo che uscirà prima della fine dell’anno per Ponte Alle Grazie e si intitolerà Pietra acqua sogno (Vita di Francesco Borromini). Dunque, dal mio incontro con San Carlino, sono nate queste due opere: il monologo teatrale per Bernini e il romanzo per Borromini, come fossero una sorta di dittico in cui una parla con l’altra. Aggiungo solo che ho scelto la forma del romanzo perché Borromini è veramente una figura più interiore, meno esposta, meno teatrale e il linguaggio del romanzo mi è sembrato più efficace per raccontare quest’anima.
Tornando al tema del rapporto tra arte e politica, nello spettacolo c’è un momento particolarmente emblematico nel quale vengono proiettate le immagini di un concerto di epoca nazista sui tre bauli posti sul fondo. Perché questa scelta registica?
Sono immagini di un concerto con musiche di Wagner diretto da Wilhelm Furtwängler, il più grande direttore d’orchestra al tempo del Nazismo e uno dei più grandi del Novecento. Stavo cercando delle immagini per i tre video che avevo in mente fin dall’inizio di proiettare su quelle scatole. In un primo momento avevo messo delle immagini di Borromini, di San Carlino, ma rischiavo di cadere nel didascalico. Ci voleva uno scarto. Quando ho cominciato a lavorare sulla scena del teatro, cioè sulle prove che Bernini fa del Coviello con i suoi allievi, ho avviato una serie di ricerche su YouTube e una notte sono saltate fuori queste riprese con alcuni volti di operai nazisti che ascoltano Wagner in religioso silenzio. Mi sono sembrati meravigliosi e al contempo contraddittori, perché stiamo parlando del Nazismo. La contraddizione sta nel fatto che il potere, anche quello più tirannico, fa produrre spesso opere artistiche meravigliose e innovative. Proprio come durante il Barocco. Furono i papi dell’epoca a permettere la trasformazione architettonica di Roma ma lo fecero per fini propagandistici e non dobbiamo mai dimenticare che i papi, in certi periodi storici, mandavano le donne sul rogo e perseguitavano gli ebrei. Il concerto di Wagner sottolinea con incisività questo tema di fondo.

A questo tema centrale si legano poi, nel tuo monologo, molti altri temi, tra cui quello della rivalità tra artisti. Non credi si tratti di una rivalità normale, comprensibile?
In tanti anni di lavoro mi ha spesso attraversato il pensiero di cosa sia la rivalità tra noi artisti. Credo sia una malattia che certe volte facciamo finta di non vedere, di non considerare. Invece appartiene al linguaggio artistico da sempre e fa parte dell’arte come fa parte di ogni ambiente umano. Allora nel mio testo, attraverso Bernini, pongo la domanda: chi è il mio rivale? E alla fine succede che quello che tu hai sempre odiato o sbeffeggiato, proprio lui, apre uno sprazzo di luce nella tua testa, diventa tuo fratello, quello che “ha cacato sangue” proprio come te. Pertanto Bernini si riconosce in Borromini, si riconosce in un percorso comune, perché non si possono scolpire statue come la Santa Teresa o Apollo e Dafne se non si ha un’umanità dentro, al di là delle cattiverie, delle invidie, delle furie. Ecco, alla fine dei conti, gli artisti sono questa cosa qui.
Oggi, cosa significa fare arte ed essere artisti secondo te?
Io sono un borrominiano, un majakovskiano, un don chisciottesco, come ben sanno quanti hanno seguito negli anni e seguono il nostro lavoro. Quindi, nel dipingere Bernini, ho dipinto qualcuno che mi è lontano per tanti aspetti, perché io non ho mai accettato di vendermi, ad esempio per avere grandi commissioni. È stata una scelta e non penso che sia un merito; è semplicemente un modo di essere, fa parte del mio DNA. Certo però, da buon borrominiano e majakovskiano, sento che non si può neanche mettere la questione in termini di purezza da una parte e impurità dall’altra. L’arte è sicuramente qualcosa di più complesso. Io credo che nell’epoca di TikTok e simili, dei follower, dei like e dei social, dove basta veramente fare una pernacchia per avere visualizzazioni, l’arte invece è qualcosa che va in un’altra direzione. È quell’impegnare il proprio corpo, la propria fatica, la propria psiche, i propri sogni dentro l’opera, dentro la creatività, dentro il fare.
Non pensi che nel nostro Paese, ormai da troppo tempo, sia molto difficile, soprattutto per le giovani generazioni, fare gli artisti e vivere del proprio lavoro?
Questa difficoltà oggettivamente c’è. Però anche i tempi di Brecht, di Majakovskji, di tutti i nostri antenati, erano tempi duri e difficili. E grandi artisti sono nati anche in quei periodi storici. Posso dire che la difficoltà che giustamente tu sottolinei è verissima ma io, andando in giro, vedo che qualche ribelle c’è sempre, qualche artista giovane che cerca la sua strada ce la fa a emergere, e questo mi dà molta forza. Vedere i ventenni, i trentenni, che, nonostante tutto, fieramente ancora credono nella loro arte, è bellissimo.
Veniamo allora al “fare” de Le Albe. Lettere a Bernini conclude quest’anno la sua tournée a fine aprile in Svizzera. Quali altri progetti tuoi e di Ermanna ci attendono?
Negli ultimi mesi abbiamo portato Madre in giro per l’Europa e per il mondo. Siamo appena stati in Georgia, prima di partire per un viaggio in Cambogia. Ad ottobre lo presenteremo in Ungheria. Ma prima di allora abbiamo una serie di appuntamenti estivi.
A fine giugno, all’interno del Ravenna Festival, Ermanna sarà in scena per la terza volta con Luş, un suo cavallo di battaglia, su testo del poeta Nevio Spadoni. La prima edizione risale a trent’anni fa ed è uno spettacolo cui teniamo entrambi molto. È qualcosa che Ermanna ha veramente nelle sue viscere perché si tratta di un monologo incentrato sulla figura di Bêlda, la strega guaritrice di un villaggio romagnolo vissuta tra Otto e Novecento, in cui c’è tutto il grande lavoro sulla lingua che Ermanna fa da anni. Tanto più che proprio all’interno di Malagola (la Scuola di vocalità e centro studi internazionale sulla voce diretta da Ermanna Montanari ed Enrico Pitozzi, N.d.R) stiamo mettendo a punto una serie di iniziative molto importanti, tra cui l’apertura degli archivi sonori, prevista sempre in estate. Ci saranno varie stanze di ascolto immersivo e il pubblico potrà andare a sentire contributi di artisti come Meredith Monk, Chiara Guidi, Roberto Latini, Demetrio Stratos, Ermanna stessa. Abbiamo ricevuto del materiale audio da trentacinque artisti diversi, tutti stralci delle loro opere più significative, e dunque si tratta di un’occasione davvero unica e bella.
Una volta alla settimana Malagola si apre al pubblico come se fosse una biblioteca pubblica che condivide e diffonde il suo archivio sonoro.

