Fiorire nel deserto: l’“Amore” secondo Delbono di Emanuela Bauco

Foto di Estelle Valente

Nel 1995 Pippo Delbono varca la soglia del manicomio di Aversa e incontra Vincenzo Cannavacciuolo che il teatro conoscerà come Bobò. Un uomo minuscolo, murato vivo per quarantasei anni, che partecipa silenzioso al laboratorio che Pippo tiene in quei giorni. Osservandolo, Pippo scorge in lui una “grazia” assoluta; non trova un «matto» da aiutare, ma il segreto stesso della scena: l’attore-segno (1). Come dichiarerà in molte interviste, sarà proprio Bobò a salvare Delbono e non il contrario. Bobò è colui che non recita, ma “esiste”, portando sul palco una sacralità laica capace di scardinare ogni pretesa di bellezza conosciuta. Il loro legame non è e non sarà mai un semplice dato biografico, ma una delle cellule madri della sua poetica.

Bisognerebbe ammettere, anzitutto, che il teatro di Pippo Delbono non è mai una questione di “spettacolo”, ma piuttosto una faccenda di corpi, di scarti e di una ferocissima espressione di coraggio: quello di misurarsi con il dolore per restituirlo nel suo superamento catartico.

Foto di Estelle Valente

È possibile raccontare l’Amore? Oppure il tentativo di descriverlo o spiegarlo potrebbe distruggerlo?  Sarebbe in fondo come tentare di definire Dio o il senso che la sua ricerca acquista in ognuno di noi.
Allora, come raccontare Amore, (2) lo spettacolo di Pippo Delbono? Amore (da non confondere con il precedente Amore e Carne) (3) lo vediamo al Teatro Vascello di Roma, nell’ultima replica, pomeridiana e domenicale del 25 gennaio scorso. «Questo spettacolo» – scrive Pippo Delbono – «presenta una duplice visione dell’amore. Da una parte – e sono i testi a prendere voce – ci mettiamo, tutti, alla ricerca di quell’amore, cercando di sfuggire alla paura che ci assale. In questo viaggio si cerca di evitarlo, questo amore, anche se ne riconosciamo costantemente l’urgenza; io lo ricerco, ma anche lo voglio, ed è proprio questo che fa paura. Ma il cammino – fatto di musiche, voci, immagini – riesce poi, forse, a portarci verso una riconciliazione, un momento di pace in cui quell’amore possa manifestarsi al di là di ogni singola paura».
Nell’ incontro tra la parola poetica di Rilke, Prévert o Andrade, la danza, la musica, la parola.
«Cosa può fare un essere umano se non amare»?

Foto di Luigi Cerati

Sala gremita, spettatori ritardatari (anche e forse per colpa del temporale) si comincia un po’ più tardi del previsto.  Il fondale rosso. La fissità del paesaggio-scena dominato da un albero secco.
Pippo entra in platea da una porta laterale. È elegantissimo vestito di bianco e si siede in prima fila tra il pubblico. La sua voce sembra nascere come un pensiero interno a chi guarda e filtrata da un microfono che sembra registrarne i battiti cardiaci. Pippo ha deposto le armi dell’urlo dionisiaco. È una “chirurgia del sussurro” che trova nel Fado portoghese il suo sistema nervoso.
Le corde di Pedro Jóia e la voce di Miguel Ramos e di Selma Uamusse viaggiano da Lisbona all’Angola, a Capo Verde cercando quel sentimento – l’amore, appunto – che Delbono scarnifica fino a renderlo un «uccello rapace», un’entità che frantuma i ricordi per poterli finalmente guardare. La geografia come stato mentale: il Portogallo come “geografia dell’anima”. Il fado e il suo ritmo che ferisce perché l’amore stesso è ferita; la saudade di cui il fado si fa testimone è insieme parola intraducibile e condizione dell’Essere.
Una serie di quadri nei quali le presenze sono soprattutto soliloqui o canti, dove il fado esplode in virtuosismi decisamente apprezzabili; è però nella seconda parte che le immagini corali ci consegnano l’atto e il dono più potente. E nei volti della compagnia storica di Delbono, in Dolly Albertin, Pepe Robledo e Margherita Clemente – si avverte un’assenza-presenza. I loro corpi si muovono in quadri pittorici dove l’assenza di Bobò si fa densa, quasi palpabile. Nella cruda realtà dei corpi e nella danza sfrenata, si percepisce il peso di Bobò, che continua a dettare il tempo dietro ogni parola sussurrata da Pippo.

Foto di Luca Del Pia

Resta l’inevitabile domanda: abbiamo assistito a un’epifania dell’umano o a un compiacimento nel lutto? Delbono scommette sul fatto che il dolore, se sezionato con la precisione della musica, possa farsi universale. Amore non cerca la storia, ma la traccia: è un tentativo laico di riconciliarsi con l’“inospitale”, ricordandoci che l’amore è quell’architettura che riempie il vuoto senza pretendere di nasconderlo.

Lo spettacolo si chiude con un’immagine bellissima. Pippo lascia la platea e si avvia con passo lentissimo, appoggiandosi al suo bastone; le note della chitarra, il canto, egli finalmente in pace si corica, come un fanciullo sotto l’albero, ora fiorito e luminoso. L’etimo della parola emozione ci riporta al cuore di questo teatro: deriva dal latino emovere (ex-movere, portare fuori). È letteralmente, uno scuotimento che sposta l’essere dal suo stato di quiete.

Note:
1) All’incontro con Bobò corrisponde la nascita dello straordinario spettacolo Barboni, 1997. A Bobò Pippo Delbono ha dedicato un lungometraggio dal titolo Bobò la voce del silenzio presentato al Nuovo Sacher a novembre e il 25 e il 26 gennaio al cinema Farnese di Roma.
2) Lo spettacolo Amore ha debuttato il 28 ottobre 2021 al Teatro Storchi di Modena.
3) Lo spettacolo-concerto Amore e Carne ha debuttato il 20 luglio 2011 a Villa Adriana a Tivoli.

Foto di Luca Del Pia

Amore

uno spettacolo di Pippo Delbono

con Dolly Albertin, Margherita Clemente, Pippo Delbono, Ilaria Distante, Mario Intruglio, Pedro Jóia, Nelson Lariccia, Gianni Parenti, Miguel Ramos, Pepe Robledo, Grazia Spinella, Selma Uamusse
musiche originali di Pedro Jóia e di autori vari
collaboratori artistici Joana Villaverde (scene), Elena Giampaoli (costumi), Orlando Bolognesi (luci), Tiago Bartolomeu Costa (consulenza letteraria)
suono Pietro Tirella, capo macchinista Enrico Zucchelli
regia Pippo Delbono
produttore esecutivo Emilia-Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
co-produttori associati: São Luiz Teatro Municipal – Lisbona, Pirilampo Artes Lda, Câmara Municipal de Setúbal, Rota Clandestina, República Portuguesa – Cultura / Direção-Geral das Artes (Portogallo), Fondazione Teatro Metastasio di Prato (Italia).
co-produttori: Teatro Coliseo, Istituto Italiano di Cultura di Buenos Aires e ItaliaXXI – Buenos Aires (Argentina), Comédie de Genève (Svizzera), Théâtre de Liège (Belgio), Les 2 Scènes – Scène Nationale de Besançon (Francia), KVS Bruxelles (Belgio), Sibiu International Theatre Festival/Radu Stanca National Theater (Romania)
con il sostegno del Ministero della Cultura (Italia).

Lo spettacolo è stato visto al Teatro Vascello di Roma il 25 gennaio 2026.

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