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Un dono del poeta Dante Maffia

di Giorgio Taffon

Nell'ottobre del 2016 Dante Maffia, il grande scrittore di origini calabresi, ha affidato alla casa editrice Lepisma, le sue 14 Elegie materane . Ora fa dono della Settima di tali Elegie a Liminateatri.it: va a lui il nostro più sentito ringraziamento.

Voglio sottolineare che si tratta di una grande opera poetica, che nel titolo allude a quelle di Goethe e di Pirandello ( Elegie romane e Elegie renane ), divenendo per il nostro poeta la città di Matera spazio dell'anima, della mente, e del cuore. Matera è città da amare ed assieme identifica in sé una figura femminile altrettanto simbolicamente fonte di vita illimite, di gioia e felicità senza confini, al punto che il poeta si sente così colmo di energie, così forte, da sfidare la stessa Divinità: quel Tu a cui spesso, lungo lo svolgimento del testo, si rivolge, novello Giobbe, che teatralmente esprime lamentazioni, invettive, invocazioni, sfide, rivolte, sottomissioni. E dico “teatralmente” in quanto la struttura del testo ha anche andamento prosastico, affidato all'ottava (naturalmente rielaborata in senso molto moderno), che è un metro tradizionalmente tipico della poesia narrativa, dei cantàri e delle sacre rappresentazioni. La Matera-città e la Matera-donna sono ragione di vita assoluta per l'io poetante, il quale teme che lo stesso Dio possa ingelosirsi di tale possesso d'amore. L'io poetante pone come ragion d'essere della stessa Divinità la possibilità di fare esperienza terrena, carnale, e priva di limiti, della dimensione amorosa: Matera vuol dire Donna amata che vuol dire Vita, energia vitale, empito esistenziale, annullamento della morte. Invito il lettore a gustare pienamente questo brano che ci offre Dante Maffia, cogliendone appieno lo slancio espressivo, la perizia e la padronanza tecnica del verso, del metro, delle assonanze, delle rime al mezzo: come pure delle metafore e delle analogie, sempre perfettamente inserite nel contesto della topica del discorso poetico. Raramente i poeti col passare degli anni sanno rinnovarsi sempre, e sorprendere i propri lettori, offrendo fiori fragranti appena nati da tronchi che iniziano inevitabilmente a mostrare rugosità e scoloriture. Offriamo alla lettura dei nostri amici questo bellissimo e profumato fiore di Dante Maffia!

 

 

Dalle Elegie materane

di Dante Maffia

 

7

 

E non chiedermi che cosa m'interessa di Matera.

La domanda presuppone un intento

che mi rende sospettoso. Matera è il mondo, lo spazio

del Tuo cuore da quando ho capito che nei Tuoi silenzi

non ci sono libri.

Dimmi piuttosto, perché non hai scritto mai un libro?

Troppo impegnato a fare il regista? E i registi sono analfabeti?

No, non dire che hai delegato il vento a creare alfabeti.

 

Non mi hai permesso di vedere se c'è una scala

che porta verso di Te.

Devo immaginare tutto, mi sfidi, mi dai ombre a piene mani

con vividi sospetti e imbrogli le carte

per fare arrugginire i muri delle chiese.

Non voglio morire, sappilo, scrivilo a lettere cubitali

sul computer che sarebbe ora di cambiare

perché è un modello troppo vecchio.

 

Non voglio morire e non morirò, l'amore di lei

mi ha dato il nettare eterno ed eterna sarà Matera

dove trascorrerò il resto dei miei secoli.

Il privilegio dell'amore è la vita nella sua intensità,

nel palpito lussurioso che diventa lume

di rinascita perenne. Matera è il sole e l'aria,

la bellezza che vola per i colli, la Murgia in fiore,

è lei, è lei, la sua bocca che ha un lieve odore di nespola.

 

Amo perché amo, perché voglio amare,

perché lo sento, lo vivo, perché mi cresce dentro

il sole e si fa fuoco di tenerezza; amo perché così s'apre

nel cielo il senso nuovo del viaggio e la morte

fugge disperata, non s'accosta: i suoi tentativi

abortiscono rapidi. Amo perché soltanto vederla

mi completa e mi assolve da ogni caduta,

amo perché lei è il rumore dorato della vita.

