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E se tornassimo alle ‘periodiche'?
Dissertazione sull'aperitivo con racconto: Chichibio, La Monaca e L'Orrenda Dama

di Sergio Roca

 

 

In questa società sempre più virtualizzata un sano bagno di relazioni umane tradizionali e di convivialità stile familiare, a mio giudizio, non farebbe male.

Siamo così disabituati ai rapporti sociali che il ritrovarsi a casa, con amici, per condividere momenti di prosa, poesia, musica e canto non è cosa frequente. Tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, invece, era una consuetudine quella di riunirsi, tra varie famiglie, per un thè o una cena in piedi e trascorrere un bel pomeriggio o una serata (usualmente quella del sabato o della domenica) ascoltando arie d'opera cantate da ‘fanciulle da marito' o seguire le estemporanee scenette comiche presentate da qualche giovanotto desideroso di mettersi in mostra come possibile pretendente. Il fenomeno, tuttavia, non coinvolgeva solo ed esclusivamente i ragazzi ma era un momento aggregativo per tutti i partecipanti di ogni età. Chi non rammenta la festa da ballo organizzata in casa Stoppani in quel capolavoro per ragazzi che è il Gian Burrasca di Luigi Bertelli?

Questi incontri, nell'area del napoletano, si chiamavano ‘periodiche' perché, a rotazione, la loro organizzazione toccava a tutte le famiglie coinvolte nel giro dei partecipanti. Ovviamente, in una epoca in cui la società era suddivisa in classi sociali ben distinte, vi erano vari livelli qualitativi di questi ricevimenti in casa. I proletari organizzavano dei rinfreschi confezionati alla buona e l'intrattenimento era interamente curato dagli invitati stessi. Le famiglie più agiate, invece, che potevano permettersi un buffet ricco, lo facevano realizzare dalla servitù o ‘esternalizzavano' la preparazione pagando qualche pasticceria o ristorante che provvedeva a tutte le necessità del caso. In queste dimore le ‘performance spettacolari' non si limitavano a quelle dei vari, improvvisati, ‘artisti di famiglia', ma si invitavano anche cantanti ed attori più o meno affermati che, per amicizia, o per guadagnarsi qualche Lira assieme ad un buon pasto, intrattenevano gli astanti; si narra che anche un giovanissimo Enrico Caruso abbia cominciato la sua carriera esibendosi in queste serate.

Domenica 10 dicembre, nella pittoresca cornice della Cappella Orsini di Roma, situata in via di Grotta Pinta 22, ho partecipato ‘all'aperitivo con racconto' Chichibio, La Monaca e L'Orrenda Dama organizzato da Michela Cesaretti Salvi con la partecipazione musicale di Antonia D'Amore alla voce e di Felice Zaccheo alla chitarra.

Già il locale, vecchia cappella della famiglia Orsini riadattata per eventi, lascia sbalorditi per la bellezza e l'unicità. Il posto, poi, è pregno di una atmosfera artistica e romantica. La cappella, infatti, sorge sui resti del primo teatro in muratura edificato a Roma, il Teatro di Pompeo, costruito intorno agli anni '60 a.C., rendendo la location ulteriormente suggestiva.

Appena entrato, in una sala ricca di divani e coffee tables nonché sedie e poltrone in stile rétro, noto la presenza di una cinquantina di persone che tra uno stuzzichino ed un aperitivo si rilassano facendo quattro chiacchiere. Un pensiero si sviluppa nella mia mente: <<Se i vestiti fossero più formali e i bicchieri e i piatti non fossero di plastica potrei essere tranquillamente entrato in una macchina del tempo ed essere in un salotto di inizio Novecento>>.

Trascorro una mezz'ora a chiacchierare con amici quando inizia l'intrattenimento previsto ovvero la narrazione di alcuni episodi del Decamerone di Boccaccio (da cui il titolo dell'incontro) curati da una brava Michela Cesaretti Salvi. Le storie vengono introdotte o intervallate da delle canzoni popolari, regionali italiane, eseguite dall'armonica voce di Antonia D'Amore, accompagnata, per l'occasione, dalla performance chitarristica di Felice Zaccheo.

Che piacevole sorpresa notare che l'attrice, ricalcando gli stili consolidati degli storytellings d'amatore anglosassoni, è in grado di rappresentare i tre episodi boccacceschi così serenamente da lasciare immaginare, senza sbavature, tutti i personaggi delle avventure che narra! Alla stessa stregua che gusto rilassarsi nel sentire la rotonda e piena voce della D'Amore alternarsi a quei racconti proponendo, in vari lingue regionali, quei canti alternativamente malinconici, amorosi e gioiosi.

Durante la pausa ‘mangereccia' di metà serata, ho continuato ad osservare le persone che mi circondavano e che si avvicendavano al buffet. Pochi erano i volti a me noti, tuttavia, in quella situazione non era difficile instaurare qualche contatto e cominciare una conversazione per fare nuove conoscenze. Ho osservato, inoltre, piacevole meraviglia, che quasi tutti i presenti avevano silenziato o spento il loro smartphone e – miracolo tra i miracoli – quasi nessuno si era distratto per chattare su internet o via WA. Solo allora mi sono pienamente reso conto di aver condiviso un momento veramente speciale. In una società in cui il contatto tra le persone è sempre più virtuale un ritorno alle feste in casa, ai salotti artistici, alle ‘periodiche', potrebbe essere uno dei modi, pochi, che restano per recuperare dei semplici, reali, rapporti umani.

Ringrazio Antonia, Felice e Michela per la piacevole serata e per il momento di riflessione da essa scaturito.