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Le donne africane

Immagini fisse nel processo di comunicazione

di Alfio Petrini

Così come non esiste lo spirito e la lettera di un testo teatrale, non esiste lo spirito e la lettera di un'immagine fissa o in movimento. Lo spirito è la lettera. Lo spirito è l'immagine. Se prediamo per buono quello che dice Rudolf Arnheim, dobbiamo ritenere che l'opera è analizzabile attraverso una serie di principi, quali l'equilibrio, la forma, lo sviluppo, lo spazio, il movimento, la dinamica e l'opposizione delle forme, ma anche attraverso il ritmo e l'energia delle azioni fisiche espresse dal soggetto protagonista dell'immagine. Ritmo, energia che concorrono a determinare le condizioni per poter parlare al cuor e e alla mente degli uomini e - come abbiamo visto in un'altra occasione a comunicare anche con gli animali: un gruppo di piccole anatre che non sapevano ancora volare, che avevano scelto di abbandonare il tetto della casa dove erano nate e di buttarsi nel lago che stava oltre la strada, stimolate e guidate da alcuni passanti che davano energia e ritmo al loro incitamento.

Questa volta esaminiamo il processo di comunicazione a partire da una serie d'immagini fisse. Nel caso specifico quelle delle donne africane di Sheila Mckinnon, fotografa canadese che vive da molti anni in Italia.

Molti colori. Molti effetti di post-produzione. Le donne africane sono apparentemente bellissime. Indago. Si tratta di donne invisibili, dimenticate da Dio e dagli uomini. Le donne invisibili hanno occhi, ma non sono osservate. Hanno parole, ma non sono ascoltate, non sono parlate. Sono presentate come nuvolette colorate in un cielo meraviglioso senza terra. Macché, il sorriso non le salva dalla vita. Vengono da territori dove l'albero è un essere vivente degno di grande considerazione, dove l'acqua è un elemento prezioso di vita. Vengono da luoghi dove la bellezza è morta, dove la speranza in un futuro migliore è fioca. Questa è la verità disattesa. E persino la donna che fotografa non vede le donne, che pertanto restano invisibili: presa da edonismo, vede se stessa e gode del piacere estetico. E così le trucca. Le traveste. Le sottopone ad un volgare abbellimento. Per questo restano invisibili. Non sono viste come cuori e menti palpitanti e dolenti che aspirano a sottrarsi alla emarginazione o allo sfruttamento, ma come creature felici, liberate dal peso della carne e della vita materiale. Le loro mani non si uniscono idealmente e solidalmente ad altre mani. Non mettono insieme i loro occhi, le loro parole e i loro talenti. Se lo facessero rifarebbero il mondo. Se mettessero insieme tutto questo regalerebbero un cuore nuovo al mondo.

Osservo attentamente e mi accorgo che sono costretto a lottare contro l'immagine. Così compio il gesto arbitrario di cancellare intuitivamente il belletto e scopro il vuoto della bellezza estetica, perché lo sguardo dell'autrice dell'immagine non c'è, non c'è il suo corpo/mente, non c'è il sangue che si fa pensiero e neppure il pensiero che si fa sangue. C'è piuttosto un sapere posticcio, una ideologia fittizia e consolatoria. Non c'è la tecnica al servizio della comunicazione, ma il tecnicismo della tecnica che falsifica le donne invisibili, allontanandole mille miglia dalla realtà, deprivandole dell' essenza materiale e immateriale della loro condizione. L'immagine le nasconde invece di rivelarle. Le nega invece di esaltarne il desiderio e l'anima. Le trasforma in favolose principesse, invece di rivelare l'utopia concreta del progetto che,come donne, hanno nel cuore e nella mente. La fotografia è dunque puro involucro. Involucro meravigliante che non produce sorpresa, che non stimola lo sguardo perché manca lo sguardo e non stimola l'ascolto dei loro silenzi perché non c'è ascolto: non c'è sguardo e non c'è ascolto perché non c'è comportamento poetico. E quando non c'è poesia non c'è arte. C'è una bella immagine da appendere in un salotto chic o da mostrare nel corso di quegli eventi multimediali dove gli elementi linguistici rimangono separati e distinti. L'atto di solidarietà è ipocrita, il compiacimento è autoreferenziale, il trucco è una raffinata mistificazione. E sotto la cipria scopro il triplo inganno: quello subito dalle donne invisibili, dell'osservatore accorto e dell'autrice stessa delle immagini.