Il teatro vive di metamorfosi: si radica nel proprio tempo, lo osserva e spesso ha la capacità di anticiparlo, facendosi catalizzatore delle tensioni che lo attraversano, interrogando i meccanismi di potere che abitano il contemporaneo. Proprio per questa sua genetica autoriflessiva e per il legame profondo con la vita collettiva, talvolta si veste a lutto, portando in scena le crepe del presente.
È ciò che accade in Hamlet in purple di Valentino Mannias, dove il viola – colore della Quaresima e della ritualità – avvolge il teatro nel giorno del suo funerale. L’Amleto shakespeariano ostenta il lutto per incrinare la festa delle seconde nozze della madre con lo zio, tentando di smascherare il marciume del potere. Allo stesso modo, nella riscrittura di Mannias il viola irrompe nella scena come memoria di una perdita: quella del teatro stesso, chiamato a interrogare la propria crisi e la propria possibile rinascita.
In scena, accanto all’attore, una marionetta e cinque burattini aprono uno spazio ambiguo tra corpo fisico e materia inorganica, presenza e oggetto, cercando di riattivare, attraverso la tradizione shakespeariana e il teatro di figura, un luogo in cui il pubblico possa ri-conoscersi come comunità.
Hamlet in purple sarà in scena dal 19 al 21 marzo 2026 nello spazio dell’Angelo Mai. Per l’occasione, abbiamo rivolto alcune domande a Valentino Mannias, regista, drammaturgo e attore, per mappare genealogie e approfondire alcune questioni che attraversano lo spettacolo.

Il teatro è biologicamente un’arte autoriflessiva, per la sua instabilità permanente e per il suo modo di anticipare, stare e riflettere le dinamiche sociali.
Hamlet in purple sembra muoversi proprio in questa direzione, vale a dire ripensare il ruolo e la forza del teatro nel contemporaneo tempo della crisi. Perché hai scelto di passare attraverso la tradizione shakespeariana – e in particolare la figura di Amleto – come dispositivo critico per interrogare il presente, sporcato dal deflagrare delle guerre, e per denunciare la crisi e la rifondazione del teatro oggi?
Quella tradizione, pensando anche a Jonson, Webster, Kyd o al più conosciuto Marlowe, forse è riuscita a raccontare più di qualunque altra il potere a chi lo esercitava e a chi lo subiva nel contempo, restituendo alla realtà la sua complessità, il suo mistero. Io ho scelto Amleto per il suo taglio politico e per la sua capacità di simboleggiare ancora oggi il teatro stesso nell’immaginario comune, nell’intento però di raccontarne il tramonto violaceo. Talvolta questa nostra arte purtroppo può smettere di essere “autoriflessiva”, ridursi a un intrattenimento per pochi operatori, a sperimentazione sterile e performativa o a vetusto repertorio museale, diventando una corte in una Elsinore da scandalizzare, per poter ritrovare il suo senso originario. Questo accade in un momento dove i regnanti non hanno scrupoli nel coltivare il proprio potere attraverso l’instabilità delle guerre e dove ci sarebbe proprio bisogno di voci in grado di cantare il dissenso, in cobertanza, come diciamo in Sardegna tra poeti estemporanei, sotto la copertura di un’allegoria.

Hamlet in purple da un lato conserva il sapere teatrale della tradizione d’attore e del teatro di figura, dall’altro coglie l’aria dei tempi e si apre alla sperimentazione. Come hai cercato di tenere insieme queste due tensioni nella scrittura scenica dello spettacolo?
Forse non parlerei di sperimentazione, è qualcosa che non mi pongo come obiettivo e che non freno se nasce spontaneamente dal gioco scenico. Altresì il lavoro dell’attore è per sua natura sperimentale, se non si soffoca in una maniera, in un estetismo tecnico.
Ma penso sempre a chi non è mai andato a teatro, a chi non conosce il nostro mestiere, a chi si chiede perché dovrebbe andarci se può fruire di tutte le storie del mondo dal divano di casa sua. E allora ritrovo una forza, un senso dell’andare in scena che mette insieme diversi mondi di cui mi sono innamorato, in quell’incontro delicato che misteriosamente sopravvive. In un mondo che correndo verso il nuovo si è ritrovato a sprofondare in vecchi conflitti, ho scelto di raccontare umilmente una storia contornata dalla guerra, ritraducendola in endecasillabi per restituire alla parola di Shakespeare la sua musicalità, la sua profonda leggerezza, la sua potenza poetica e quindi, politica. Sono solo un visitatore di passaggio del teatro di figura, affascinato (un po’ come lo è Amleto degli attori), dalla vita che in un attimo può abitare una creatura di legno, di come questa possa diventare ancora oggi uno strumento di lotta contro ogni potere.
Il teatro vive di genealogie, di incontri e di trasmissioni più o meno visibili tra generazioni di artisti e artiste. Nel tuo percorso, quali sono le figure che hanno nutrito maggiormente il tuo immaginario teatrale?
Il percorso accademico è stato sicuramente una fucina di ingegni, tra tutti i maestri e le maestre Kuniaki Ida, Maurizio Schmidt, Maria Consagra, l’incontro con Dario Fo. Ma più avanti, concentrandomi su parti più specifiche della mappa, ho trovato i miei luoghi del cuore. Il percorso dell’École des Maîtres sotto la guida di Tiago Rodrigues è stato sicuramente il periodo più bello della mia vita a teatro, laddove drammaturgia ed esistenza giocano a scambiarsi gli abiti di scena, così come è stato fondamentale, seppur in un campo parallelo che è quello del cinema, l’incontro con Stefano Sollima. Talvolta però non si tratta tanto di personalità, ma di esperienze che comportano una trasformazione.
Hamlet in purple
dall’Hamlet di William Shakespeare
traduzione, regia, drammaturgia Valentino Mannias
musiche originali e sound design Luca Spanu
con Valentino Mannias e Luca Spanu
collaborazione teatro di figura Is Mascareddas
cantanti Emanuela Orrù, Federica Orrù
light designer Andrea Gallo
produzione Valentino Mannias, Bluemotion.
Angelo Mai, Roma, dal 19 al 21 marzo 2026.