 

Amo perché altro non so fare, perché in lei esistono

la madre e la sposa, la città e la Murgia, i Sassi, il Castello,

il miracolo della parola alata, il grembo rumoroso

che da secoli s'espande e fa crescere i fiori

le erbe, la magnolia che davanti casa

mi parla generando la poesia.

Amo perché lei sa far parlare il vento,

perché ha la verità dentro i suoi baci.

 

E s'acquieti la Tua gelosia. Tu non puoi

rendermi amara l'anima, costringermi,

pur sapendo di essere sconfitto, a sfidarTi

a un corpo a corpo. Già, Tu con la spada affilata,

io con le illusioni. E quando avrai forato il mio costato

sappi che più forte sarà il mio grido, la mia energia si moltiplicherà

e del mio sangue farò una bandiera

da regalare a Satana. Altro non potrò fare.

 

Tu non devi seguirla, non devi spiarla

giorno e notte e costringerla al pianto,

al dolore quotidiano, adorare la sua forma di donna perfetta.

A Tua immagine e somiglianza! Come puoi

innamorarti di Te stesso e patire il desiderio, come puoi

pretendere che mi lasci allo sbando ora che i glicini

abbondano e cantano a voce piena

il palpito del suo respiro impastato di luna?

 

Va bene. Combattiamo. Vuoi la vittoria?

Sii leale almeno una volta, almeno per amore.

Spogliati della Tua divinità, scambiamoci le armi

come gli antichi cavalieri, non esagerare con i profumi del cielo,

io ho solo il nespolo che mi guida.

Né chimere né angeli, va bene? La scommessa?

Se perdo sarà Tua; se vinco ci concederai il Tempo

da gestire a nostro piacimento.

 

Tanto per Te il Tempo non ha senso,

per noi è la vita che scorre dorata nei palpiti

del cuore e nelle nostre azioni. Attento però,

io so meglio di te (Tuo merito o Tua reiterata distrazione)

considerare il particolare, la foglia, il sassolino,

il balcone, il ranuncolo, la tazza sbreccata, la stella

che appare sfuggendo alle Tue mani

ormai abbandonate ai reumatismi.

 

E ricordaTi che io amo diversamente da Te,

che le mie cicatrici non sono guaribili,

che il canto del gallo non è mai stato un suono piacevole

ma l'ora del lavoro. RicordaTi che se avrai fortuna di vincere

non potrai mai dirle parole prive di grazia.

Certo, sei Dio, ma come è scritto nelle pergamene,

sei anche infinita prepotenza.

Comunque non potrai darle il mio amore carnale,

 

non potrai farle godere il fresco della fonte

che sgorga dalla rupe, non potrai servirle mai

un piatto di spaghetti alla matriciana

fatto da Francesco. Terrestrità e divinità al confronto!

Ma lealmente, ripeto, senza trucchi.

Ecco, sono caduto nella trappola, come potrò accettare

di combattere per stabilire a chi apparterrà.

E la sua decisione, la sua scelta?

 

Ah! Come mi scerpano l'anima le nubi gonfie di spasimi,

come mi dolgono le chimere del sangue,

come sono diventati bianchi i rondoni che sfrecciano

davanti alla finestra di casa. No, Dio,

non farmi farneticare, non buttarmi nell'orrida similitudine

di Medea. Io sono un ramarro smarrito, adesso, una cicala

senza canto, un aspide senza voglia di ferire,

Matera senza Sassi, Roseto senza mare, una casa

 

senza porte né finestre, un rivolo di sangue infettato

dalla luna piena. Una scoria disumanamente umana.

Niente sfide, niente patti. Tu agisci come ti pare,

io farò lo stesso. Vincerò, stanne certo, con l'amore

si vince sempre, fosti Tu stesso a sancirlo,

e la tua sete di possesso sarà travolta, diventerà macerie

per i corvi assatanati di marciume e melma.

Ti ucciderò, Dio, e lei diventerà il mio Dio d'amore.