C’è, nelle regie di Giovanni Ortoleva, una cifra riconoscibile che si evince subito dalla scenografia. Delimitare lo spazio e convogliare lo sguardo del pubblico verso un segno dominante, sorta di sineddoche che è concentrazione di senso, perno da cui e attorno a cui si svolge l’azione.
Il desco nella recente Mirra di Vittorio Alfieri, il palco del teatro ne La signora delle camelie, il talamo nuziale ne I Persiani di Eschilo, fresco di debutto genovese, per il cinquantesimo anniversario del Teatro della Tosse.
Una scelta che in questa occasione si è rivelata estremamente funzionale al luogo: il Parco Urbano del Lagaccio, ex caserma Gavoglio, un grande cortile a rischio dispersione sostanzialmente trattato come contenitore inoffensivo.
Ortoleva non è caduto nella trappola del site specific facendo scorrazzare gli attori da un capo all’altro del Parco, non li ha fatti sbucare di sorpresa da una qualche porta o finestra circostante, non li ha fatti sparire e ricomparire annunciati da una voce che non si capisce mai bene da dove arrivi, costringendo lo spettatore a dimenarsi in cerca della fonte, insomma non se n’è approfittato e ha fatto bene. Infatti, ha allestito uno spettacolo che può tranquillamente essere riproposto in un teatro, con benefici certi.
Persino le gesta del combattente sconfitto sono state raccontate da una corsa sul posto, forsennata, ininterrotta, sulla stessa direttiva di sguardo.

Questo il tema della tragedia eschilea, la sola basata su un fatto storico: la sconfitta dell’esercito persiano nella battaglia di Salamina, alla quale partecipò Eschilo stesso nelle fila dei Greci.
Una sconfitta dunque raccontata da un vincitore, con la compassione che sempre si dovrebbe ai vinti.
Non dirò di quanto I Persiani parlino oggi ai nostri cervelli atrofici, di quanto cerchino di risvegliare cuori dissanguati e anestetizzati, ma l’adattamento, essenziale e mirato, a cura del regista, mette proprio l’accento sulla hybris di pochi scontata da molti, sulla tracotanza mai sazia di chi detiene il potere giocando rovinosamente con il destino altrui, e lo fa attraverso un’iconografia prometeica che della hybris è la risposta più chiara.
Hybris punita come mostra il corpo nudo di un re annientato, un potente defraudato mentre rivive, raccontandola, la propria disfatta.

Per questo il ruolo di Serse e del messaggero sono incarnati dallo stesso attore (Pietro Giannini), come partoriti l’uno dall’altro, e per questo lo stesso attore sarà anche il fantasma di Dario, a denunciare il “legame di sangue che rende la guerra una questione familiare”.
Un’eredità di colpa o una lotta intestina, tra due sorelle, secondo il sogno nitido e premonitore di Atossa (Valentina Picello).
Madre di Serse e moglie di Dario, Atossa è tutte le donne e tutte le madri e tutte le vedove di tutte le guerre, donne disperate che vorticano come bestie intorno a un talamo vuoto, sempre più perse, spaventate, selvagge.
Mentre un messaggero che ha “la sventura di essere il primo ad annunciare la sventura” racconta di soldati caduti, di navi distrutte o inutilmente scampate al disastro, abbandonate in un mare di sangue che rigurgita cadaveri di derelitti.
Eppure anche i nomi altisonanti, difficili a dirsi – Amistre, Artaferne, Megabate, Farandace – pronunciati dal Coro (Enrico Campanati), raccontano di tutta la grandezza di una civiltà perduta.
La scelta di affidare i ruoli a tre interpreti di tre generazioni diverse è la risposta a un’idea di trasmissione feconda che li lega tutti al Teatro della Tosse dove Giannini ha studiato, Picello ha mosso i primi passi, nel 2003, e dove Campanati è di casa da sempre.
Si percepisce un imprinting comune, un’intesa costante che tiene alta la temperatura tragica e che in ciascuno incide lasciando segni precisi che si ricordano: la vitalità che trasuda dal corpo senza intaccare la voce (Pietro Giannini); i crescendo straziati di pianto e le umane e feroci emozioni attraversate da Valentina Picello, incredulità, ira, terrore, spaesamento; le virate di Enrico Campanati, dalla pacatezza iniziale al fronte a fronte con Serse, accusatorio e spietato, e ancora i sottovoce del fantasma di Dario (ancora Giannini), la sua postuma saggezza inutile, sussurrata alla “sciocca arroganza” del figlio.

I Persiani
di Eschilo
adattamento e regia Giovanni Ortoleva
traduzione Giorgio Ierano’
con Enrico Campanati (Coro), Pietro Giannini (Messaggero – Dario – Serse), Valentina Picello (Atossa)
e con Marco Santi
costumi Daniela De Blasio
assistente alla regia e disegno luci Marco Santi
musiche Pietro Guarracino
produzione Fondazione Luzzati Teatro della Tosse.
Lo spettacolo è stato visto al Parco Urbano del Lagaccio – ex caserma Gavoglio di Genova il 4 giugno 2026.
Prossime date:
Teatro Romano, Estate Fiesolana, Fiesole (FI), 23 giugno 2026.
Ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini, Da vicino nessuno è normale, Olinda Festival, Milano, 26 giugno 2026.
Anfiteatro Romano, AMAT, Ancona, 28 giugno 2026.