Gli angeli caduti di Giovanni Testori e la nuova lettura di Antonio Latella di Alessandra Bernocco

Foto di Andrea Macchia

Di fronte alle parole di Giovanni Testori ho provato una sensazione simile a quella che provai, ragazzina, quando assistetti a Orgia di Pier Paolo Pasolini. In scena c’erano Laura Betti e Alessandro Haber, la Donna e l’Uomo, dediti a consumare il rituale sadomaso che porterà entrambi al suicidio, la resa definitiva all’Autorità e al Potere.  L’umano soccombere al mostro che noi stessi abbiamo creato.
“Mostri” è anche il tema della stagione in corso del Teatro Piemonte Europa diretta da Andrea De Rosa, dove il 9 febbraio scorso, al Teatro Astra di Torino, ha debuttato lo spettacolo di Antonio Latella e secondo suo lavoro dedicato a Testori dopo I trionfi.
Si tratta de Gli angeli dello sterminio, l’ultimo romanzo di Testori, pubblicato nel 1992, un anno prima della morte, qui adattato da Federico Bellini, Dramaturg e assiduo collaboratore di Latella.

Foto di Andrea Macchia

Un romanzo distopico collocato in una Milano apocalittica, non immaginata ma paventata con lo sguardo lucido e visionario del poeta intellettuale che avverte i sintomi di una catastrofe imminente.
Da Milano, di lì a poco, sarebbe partita Tangentopoli, ma la sua città non è che la sporgenza di una deriva spirituale e morale che avrebbe travolto la società tutta, consegnata come sappiamo al berlusconismo smargiasso e alla schiera di creduloni che lo hanno nutrito.
Città amata e disconosciuta, rinnegata mai, Milano è osservata da una stanza d’ospedale dove Testori, gravemente malato, avrebbe finito i suoi giorni.
Sezionata, scarnificata, non deformata ma restituita deforme con la passione che è ad un tempo amore e patimento, ci introduce in un girone infernale dove anche gli angeli sono cattivi e hanno le spoglie di sinistri centauri che scorrazzano in moto seminando terrore.
Angeli sterminatori come l’Angelo di Buñuel che soffoca e schernisce e non ti lascia vie di uscita. C’è anche tanto Buñuel in questo Testori, non soltanto per l’esplicito richiamo del titolo, ma per la surrealtà che ridonda in immagini rapsodiche, non sequenziali, che adattamento e regia hanno opportunamente perseguito.

Foto di Andrea Macchia

Affidandosi alla lingua ibrida testoriana, tra dialetti, neologismi, innesti di idiomi e accenti diversi, imprecazioni e bestemmie, indugiando sulla parola materica che odora di putrefazione e di urina, di feti marciti e membri caduti, un attimo prima di virare in suono evanescente, disincarnato, prendono vita i resoconti ininterrotti di morte e arrivano a un cronista alter ego dell’autore (nel ruolo Francesco Manetti) per bocca di una cartomante in abito rosso, interpretata da una magnetica Matilde Vigna, unica medium tra il mondo dei vivi e quello dei “disperati, morenti o morituri”: ma sono resoconti senza ordine, restituiti per accumulazione casuale, in una città-latrina divenuta  obitorio.
Morti per mano violenta, precipitati nella tromba delle scale, catapultati dalle finestre della questura, caduti da una moto in corsa, sono corpi abbandonati e senza nome (a tutti dà voce Alfonso Genova), frammenti isolati di una totale disgregazione.
Dove anche il Duomo è un lacerto carbonizzato di memoria, perfettamente reso da quel modellino nero telecomandato che si muove sulla scena verso la fine.
Un lacerto, appunto, tra tanti lacerti che il cronista non riesce a ordinare, come i mucchi di ossa mischiate che non rinviano a nessuna identità, indistinte e uguagliate in una fossa comune.

Foto di Andrea Macchia

Ma se conoscere è separare, se è nominare le cose, cosa resta ai vivi di questi residui di morte? È possibile scrivere da morti e da morti testimoniare? Può, la scrittura, custodire un lacerto di luce e bellezza?
Testori forse lo lascia immaginare, come suggerisce Bellini nelle note al suo lavoro, nelle rose che la cartomante vede fiorire nella catastrofe, nella scrittura che si fa evocazione di nuove forme di là da venire, da captare, intuire, accogliere e ricomporre.
La morte della bellezza, il rabbioso anatema pasoliniano rivolto alla società capitalistica, l’omologazione senza speranza che ha visto morire le lucciole, in Testori si fa più cauto e meno disperato, nonostante l’asfissia che pervade la narrazione, e il senso di perdizione che toglie il respiro. Rari nantes in gurgite vasto, viene da dire, in quella scena livida e scarna a cui molto giovano i muri délabrés del Teatro Astra.
Un’ambientazione post-atomica che non fa ben sperare. In questo nostro mondo più vero del vero. Più brutto del brutto, più cattivo di qualunque perfidia. Nel teatro invece si spera, e si spera che ci possa salvare.

Foto di Andrea Macchia

Gli Angeli dello sterminio

di Giovanni Testori
adattamento Federico Bellini
regia Antonio Latella
con Francesco Manetti, Matilde Vigna, Alfonso Genova
spazio scenico Giuseppe Stellato
costumi Graziella Pepe
musiche e suono Franco Visioli
luci Simone De Angelis
movimento Francesco Manetti
assistente alla regia Marco Corsucci
costumi realizzati presso il Laboratorio di Sartoria del Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
produzione TPE – Teatro Piemonte Europa.

Teatro Astra, Torino, fino al 18 gennaio 2026.

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