Nel regime ipertrofico delle narrazioni contemporanee il fugace passaggio a Roma, nei giorni scorsi, di due lavori, distanti l’uno dall’altro uno spazio a dir poco siderale, ci restituiscono gli estremi concettuali di un pensiero per certi versi illuminante sull’idea che ci stiamo facendo di tempo presente, di tempo nel presente e tempo del presente, scranno sul quale – il presente – risiedono con posture diverse, ovviamente, progetti ispirati al gesto e alla memoria e ad approcci artistici trasformativi, tecnologicamente persino residuali, seppure interstiziali e dunque fecondi. È un modo per far transitare l’idea di reale sulla scena, sembrerebbe, senza blandirne la militanza o facendo riferimento al cosiddetto impegno civile, mantenendo, però, un segno profondamente politico, finanche etico nella composizione. E come spesso accade, queste come altre opere toccate da una felice intuizione (e in alcuni casi dal costante lavorio sul senso) sono in grado di parlare a un pubblico non solo di settore, correndo il rischio di aprirsi alle lusinghe dell’attualità, così tanto popolari nonostante l’impossibilità di riconoscervisi fino in fondo.
Il primo, presentato lo scorso 16 gennaio al Teatro Ambra Jovinelli nel contenitore della stagione di danza di Orbita|Spellbound, è lo spettacolo di Virgilio Sieni tarato di nuovo più o meno a vent’anni dal suo debutto su altri corpi, quel Sonate Bach. Di fronte al dolore degli altri, ovvero undici tracce coreografiche misurate con altrettanti dolorosi conflitti che hanno segnato la Storia intorno a noi negli ultimi quarant’anni.
Il sound dolente della partitura scenica suddivisa in quadri è lì a ricordare gli orrori che ci hanno attraversato gli occhi, hanno l’eco del saggio di Susan Sontag Davanti al dolore degli altri, uno stare in allerta di fronte l’opulenza delle immagini fotografiche (e filmiche) di scene di guerra che scarnificano, rendono immune, quasi inebetito il nostro sentire, una reazione di rigetto al dolore deflagrante di cui sono portatrici. E in quell’esplorare del coreografo tra le immagini e il gesto che ne svelano l’esperienza, il segno si fa empatico, estremamente aderente, recuperando quella memoria (appunto) che non è più, non è solo personale; osservando le figure che assemblano e decostruiscono situazioni, grovigli di corpi o lacerti di immaginari che abbiamo consumato ma dai quali non riusciamo a emanciparci, si chiarisce come per Susan Sontag quanto il fatto mediatico ci abbia violentato. Lo spettatore è lì, in quell’essere testimone, oltre la contemplazione delle immagini dello spettacolo che pure splendono per la loro bellezza poetica. Possiamo parlare di bellezza nell’orrore della Storia?

Questa la distonia percettiva che ci rende testimoni senza parola. Sieni istruisce una partitura puramente “organica”, corpi che si definiscono in un susseguirsi di spostamenti ed elusioni degli stessi come lui sa ordire, punta più alta dei suoi congegni coreografici, ma poi ridisegna una serie di ritratti saccheggiando con mano sublime ancora una volta da deposizioni, crocifissioni, fughe monche, impossibili resurrezioni, dolore su dolore nelle pose espressive di Rosso Fiorentino o nel coacervo di venature formali del Pontormo che rendono nitidi gli architravi coreografici e i fermo-immagine di un alfabeto proprio del coreografo, sua materia, suoi dispositivi qui resi potenti e gravi nonostante la levità del movimento.
Undici micro-partiture nella suite delle Tre sonate per violoncello e pianoforte di Johann Sebastian Bach, incorniciate da un display illuminato di volta in volta a sottolineare i luoghi delle tragedie, lo spazio concreto della morte, che sia Sarajevo o Gaza, Jenin o Tel Aviv. Ma possiamo parlare dell’orrore e descriverlo nello splendore della forma? Tuttavia lo spettacolo è grandioso, così estremo, così commovente, in quella sottile tenitura del tragico.

Visto allo Spazio Diamante il 25 gennaio uno dei lavori vincitori della Generazione Scenario 2025, è stato presentato come prima rappresentazione pubblica nella sua forma compiuta, trovando immediata corrispondenza affettiva in un spettatore altresì occasionale: Dad or alive del duo BumBumFritz (Giovanni Frison e Michele Tonicello) è una stilettata che ci riporta al presente di un non-futuro con quella declamatoria di un teatro straniante, brechtiano si potrebbe anche dire nel sollecitare un posizionamento, nel prendere parte di una questione non più privata, anzi ormai espansa, collettiva, perciò politica.
Di nuovo un lavoro dal segno riflettente di questo tempo senza ragione, tempo sragionato, impoverito, ma con una cornice linguistica così sovrabbondante di interferenze da lasciarsi depositare in una dialettica sorprendentemente efficace tra parola-corpo, suoni e deviazioni vocali, mondi paralleli e reali in un soprassalto percettivo disegnato dal videomapping, orchestrazione, questa, capace di scompaginare lo spazio e assemblare una sempre nuova idea del reale. Musica campionata e eseguita live fa da contraltare a una parola sovraccarica di fiato, di significati, di “inconsistenza” da repertorio teatrale (come sia possibile recitare ancora, sembrano chiedersi i due) per rifarsi invece al racconto di una veridicità non più rimandabile nelle sue temperie posticce; tra le invettive rock dei Magazzini Criminali e il teatro pop di Babilonia Teatri, con Dad or alive siamo ormai definitivamente approdati a un teatro deep house mantenendo dei primi due una sorta di filiazione filosofica, manifesta riluttanza alla crisi ch’è generazionale, sì, ma con più forza è volumetricamente anarchica.

Suoni e parole s’incespicano, si assottigliano, trovano un loro gradiente esistenziale così unico e al contempo derivativo da sballottarci senza ritegno nella paura di un futuro prossimo, nemmeno tanto impossibile. Ci parlano dell’incapacità di crescere figli (o figlie) in un mondo sull’orlo di una catastrofe, dell’adultità come atto involutivo, di corpi ostili a partire dal come potersi riconoscere nel proprio, insomma un lavoro scenico perfettamente a proprio agio nello stordimento di questa eclisse, un capolinea capace soltanto di riscriversi con parole abusate per questo l’ordigno scenico di Dad or alive sembra riappropriarsi magneticamente di quel senso da teatro-concerto caro ai due gruppi citati evolvendosi in un altrove molto interessante. Dentro una scena scomponibile, a “scaffale”, con parti di un mobilio asettico si ricompone a vista nel procedere drammaturgico. Anche questo uno spettacolo potente sostenuto da un notevole ritmo.