E invece per quanto riguarda le tue regie?
A fine maggio debutterò a Pompei con cento adolescenti campani, alunne e alunni di cinque licei e istituti tecnici dell’area vesuviana, in un’Antigone che sta prendendo forma proprio in questo periodo. Lo spettacolo nasce all’interno del progetto Sogno di Volare al quale ho aderito nel 2022 su invito del direttore del Parco Archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel. Sono dunque alla mia quinta regia. Abbiamo fatto quattro allestimenti di Aristofane e, quest’anno, per la prima volta affronto un testo tragico con i ragazzi. Credo che nello scontro tra Antigone e il tiranno Creonte ci siano tanti temi attuali e tanti riverberi del mondo che ci circonda. L’eroina sofoclea rappresenta una legge superiore, un bisogno di sacralità e umanità che i giovani sanno capire molto bene. Andremo in scena il 22 e il 24 maggio e poi lo spettacolo verrà qui a Ravenna, al Teatro Alighieri, ma spero di poterlo presentare anche in altre città e in altre piazze.
Marco, tu lavori con gli adolescenti da tanti anni. Basti pensare a progetti come la Non-Scuola o Arrevuoto. La tua esperienza e il tuo sguardo artistico ti portano a pensare che i giovani di oggi abbiano dei bisogni del tutto nuovi? Rispetto alle generazioni passate, noti delle differenze sostanziali? Cosa cercano nel teatro?
È chiaro che avere l’I-Phone che ti assedia dalla mattina alla sera è una realtà che quando ho iniziato la Non-scuola, trent’anni fa, non c’era. Detto questo, però, al fondo io ritrovo la stessa radice di allora, cioè un bisogno vero di essere ascoltati fino in fondo, di essere guardati, di non essere giudicati. Inoltre, dobbiamo ricordarci che trent’anni fa c’erano i Grandi Fratelli, c’era l’esplosione della televisione berlusconiana; oggi ci sono gli I-Phone, ma sentire che la tua carne, il tuo corpicino, la tua psiche, i tuoi sogni sono in dialogo con qualcuno, rappresenta una vera e propria scoperta per loro. E questo vale oggi come valeva in passato. Voglio dire che, attraverso il teatro, i ragazzi scoprono un senso di libertà che è anche sorprendente per loro perché, prima di provarlo, non potevano neanche immaginare che potesse esistere.

Proprio in occasione delle repliche romane di Lettere a Bernini sono state presentati al Palazzo delle Esposizioni i due volumi che, con curatela di Valentina Valentini, Marsilio ha dedicato alla tua drammaturgia. Se volessi chiudere con una riflessione sintetica sull’esperienza complessiva delle Albe in tutti questi anni, cosa diresti?
Guarda, ti risponderei con una frase di Goethe: «Io la mia freccia l’ho tirata, da qualche parte sarà caduta». In fondo mi potrei riallacciare anche al mio “Bernino”; alla fine, dice, «ho fatto, ho fatto, ho fatto» e anche Ermanna ed io abbiamo fatto per decenni. Abbiamo sempre cercato quella luce, la luce di un volto, la luce del mistero dell’essere, di noi che siamo qui su questa terra, che dobbiamo nascere, crescere, morire. Il nostro lavoro si è interrogato sul grande enigma della Vita e ha provato a farlo nella bellezza, nella magia delle parole, delle immagini, dei suoni. Credo che questo sia ciò che accomuna il percorso di chiunque faccia teatro intendendolo come una vocazione. Una vocazione ha in sé sempre qualcosa di monacale, nel senso che è davvero vita e arte insieme, è una lunga preghiera. Ma anche una bella ribellione. Ecco sì, il teatro è preghiera e ribellione insieme: non si scappa.
Un’ultima curiosità: il viaggio in Cambogia che avete fatto di recente è legato a qualche nuovo progetto artistico e produttivo de Le Albe?
Sì, abbiamo una nuova produzione cui stiamo lavorando e che debutterà nell’autunno del 2027, ma non posso dire di più.
