A ognuno Il Presidente che si merita. Latitudini e longitudini apparentemente molto distanti nel mondo che abitiamo sembrano ritrovarsi nel minimo comune denominatore di un gorgoglio politico devastante, in questi anni così diffuso, così pervasivo, e nella difficoltà di dargli nome, nominarlo, sarebbe troppo semplicistico e riduttivo incastonare l’eversione dalla democrazia messa in atto da più parti con uno specifico orientamento; possiamo solo descriverne quei riflessi, quelle manifestazioni platealmente oversize sulle nostre coscienze, abbacinate da una comunicazione dichiaratamente improbabile, al limite di una surreale e apodittica verità, ormai liberticida.
Con Il Presidente siamo ancora in un gioco perverso del pensiero che spiazza se stesso, il nuovo spettacolo firmato da Davide Carnevale, Fabrizio Arcuri e Filippo Nigro segue la traccia scritturale e di drammaturgia “posturale” avanzata dal precedente Every Brilliant Thing e come questo entra in collisione col pubblico, lo “istiga” a farsi domande, a non lasciarsi andare da quella tenitura crudelmente ironica, persino cinica, anzi dichiaratamente cinica.
Nigro fa il suo ingresso e raggiunge un podio al centro del palcoscenico, la postura (appunto) è quella di una conferenza stampa o di un comizio, ne ritroveremo il senso con l’incedere di uno spettacolo sempre al limite di una dichiarazione confidenziale, prossimale alla nostra attenzione, così da metterci nella condizione di immaginarci parte del discorso che andrà a fare. Siamo organi di stampa, possibili futuri e future votanti, siamo telespettatori o telespettatrici, siamo in balia dell’imbonitore di turno. O crediamo di esserlo. E Filippo Nigro è bravissimo a tenere ferma la barra in quel gioco sottile di contraddizione interna del dire e sottrarvisi subito dopo, allontanarsi da un testo ch’è sicuramente misurato, ma non si priva di liberarsi, aprirsi alla sua dimensione “epica”, straniante potremmo dire, dove lo spettatore è chiamato a mantenere una sua lucidità sempre vigile, a guardare il reale e le sue dinamiche di potere, così senza paracadute, spiattellandoci in faccia l’improbabile verità millantata dal personaggio-persona Nigro-Presidente. È forse l’eco post-espressionista di Brecht ad accompagnarci, il suo sguardo critico, la sua forma di svuotamento teatrale. E Nigro è un equilibrista assoluto in questa dinamica tra il farsi portatore di contenuti, vanificandoli subito dopo, riducendoli in poltiglia.

La guardia del corpo che l’ha accompagnato si dilegua subito dopo, il Presidente si destreggia con disinvolta padronanza in quella mise formale ma non “inamidata” del ruolo, tipica dei giovani politici in carriera, muovendosi con repentinità anche verso il palcoscenico, tra il pubblico. Siamo in un teatro che si definisce nello spazio con l’altro, con le aspettative di questo ma pronto a contraddirne anche i significanti, dei significati tanto non ne facciamo più tesoro, lasciati alla retorica della vecchia politica.
L’attore mette in scena una vera e propria diatriba di supposizioni col pubblico tirandolo a sé provocatoriamente, nelle sue elaborazione e disquisizioni di ipotesi politiche del fare, come fare, dove fermare il punto della discussione oppure evolverne le forzature. Siamo in Italia come in qualsiasi altro paese, ne riconosciamo i vezzi linguistici e le goliardie comportamentali, ne raccogliamo la pochezza di una attualità viziata dalla ricorrenza del voler mettere tutto nella fragilissima nostra incapacità di prenderne la distanza. Ci informa che vuole dire la verità, una dichiarazione perniciosa. Ha la gestualità di un Trump o di un Milei, le parole, che ritmano quasi ad assecondarne la grana fonica motivazionale, sono tipiche e nemmeno tanto immaginarie di un conservatorismo spinto che governa il pianeta. Dove anche la sinistra non è messa per niente bene.
La sua verità prêt-à-porter di cui si fa portatore e allo stesso tempo depistante, mette assieme autori o pensatori offerti con disinvoltura mascherando il vero con la finzione, nella finzione del gioco teatrale all’ennesima potenza.

Abbiamo a che fare con un ex presidente, non ha una chiara identità e sappiamo poco se non della sua necessità di proporsi come per riscattarsi (e ricandidarsi?) a quello che, supponiamo, sia il suo pubblico, la sua sfera di influenza politica e sociale, noi per intenderci. Ci racconta con quella verve sempre scontornata da contrappassi partecipativi e afflati confidenziali, persino confessionali, cercando di ritagliarsi una diversa opportunità di futuro. E noi ridiamo, condividiamo, lo assolviamo quasi, dentro un monologo a tratti respingente perché vi riconosciamo le tante anime politiche e le loro improbabili giravolte, e le nostre stesse motivazioni nei suoi panni. Ammette di aver lasciato che il suo Paese deragliasse con la stessa tenitura tra paradosso e verità dichiarata, tanto da sorprenderci perché in quel gioco si rischia di comprenderne le ragioni, di liberarlo dalle sue responsabilità giacché, quanto per noi al suo posto, la sua fragilità parrebbe non condannabile.
Spettacolo tagliente e non consolatorio, in quel discorso di limatura del senso attraverso le parole (Carnevali) e di esercizio critico nella ridefinizione di sé col reale, nella temperatura di un “comportamento” scenico (Arcuri e Nigro) oliato alla perfezione che mette in discussione anche le proprie certezze, entrando a gamba tesa nella sfera di analisi del potere e delle strutture che motivano anche la nostra soggettività, come per il filosofo Byung-Chul Han, secondo cui siamo vittime volontarie di un auto-sfruttamento pensandoci indipendenti. È il neoliberismo signori e signore.

Il Presidente
di Davide Carnevali
regia Fabrizio Arcuri e Filippo Nigro
con Filippo Nigro
scenografia Luigina Tusini
si ringrazia per gli abiti Pignatelli
si ringraziano Spazio Rossellini – Polo Culturale Multidisciplinare della Regione Lazio / ATCL – Associazione Teatrale fra i Comuni del Lazio, Carrozzerie | n.o.t di Roma
produzione CSS Teatro Stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia.
Lo spettacolo è stato visto al Teatro India di Roma il 29 maggio 2026.
Prossima data:
Teatro Nuovo, Napoli, dal 5 all’8 novembre 2026.